Leggende popolari baresi: Mìinze Cule e la Morte Befanì

morte befanì

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La Puglia è un luogo ricco di folklore e, come ben sappiamo, sono tante le leggende, i racconti e le favole che arricchiscono la cultura popolare e le tradizioni della città di Bari. In questa rubrica, oggi riportiamo due storie che un tempo le nonne narravano davanti al fuoco ai loro nipoti per farli star buoni e per ammonirli sulle conseguenze dei comportamenti sbagliati. I due racconti in questione sono: la storia di Mìinze Cule (Mezzo Culo) e la Morte Befanì.

Mìinze Cule

In una fredda serata e in una modesta casa di Bari Vecchia, una famiglia pensò bene di friggere qualche panzerotto per riscaldarsi, ma non possedendo la “fresore”, ossia la padella per friggere, la madre pensò di mandare sua figlia maggiore a chiederla in prestito dalla bisbetica e cattiva Angiolina, la megera soprannominata dalla gente del luogo: Mìinze Cule.

L’incontro con la vecchia

La ragazza, pur timorosa d’incontrare la vecchia, riuscì a farsi prestare la padella dalla donna, con la promessa però che l’avrebbe riportata insieme a un piatto di panzerotti e calzone.

La famigliola si mise subito all’opera e, in men che non si dica, non solo preparò la frittura ma la mangiò tutta, dimenticando completamente la promessa fatta.

Quando si accorsero del disastro, madre e figli furono presi dal panico. La poca massa e gli ingredienti rimasti non bastavano per fare nuovi panzerotti, così unirono alla farina anche il cibo delle galline, scarafaggi, topi e quanto altro trovarono, nella disperata speranza che la frittura avrebbe attutito il cattivo sapore. Poi riconsegnarono a Mìinze Cule la sua fresore e il piatto di panzerotti improvvisati.

Mìinze Cule capisce l’inganno

La vecchia, dopò aver assaggiato il cibo, capì di essere stata gabbata e impazzì dalla rabbia. Con un lenzuolo in testa, un bastone di metallo e delle campanelle, attraversò Bari Vecchia fino ad arrivare alle porte della casa della povera famiglia.

La vecchia Mìinze Cule impazzisce dalla rabbia

Nel panico, la famigliola per rallentare la vecchia insaponò i gradini di casa, così ad ogni passo fatto sulla scala d’ingresso la megera cadde, rompendosi un arto, ma questo non la fermò, anzi la sua rabbia, le sue grida e le sue bestemmie aumentarono.

Con un colpo di sedere riuscì a spalancare la porta di casa e fece strage dei presenti, con l’eccezione di uno dei bambini che si era nascosto in un vaso.

La vendetta

Di lì a poco, tornò il capofamiglia e informato dal figlio superstite dei tragici avvenimenti, si armò di tutto punto e corse dalla vecchia in cerca di vendetta.

Mìinze Cule alla vista dell’uomo mentì e spergiurò di non essere lei la colpevole di un tale scempio ma nulla poté contro la testimonianza oculare del figlio superstite. Il padre la uccise senza pietà.

Lieto fine

Poi, tornò a casa con il bambino al suo fianco e, dopo aver formulato una preghiera grazie alla Manna di san Nicola, riuscì a far tornare in vita la sua famiglia.

Insomma, una storia alquanto cruenta ma fortunatamente con un lieto fine, almeno per quanto riguarda la famigliola.

Non meno cruento è il nostro secondo racconto.

La Morte Befanì

Bisogna subito dire che, come Babbo Natale ha diversi antagonisti, più o meno buoni, nella tradizione barese la befana ha una sua versione malvagia: la Morte Befanì. Di conseguenza la notte fra il 5 e il 6 gennaio girano per Bari due befane: una porta i doni e una la morte.

La Befana classica che porta i doni

Questa seconda signora, descritta alle volte con qualche caratteristica diversa, è tendenzialmente rappresentata coperta da un lenzuolo nero, con una grande falce in mano e con un treppiede capovolto in testa e tre candele accese, una per piede. Ha il pessimo vizio di usare il carbone per segnare le porte delle case dove durante l’anno ci sarà un decesso e, cosa sorprendente, durante la notte della sua “ronda”, gli animali parlano e chi li sente normalmente muore sul colpo.

La Morte Befanì è praticamente una rappresentazione della Morte

Il coprotagonista

Qui la storia si differenzia a secondo delle versioni, e il coprotagonista della storia cambia: per alcuni queste antiche tradizioni erano beffeggiate, al tempo dell’emirato musulmano (847-871), dal secondo emiro Mufarrag Ibn Sallam, per altri invece si trattava di un semplice guerriero saraceno che rideva di queste credenze e sicuro della sua forza, si vantava che se avesse incontrato la Morte Befanì, l’avrebbe decapitata.

La sfida

Per dar seguito alle sue parole, il personaggio in questione, emiro o capitano ai fini della leggenda poco importa, iniziò a vagare per le strade di Bari Vecchia, proprio la notte fra il 5 e il 6 gennaio, quando tutti i baresi erano chiusi in casa per il timore di incontrare la vecchia befana.

L’arabo non tardò ad incrociare la sua avversaria e dopo aver perso in un attimo tutto il suo coraggio, grazie a un colpo della falce della befana, perse anche la testa che rotolò fra le strade di Bari, fino a spiccare un salto grazie ad una pietra appuntita e a incastonarsi nell’architrave di un’abitazione.

La storia però non finisce qui, perché non solo le apparizioni della Morte Befanì non cessarono ma da quel momento i baresi iniziarono a incontrare il guerriero senza testa alla ricerca del suo capo perduto. Anche la storia della sua testa non terminò quella fatidica notte, infatti all’abbattimento della vecchia abitazione dove aveva trovato il suo posto, non scomparve e fu ritrovata incastonata nella facciata del nuovo palazzo che aveva sostituito il primo.

La Cape du turchie

Chiaramente, le dicerie popolari hanno parecchio “ricamato” sugli avvenimenti e se volete vedere quella che nel quartiere è conosciuta come la “Cape du turchie”, vi basta andare in via Quercia 10 e alzare gli occhi. La testa, o meglio una sua rappresentazione di pietra ovviamente, è ancora lì ma mi raccomando l’usanza vuole che passandogli accanto vi facciate il segno della croce.

La Cape du Turchie…
… sulla facciata del palazzo in via Quercia 10

Racconti sicuramente truculenti e spesso violenti in un’epoca forse più ingenua e non segnata dalla televisione e dai cellulari, dove c’era ancora il piacere di raccontare e soprattutto di ascoltare, un tempo in cui la saggezza dei nonni era apprezzata perché insegnavano ai nipoti la differenza fra bene e male, fra giusto e sbagliato, attraverso l’uso di storie educative e sorprendenti, a tratti anche paurose, che ormai fanno parte delle nostre tradizioni e per questo devono continuare a essere tramandate e ricordate.


Foto: Nicola Antonio Imperiale

Immagini: Chatgpt e Bing Image Creator rielaborazione grafica Imperiale Nicola Antonio

Link Wikipedia quartiere San Nicola:

https://it.wikipedia.org/wiki/San_Nicola_(Bari)

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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.

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