Quando la Henderson si portò via la memoria storica del porto di Bari

Handerson-9aprile1945

Handerson-9aprile1945

Erano le 11.57 del 9 aprile 1945 quando, all’improvviso, una nave americana, la Charles Henderson, saltò completamente in aria nel porto di Bari mentre erano in corso le operazioni di scarico delle armi. Il bilancio fu tremendo: oltre quattrocento le vittime tra militari e civili, oltre millesettecento feriti, vari capannoni distrutti, tre gru abbattute, pressoché distrutta l’intera attrezzatura portuale. L’onda d’urto fu avvertita in tutta la città tanto che andarono in frantumi tutte le finestre nel raggio di alcuni chilometri e decine furono le case lesionate nella città vecchia, che costrinsero gli inquilini ad abbandonare le loro abitazioni.

Francesco Morra

Ne parliamo con Francesco Morra, ideatore del documentario sul bombardamento tedesco del porto prodotto dalla SD Cinematografica e andato in onda in prima visione per La Grande Storia di Rai 3 nel 2014, nonché autore delle ricerche storiche pubblicate nel libro Top secret Bari 2 dicembre 1943 (Castelvecchi).

Una nuova tragedia dunque si abbatteva su Bari dopo il bombardamento tedesco del 2 dicembre 1943.

Libro di F. Morra

«Sì, Bari fu interessata da due diversi tragici episodi di guerra: il primo avvenne la sera del 2 dicembre 1943, con il bombardamento del porto da parte dell’aviazione tedesca; ed è in questa occasione che saltò in aria la John Harvey con il carico di iprite. Il secondo episodio, appunto, avvenne il 9 aprile 1945, a pochi giorni dalla fine della guerra, quando la Charles Henderson, una nave cargo americana tipo Liberty Ship, saltò completamente in aria. Ancora oggi, molti baresi non sembrano essere a conoscenza del fatto che si tratti due distinti eventi bellici, a giudicare, talvolta, da alcuni commenti che si leggono sui social».

Dove si trovavano la Harvey e la Henderson al momento delle esplosioni? Ebbero un effetto diverso per i danni provocati alla città e ai baresi?

«La John Harvey (2 dicembre ‘43) si trovava ancorata lungo il Nuovo Molo Foraneo al molo 26: in pratica si trovava all’estremità del molo, quasi in mare aperto. Proprio il fatto che si trovasse ormeggiata così lontano ha evitato che i gas velenosi si dirigessero verso la città, grazie anche all’aiuto del vento che spirava verso il mare. La Charles Henderson (9 aprile ’45) si trovava invece ormeggiata alla banchina 14, dove oggi c’è il Terminal Crociere e si trovava quindi nel centro del porto e molto più vicina alla città vecchia. La tremenda esplosione della Henderson – oltre a provocare un’immane strage di vite umane, oltre quattrocento vittime – causò il crollo e il danneggiamento di molte abitazioni nella città vecchia. Secondo quanto riportato da Pasquale Trizio nel suo recente “Bari. La città in guerra” (Gelsorosso), ben novecentotrentotto famiglie della città vecchia furono costrette ad abbandonare le loro abitazioni, almeno temporaneamente. Una strage e uno stravolgimento nella vita di alcune migliaia di cittadini baresi».

Nel suo libro scrive che la terribile esplosione della Henderson cancellò in un attimo la memoria storica del porto di Bari. Ci può spiegare?

Libro del dr. Trizio

«Partirei da un’esperienza personale: nel giugno 2011 ero a Bari per effettuare le interviste per il documentario. Avevo già fatto interviste in Inghilterra ma stavo trovando difficoltà nel rintracciare baresi che potessero avere delle storie da raccontare: avevo consultato in emeroteca la serie storica della Gazzetta del Mezzogiorno, avevo letto alcuni libri di memorialistica sulla Bari contemporanea ma del bombardamento del porto si trovava poca traccia (a parte ovviamente il libro di Infield). Avevo chiesto aiuto al dr. Pasquale Trizio, all’epoca Presidente ANMI e al prof. Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’IPSAIC, ma anche loro mi informarono che la ricerca era alquanto difficoltosa per quanto fossero poi riusciti a rintracciare alcune persone.

