Via Latilla: ma Latilla chi?
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Se sentiamo pronunciare il nome di Latilla, pensiamo subito al famoso cantante Gino Latilla. Nessuno pensa al Gaetano, il grande musicista del Settecento, zio e maestro del più noto Niccolò Piccinni, a cui è intitolata una strada del quartiere Murat di Bari. Di Gaetano Latilla nato a Bari nel 1711 e morto a Napoli nel 1788, già il Vito Antonio Melchiorre, con amarezza, aveva affermato: “la patria lo ha quasi dimenticato”. Smemoratezza tutta barese, che tuttavia Francesco Quarto riesce a superare con il suo suo tipico umorismo nostalgico.
Lungi dal voler avviare una polemichetta di campanile sul valore e la qualità della canzonetta italiana degli anni Cinquanta. Siamo nati e cresciuti alla scuola di Beatles e Rolling Stones e siamo sempre nell’animo, e non solo, rockettari sfegatati. Ma non ci neghiamo la voluttà di discettare di melodia e di rime “cuore/amore” quando i protagonisti sono i nostri conterranei.
Pensavamo a ciò percorrendo via Latilla, suggestionati dal toponimo che ci rinviava immediatamente al cantante barese Gino, che imperversava sulle radio, e poi sulle televisioni, nei primi anni del boom del dopoguerra.
La felicissima, poi, occasione di aver gradito la fiction dedicata al grande Carosone, poco tempo fa sui nostri teleschermi, ci ha persuaso a prendere di petto la “question” Gino Latilla.
Andiamo per “disordine”. Uno dei momenti topici della vicenda di Renato Carosone è stato quello che ha visto l’esibizione della sua orchestra negli studi della nascitura Rai. La canzone scelta era stata E la barca tornò sola. Una versione che definire parodistica è sminuire la mostruosa capacità di Carosone, dell’alter ego di Gegè Di Giacomo e di tutti i suoi, di trasformare una lamentevole e tragica vicenda di drammi marinari in una scatenata e ininterrotta risata liberatoria e apotropaica.
La canzone era stata poco tempo prima presentata al Festival di Sanremo dal nostro barese Gino Latilla. Pare che il melodrammatico testo avesse provocato reazioni contrastanti e negative nel pubblico radiofonico, che inviò lettere e cartoline di minacce all’incolpevole interprete. Sicuramente la cover di Carosone servì a far rientrare la tensione e il malanimo iniziali. Per quanto ci riguarda abbiamo apprezzato la canzone da adulti, canticchiandola spesso e ridacchiando opportunamente e sguaiatamente.
Ma Latilla continuò a dominare le scene della canzone melodica, e anche le pagine del tabloid dell’epoca per le sue vicende sentimentali con una collega, Carla Boni, che divenne sua moglie.
Il suo palco fu scalzato solo quando una nuova schiera di musicisti e cantanti si affacciò alle soglie della notorietà, e fu proprio un altro nostro conterraneo doc, Domenico Modugno, a infliggere un duro colpo con i suoi “urletti”, forieri del rock&roll d’oltreoceano.
Gino Latilla ci ha lasciato una serie di canzoni che ancora i nostri più anziani ricordano con piacere e nostalgia, ma che anche i più giovani sanno apprezzare (Vinicio Capossela ha offerto una sua versione della Barca tornò sola): qui vogliamo segnalare Vecchio Scarpone e Casetta in Canadà, Cirrillino cì, Tipitipitipso, El bajon, spesso in coppia con Carla Boni o Nilla Pizzi.
Insomma un grande, ma non una meteora occasionale. Gino era infatti figlio di Mario, impresario di compagnie teatrali con i De Filippo, e compositore di classici dei tempi tra le guerre: Violino tzigano, Tango della gelosia, La sagra di Giarabub.
Gino Latilla, conclusa la sua carriera di cantante, diventò un dirigente della Rai, e telecronista sportivo, salvo partecipare alle frequenti trasmissioni di amarcord musicale. La sua storia è nota. Ricordiamo solo una notizia da gossip d’annata: Gino fu fidanzato addirittura con Nilla Pizzi, la prima e trionfale dominatrice del Festival di Sanremo, ma sposò Carla Boni, dalla quale poi si separò, pur continuando nella comune carriera musicale.
Il nostro volo tra ricordi nostalgici si ferma e riatterriamo in via Latilla. Ma la nostra strada non è stata dedicata a Gino o al padre Mario, bensì a Gaetano, che non ci risulta essere avo dei Nostri. Ma musicista anch’egli, e di fama, noto a Roma, Napoli e Venezia, zio del grande Niccolò Piccinni, forse suo primo maestro. Tra le sue oltre 40 opere ci sono: Demoofonte, Romolo, La finta cameriera e L’amore artigiano. Siamo insomma nelle eccellenze locali, ci “dibattiamo” nelle eccellenze locali, anche in fatti di musica. Ma ci fermiamo qui perché altrimenti le diramazioni e i rivoli di cultura e di erudizione ci porterebbero molto, molto lontano.
Aggiungiamo solo un aneddoto personale. Ero ancora un fanciullo (quindi niente ancora Beatles e Rolling Stones) e insieme ai miei mi recai nella ridente cittadina di Adelfia, per la sagra di San Trifone. Non a Montrone, dove, da parte materna esistevano insediamenti parentali, ma proprio nella antagonistica Canneto pure abitata da zii o cugini di mamma o di nonna. Su una delle piazze principali era stata edificata la Cassa Armonica dove si sarebbero esibite le stelle di prima grandezza: Gino Latilla e Carla Boni. Eravamo ospiti di parenti la cui abitazione era proprio su quella piazza, e dai balconi potemmo fruire di una vista privilegiata. I particolari dei ricordi sono sfocati, ma mi resta impressa la gioia incontenibile di mio padre nel poter assistere così da vicino all’esibizione del suoi beniamini e di Gino, suo amico di gioventù. Ci si accontentava davvero di poco, a quei tempi!
Foto: Nicola Antonio Imperiale

Francesco Quarto è nato e vive a Bari. Da poco in pensione dopo tanti anni di vita da bibliotecario durante i quali ha “supportato” generazioni di studenti e non solo: docenti, ricercatori, accademici e continua a mantenere relazioni e contatti. Sviluppa le sue ricerche sulla storia della tipografia antica in Puglia scoprendo numerose edizioni ignote. La storia della città di Bari e l’altro ambito privilegiato dei suoi interessi. Da due anni ha una rubrica sui nostri quotidiani, molto apprezzata dai baresi e anche da viandanti e viaggiatori di passaggio nella città.





