Il caso “Percoco”: il “mostro di Bari” che turbò le coscienze e sconvolse i vertici della Gazzetta del Mezzogiorno – (seconda parte)

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Ma è soltanto un mostro, un mostro delle nebbie e delle brume, straniero alla nostra terra ed al nostro sole, emerso dal suo lungo agguato con fulmineo irreparabile balzo. E’ una belva. Non ci appartiene.

Così si chiudeva l’articolo della Gazzetta di domenica 10 giugno 1956.

[se ti sei perso la prima parte…]

Il lunedì successivo 11 giugno, Ciro Buonanno, il corrispondente della Gazzetta da Napoli, racconta la confessione completa di Franco Percoco resa alla Questura di Napoli e, inspiegabilmente, alle 12.30 dello stesso giorno, scatta un provvedimento di sequestro di tutte le copie della Gazzetta da parte della Procura della Repubblica di Bari. È un provvedimento che non ha precedenti nella storia del giornalismo dalla nascita della Repubblica. L’accusa, contro Ciro Buonanno e contro il Direttore responsabile del giornale, è quella di

aver consentito la pubblicazione di notizie impressionanti e raccapriccianti, relative al noto omicidio commesso da Franco Percoco, tali… da turbare il comune sentimento della morale e l’ordine familiare,

esattamente come cita la legge penale sulla stampa, dell’8 febbraio 1948.

Immediate le proteste del provvedimento. Il giudice Francesco Camassa scrive: …anche ammesso che ci fossero gli estremi del delitto perché sequestrare tutte le copie e non limitarsi al dettame della stessa legge che prevede il sequestro di soli tre esemplari del giornale onde la lamentata violazione?

Il direttore de Secly, profondamente mortificato, esprime il suo disappunto il 20 giugno…

ci auguriamo che la gente, in alto e in basso, abbia compreso lo spirito che ha animato negli scorsi giorni, gli scritti pubblicati su questo giornale: difendere la libertà di stampa, sottrarre all’arbitrio uno degli strumenti più validi della vita moderna, è uno dei simboli più illustri del regime liberale. Il resto conta poco o nulla. Il giornale ha fatto il suo dovere, senza compiacersi dell’orribile misfatto, a differenza di molti altri quotidiani e riviste che non hanno subito l’iniquo provvedimento adottato nei nostri confronti. Da sempre, questo giornale, è ispirato da sentimenti di sana morale ed invece ci sono state mosse accuse in nome della morale oltraggiata come se fossimo stati noi a compiere il delitto.

Nel frattempo Leonardo Azzarita, il redattore capo della redazione romana della Gazzetta a Roma, nonché amministratore delegato della Federazione Nazionale della Stampa, chiede l’intervento del Ministro della Giustizia Aldo Moro, mentre in Parlamento l’on. Angelo Priore presenta un’interrogazione per sapere se il Governo ritiene legittimo il provvedimento adottato contro la Gazzetta.

Aldo Moro non promette nulla, non intende interferire nell’opera del magistrato, ma annuncia un progetto di riforma della legge del 1948. Il nuovo disegno di legge viene presentato alle Camere nel novembre successivo e viene aspramente contestato: questo disegno di legge – scrive Giuseppe Maranini – non solo non rinnova nulla ma rincara nel modo più sconcertante e peregrino le sanzioni. Non solo le insensate pene della legge del 1948 sono mantenute ma le conseguenze civili e le sanzioni accessorie sono aggravate fino alla stravaganza tanto che la semplice sostituzione di un ‘potrà’ con ‘dovrà’ costringe il magistrato ad applicare le sanzioni previste anche contro la sua coscienza.

Vivamente allarmati, Alberto Bergamini, Enrico Mattei, giornalista e futuro presidente dell’ENI, e Leonardo Azzarita, chiedono un immediato colloquio con Aldo Moro, il quale, rendendosi conto che effettivamente qualcosa non quadrava nel nuovo disegno di legge, assicura il Consiglio direttivo della Federazione Nazionale della Stampa Italiana che… le preoccupazioni espresse dai giornalisti saranno oggetto di un attento esame che desidero di poter compiere avvalendomi della collaborazione delle organizzazioni dei giornalisti prima che si proceda in sede parlamentare.

Intanto, il 13 luglio, si svolge a Bari il processo contro il Direttore della Gazzetta ed il suo corrispondente Ciro Buonanno. Nonostante le proteste, le prese di posizione, le buone intenzioni e l’appassionata difesa degli imputati da parte dell’avv. Russo Frattasi, il Direttore è condannato a 6 mesi e 20 giorni di reclusione ed una multa di 15mila lire; Ciro Buonanno a 2 mesi di reclusione ed una multa di 10mila lire e la pena viene sospesa per entrambi.

Il processo a Franco Percoco, invece, si svolge nel mese di ottobre del 1956 e, solo per l’abilità e la grande esperienza forense di Giuseppe Papalia, coadiuvato dai giovani avvocati Aurelio Gironda e Achille Lombardo Pijola, che si riesce ad ottener il rinvio di due anni. Il 17 novembre la Corte di Assise, presieduta dal giudice Carlo Manna, accoglie la richiesta del collegio della difesa di sottoporre l’imputato a perizia psichiatrica. Il 12 luglio 1958 Franco Percoco viene condannato all’ergastolo. Il processo di appello per Luigi de Secly e Ciro Buonanno si svolge il 6 dicembre del 1957: il Giudice conferma la sentenza ed i difensori ricorrono in Cassazione dove saranno poi assolti.


Nicola Mascellaro

EPILOGO – Il 12 dicembre 1960 l’ergastolo di Franco Percoco fu commutato in trent’anni di reclusione. Ne scontò poco più di venti, e fu scarcerato nel gennaio del 1977.  Andò a vivere a Napoli e nel 1981 si trasferì a Torino dove trovò lavoro come impiegato e si sposò. Franco Percoco è morto il 14 febbraio 2001. L’appartamento di Bari dove si consumò l’atroce delitto non venne mai più abitato. Il palazzo fu abbattuto negli anni Ottanta e ricostruito. Oggi al numero civico 12 di via Celentano c’è un esercizio commerciale.

Il lunedì successivo 11 giugno, Ciro Buonanno, il corrispondente della Gazzetta da Napoli, racconta la confessione completa di Franco Percoco
L’accusa, contro Buonanno e contro il Direttore del giornale, è quella di aver consentito la pubblicazione di notizie impressionanti e raccapriccianti, relative al noto omicidio commesso da Franco Percoco

Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.

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