«Tuttavia qualcosa non mi tornava: come era possibile che di questo drammatico bombardamento fosse quasi impossibile averne traccia nella memoria storica barese? Era come se un buco nero ne avesse inghiottito la memoria. Nel corso dell’intervista Trizio accennò di sfuggita alla vicenda della Henderson, che però in quel momento non mi interessava ai fini del documentario. Nel pomeriggio mi recai a intervistare il prof. Leuzzi e fu lì che finalmente compresi».

Cosa?

«Nel corso dell’intervista anche il prof. Leuzzi accennò alla Henderson. “Ci risiamo, riecco la Henderson”, pensai. Poi chiesi: “Scusi prof., ma quante furono le persone che morirono?”. “Quattrocento” mi rispose. “Ma erano tutti americani?”, chiesi. “Oh, no, no, erano quasi tutti baresi, quasi tutti i portuali”.

«Ed è stato lì, in quel momento, che mi sono accorto della portata del dramma della Henderson: in un solo secondo la Henderson si era portata via la vita di quattrocento baresi, quasi tutti i lavoratori portuali. Ma non solo: in quei pochi secondi era scomparsa anche la memoria storica di un’intera generazione che aveva lavorato al porto negli anni precedenti, che aveva visto il porto nascere e svilupparsi, che aveva assistito alla Resistenza del porto di Bari da parte del generale Bellomo, che aveva assistito al bombardamento del 2 dicembre ’43. In pochi istanti, tutta questa vita, tutta questa memoria storica era stata polverizzata e spazzata via. L’esplosione della Henderson, avvenuta a mezzogiorno, fu un evento così drammatico che colpì tutta la città che si sovrappose e forse persino superò, per metterla in secondo piano, la memoria dell’evento del 2 dicembre».

La lapide al porto di Bari testimonia la dimensione del dramma.

«Sì, è impressionante leggere i nomi: Altomare, Amoruso, Attolico, Carofiglio, Carrassi, Capasso, Cassano, Catalano, De Marzo, De Tullio, Fanelli, Introna, Ladisa, Lattanzi, Lorusso, Lopez, Maselli, Milella, Mongelli, Partipilo, Signorile, Stramaglia, solo per citarne alcuni. Tutta la baresità scorre in quei cognomi.

Lapide al porto

«Ora risultava più chiaro comprendere perché degli avvenimenti della resistenza al porto o del bombardamento fosse difficile ritrovare memorie: dei lavoratori portuali non era rimasto più nessuno».

Lapide commemorativa

Che rapporto ha oggi Bari con la memoria storica della Seconda guerra mondiale della propria città e del porto?

«Il cambio di passo è avvenuto dalla fine degli anni ’90, inizi 2000. Le ricerche intraprese da Vito Antonio Leuzzi, Pasquale Trizio, Giuseppe Grande, hanno arricchito la conoscenza storiografica degli eventi. L’IPSAIC e l’ANMI hanno poi dato notevole importanza nel celebrare i momenti di ricorrenza direttamente nel porto per rivolgere un pensiero a chi ha perso tragicamente la propria vita. Aggiungerei anche che i social hanno avuto, da questo punto di vista, un effetto sicuramente positivo, poiché il ricordo di questi eventi raggiunge, attraverso la condivisione dei post, un numero sempre più elevato di persone. La trovo una cosa importante per riaffermare l’importanza e il legame che i baresi devono avere nei confronti del proprio porto e delle persone che vi lavorano. Perché la storia di Bari del ‘900 passa in gran parte per il porto».


Bibliografia

Francesco Morra, Top Secret Bari 2 dicembre 1943, Castelvecchi

Pasquale Trizio, Bari. La città in guerra, Gelsorosso

Vito A. Leuzzi, Bari, 9 aprile 1945. La terrificante esplosione della nave Henderson, Edizioni dal sud

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