Fenomeno mental coaching: può aiutare un allenatore della mente?
mental coach
Basta trascorrere qualche minuto sui social network per imbattersi in post o video che prontamente suggeriscono qualche piccolo segreto per stare bene. Sono ormai migliaia e tutte estremamente seguite, infatti, le pagine gestite dai mental coach, allenatori della mente che promettono di supportare chiunque nel controllo dello stress, al fine di ottenere il massimo delle prestazioni in ogni ambito.
Vita, affari, sport e amore: ecco i principali settori in cui si rivela necessaria una guida che possa illuminare il giusto percorso verso benessere e successo. E la copiosa offerta di consigli trova sempre un ampio pubblico desideroso di porre fine a numerose situazioni problematiche.
Ma la figura del mental coach, che mediamente si forma con un corso della durata di quattro mesi, può davvero essere di sostegno per il raggiungimento del benessere mentale? Proviamo a comprendere tale questione con l’aiuto della Dottoressa Paola Gaudio, psicologa e psicoterapeuta.
Quello del mental coaching, sul web, è diventato un vero e proprio fenomeno. Per quale ragione?
«Ritengo che i social siano una lente d’ingrandimento sulla realtà che viviamo. Non mi stupisce, quindi, che faccende relative al benessere psicologico, condivisioni sui propri disagi e percorsi di supporto, conquistino sempre più le luci della ribalta. Il web è una cassa di risonanza ed è inevitabile che offra risposta alla domanda di benessere della persona a 360 gradi»
È aumentato il livello di malessere tanto da richiedere la guida costante di queste figure?
«Non credo sia aumentano il malessere; credo che pian piano stiamo imparando a parlarne di più, a condividerlo, a sdoganarlo, a scioglierlo lentamente dallo stretto legame con la vergogna, l’imbarazzo e l’autocolpevolizzazione»
C’è il rischio che un mental coach possa trattare con superficialità tematiche complesse (generando nell’ascoltatore un semplice piacere momentaneo) oppure è più probabile che conduca le persone alla consapevolezza delle problematiche?
«Il nostro organismo è tendenzialmente saggio e naturalmente orientato verso la crescita, per cui credo che se del malessere c’è, questo trovi il modo per esprimersi e venire a galla.
Può succedere che un individuo tragga un giovamento iniziale da una prima presa in carico, ma se nel profondo albergano disagi più importanti, questi troveranno una via d’uscita, come succede spesso con i sintomi ansiosi, depressivi, ossessivi. Essi altro non sono che “fenomeni”, cioè modalità attraverso le quali il malessere si manifesta, si mostra e si fa vedere.
Sento molti colleghi posizionarsi in un’ottica di anti-counselling; io penso che ogni professionista che operi secondo scienza, etica e coscienza, possa apportare un grande contributo al benessere della persona, sapendo bene qual è il proprio ambito d’intervento, quali sono i propri limiti e responsabilmente demandando ad altre figure professionali la presa in carico di situazioni non prettamente di propria competenza»
In quali situazioni è meglio (o necessario) preferire lo psicoterapeuta al mental coach?
«Penso sempre al counselling e al coaching come ad una sorta di primo gradino tramite il quale la persona può avere accesso a delle consapevolezze, può focalizzare alcune difficoltà, può elaborare strategie operative per far fronte ad alcuni problemi.
Se però le difficoltà sono più pervasive, se gli strumenti utilizzati non risultano efficaci, se il funzionamento della persona risulta ostacolato su più piani, se nel corso del percorso di coaching emergono tematiche relative ad una compromissione nella regolazione emotiva, se non addirittura relative a vissuti depressivi, ansiosi, suicidari, traumatici, allora il professionista sanitario (psicologo, psicoterapeuta, psichiatra) diventa la figura di riferimento.
Per questo motivo ritengo fondamentale che il mental coach sia formato adeguatamente e che sia in grado di riconoscere indicatori di disfunzioni e disturbi per i quali la psicoterapia risulta strumento essenziale. Pertanto, ritengo che la regolamentazione delle professioni di mental coach e counsellor sia fondamentale»
Quello del mental coaching, quindi, diventa uno strumento potenziante, seppur con alcuni limiti imposti dalle problematiche più serie: quelle per cui un buon allenatore non basta e diventa indispensabile il ruolo del terapeuta che può accompagnare ogni individuo verso lo sviluppo armonico della propria personalità.
Copertina: Nicola Antonio Imperiale
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Maria Bruno è redattrice, scrittrice e dottoressa in Educazione Socio Culturale e Interculturale. In passato ha collaborato con le testate giornalistiche "Il quotidiano italiano" e "Barinedita". Dal 2021 è insegnante Mindfulness (protocollo MBSR e protocolli personalizzati) e coach personale e spirituale. Da luglio 2020 è impegnata in svariati progetti a supporto delle persone vittime di abuso e violenza. Ha uno spirito nomade e il suo posto nel mondo è il mondo.