Il “lockdown” pugliese del 1956
bari, la neve febb. 56
Quella del ’56 non fu solo una straordinaria, copiosa nevicata. Fu un vero dramma che coinvolse tutti i capoluoghi della Puglia. Cominciò il 2 febbraio e si protrasse per tutto marzo. L’inaspettato gelo provocò un vero lockdown di tutte le attività produttive, la distruzione dei raccolti, la fame, le rivolte, i morti. Il miracolo economico appena iniziato si tramutò in un beffardo miraggio. La ricostruzione dettagliata di quei tragici mesi raccontata da Nicola Mascellaro.
Era iniziato male quel 1956. Fin dai primi giorni di gennaio, la Puglia era stata investita da un freddo pungente e, a partire dal 2 febbraio, arriva la neve, la morte per le nostre contrade abituate a inverni miti. E viene giù ininterrottamente, per ore, come una cascata di grandi, meravigliosi fiocchi d’avena solo che, invece di essere dorati, sono bianchi, immacolati, splendenti e mortali come le dita adunche della scheletrica dama nera quando adocchia la sua vittima.
È una catastrofe senza precedenti come senza precedenti è lo spesso sudario bianco che ammanta e distrugge le campagne, l’unica risorsa dell’economia meridionale. In decine e decine di paesi dell’entroterra, la coltre bianca ha superato il metro e mezzo. Sulla Murgia, ci sono tre metri di neve. Gioia del Colle, Locorotondo e Santeramo sono rimaste isolate per due giorni. Bloccate intere zone del Gargano e del Potentino. L’intera provincia di Matera è tagliata fuori per diversi giorni. Per la prima volta, i materani vedono un elicottero che fornisce viveri alla popolazione e agli animali. Non ce n’è per tutti, per migliaia di pecore, mucche e capre non c’è scampo: se non muoiono assiderati, soccombono alla fame.
Le città sono paralizzate. Fermo il traffico stradale e ferroviario, ferma l’economia urbana. Manca tutto, i primi ad accorrere, con ogni sorta di generi alimentari, sono gli americani. Le fabbriche, quelle poche che ci sono, restano ferme per l’assenza di energia e acqua. Le tormente di vento e neve hanno divelto tralicci elettrici, il gelo ha fatto scoppiare le condutture dell’acqua. Lecce resta per quattro giorni senza corrente elettrica.
I Comuni fanno quello che possono, ma i disoccupati sono migliaia e le bocche da sfamare decine di migliaia. Vengono ingaggiati spalatori per poche lire giornaliere. Non importa, tutto serve, purché si porti un pezzo di pane a casa. Ma ugualmente non si riesce ad accontentare tutti e nella neve e per la disperazione, i disoccupati assediano i Municipi: chiedono sussidi alimentari.
Duemila a Corato, millecinquecento a Foggia, mille a Manduria ed altrettanti a Ruvo e Gioia del Colle. A Venosa mille braccianti muniti di badili e picconi si scontrano con la Polizia e ci scappa il morto. Ad Andria seicento spalatori alla fine della giornata si recano al Comune per essere pagati, ma in Municipio non c’è nessuno ed uno sfortunato incidente provoca un’altra vittima.
Quando finalmente la furia bianca smette di scendere da un cielo plumbeo e impietoso, la pioggia e il disgelo completano l’opera di distruzione allagando migliaia di ettari di terreno. Eppure, non è finita. A fine febbraio il cielo si rischiara, appare di nuovo il sole e le gemme di qualche mandorlo, che sono riuscite a sopravvivere, cominciano a fiorire. Ma le bianche corolle non fanno in tempo a dischiudersi completamente che a metà marzo la neve, più impietosa che mai, torna a coprire città e campagne.
E tornano, purtroppo, gli incidenti, gli scontri mortali fra disoccupati e forze dell’ordine. Il 15 marzo a Barletta, tremila dimostranti assaltano i depositi di viveri della Pontificia Commissione di Assistenza con l’intento di saccheggiarla. Lo scontro con la Polizia è inevitabile. Inizia con una sassaiola a cui viene risposto con bombe lacrimogene poi, d’improvviso, scoppia una bomba a mano e la Polizia, presa dal panico, apre il fuoco. Non spara ad altezza d’uomo, altrimenti sarebbe stata una carneficina, non di meno restano sul selciato due braccianti morti, otto feriti fra dimostranti e ventisette fra le forze dell’ordine. Nonostante le strumentalizzazioni, al fondo di questi episodi, c’è la rabbia sorda di chi è perseguitato dalla sfortuna, dalla natura ingrata, dalla pura speculazione e dall’incepparsi della macchina burocratico-amministrativa dello Stato, delle Province, dei Comuni. È la rabbia di chi, dopo aver appena intravisto un raggio di luce, il ‘miracolo economico’ del Paese era alle porte del Mezzogiorno, batte le palpebre e si accorge ch’è un miraggio: è tutto come prima, discriminazione, noncuranza, abbandono, miseria!
Nicola Mascellaro
Nella foto: la vecchia sede della Gazzetta del Mezzogiorno di Piazza Roma, odierna Piazza Moro, durante il più terribile inverno che la Puglia abbia mai conosciuto (da N. Mascellaro, Una finestra sulla storia, vol 3, p. 270)

Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.