Quando musica e arte si incontrano: il fregio di Klimt ispirato da Beethoven
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Le vacanze estive ci portano a scoprire posti vicini, ma anche città lontane da noi, come Vienna, ex capitale dell’impero asburgico. Vienna è la città dai sontuosi e nobili palazzi, dalle residenze dell’imperatore Francesco Giuseppe e della sua consorte Elisabetta, detta Sissi; è la città dove hanno vissuto figure importanti come Mozart, Beethoven, Strauss, Freud; è il luogo dove si può assaporare una buonissima torta Sacher, ma è anche la città di Gustav Klimt, ed è proprio di una sua opera che oggi parleremo.
L’artista è conosciuto principalmente per alcuni quadri famosi come Il Bacio, Giuditta – presenti presso il museo Belvedere – e La vita e la morte al museo Leopold a Vienna.
Ma Klimt è famoso anche per essere il fondatore del movimento della Secessione viennese. Questa corrente artistica era composta da diciannove artisti che si erano distaccati dal rigido ambiente accademico per fondare una nuova associazione volta ad una rinascita delle arti e dei mestieri. L’ideale principale era quello della Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale, che prevedeva un’interazione tra le diverse discipline, tra cui architettura, pittura, arte plastica e musica.
Nel 1902, in occasione della quattordicesima esposizione dell’Associazione, organizzata da Joseph Hoffmann e tenutasi presso il Palazzo della Secessione a Vienna, Klimt realizzò il cosiddetto Fregio di Beethoven, ispirandosi al plastico del musicista realizzato da Max Klinger. Abbiamo avuto la fortuna di ammirare questa opera particolare, approfondiamo insieme le sue fattezze.
Il tema principale del fregio è la Nona sinfonia di Beethoven e raffigura la ricerca umana della felicità, rappresentata da geni fluttuanti che ricorrono per tutte le pareti. Questo motivo orizzontale viene interrotto da alcune scene: la prima raffigura una donna nuda in posizione eretta e una coppia sempre nuda in ginocchio – simbolo dell’umanità sofferente – che implora l’aiuto di un cavaliere, il quale si avvia verso la ricerca della felicità, sostenuto da due figure femminili alle sue spalle, allegorie della Compassione e dell’Orgoglio.

Questa ricerca, però, non è esente da difficoltà, infatti il cavaliere – che rappresenta l’Artista – dovrà sconfiggere le seduzioni delle “forze ostili”, rappresentate in un’altra scena dominata dal mostruoso gigante Tifeo – simbolo dell’ottusità materialista – attorniato dalle sue figlie, le tre Gorgoni, mentre al di sopra ci sono le allegorie della Malattia, Pazzia e Morte. A destra, invece, sono presenti altre tre donne che simboleggiano la Lussuria, l’Impudicizia e l’Intemperanza. Il fregio continua con una figura smilza più in disparte che rappresenta il “dolore struggente”.
Dopo queste figure malefiche appare l’immagine della Poesia, una figura femminile con la lira. Poi segue un tratto di parete vuota sotto il quale, nell’allestimento originale della mostra, c’era un’apertura che permetteva di vedere il plastico di Max Klinger. Dopodiché c’è la trionfante scena finale rappresentata da alcune figure femminili – le Arti – che introducono il Coro degli angeli del Paradiso, il quale attornia due amanti, probabilmente il Cavaliere che si congiunge con la figura femminile della Poesia.
Il fregio non era stato concepito come un’opera permanente, ma doveva essere asportato al termine della mostra e all’epoca non fu nemmeno apprezzato, in quanto alcune figure, tra cui le allegorie del male, furono considerate ripugnanti. Fortunatamente l’opera venne acquistata dal collezionista Carl Reininghaus, che la fece tagliare in otto segmenti per poterla staccare più facilmente dalla parete.
Nel 1915 il fregio fu venduto all’industriale August Lederer, ma nel 1938 i nazisti espropriarono i suoi beni tra cui anche l’opera di Klimt. Solo nel 1973 il fregio rientrò nuovamente in possesso dell’Austria e venne accuratamente restaurato in una decina d’anni. Oggi, dopo tante vicissitudini, si trova esposto nel piano interrato del Palazzo della Secessione.
Viaggiare induce a scoprire particolarità come il Fregio di Beethoven che non è solo un’opera di rottura rispetto ai generi artistici preesistenti, simbolo del genio indiscusso di un artista, ma fondamentalmente rappresenta il tentativo di mettere in luce uno dei desideri più profondi dell’uomo: la ricerca della felicità appagata dall’amore e dall’arte.
Martina Ragone è nata a Triggiano, ora vive a Verona dove insegna e fa volontariato. Si è laureata in lettere classiche alla triennale e in lettere moderne alla magistrale a Siena. Appassionata di cultura, poesia, arte e musica. Collabora con “In città” di Giovinazzo e ha diretto “Nero su Bianco”, il giornale della Cappella Universitaria di Siena.













