Dal sushi alle pratiche di benessere: cosa importiamo della cultura giapponese e in che modo
Il mondo nipponico gode di notevole stima in Italia e in buona parte dell’Occidente. Il solo parlare di cucina giapponese fa brillare gli occhi di molti e il sushi è quasi diventato un’icona del piacere culinario. Nella realtà, però, nelle case del Paese del sol levante, quello che noi definiamo sushi è solo una piccolissima parte di ciò che si serve in tavola. Sono molto più consumati piatti come il nattō (fagioli di soia fermentati) o l’okonomiyaki (una sorta di frittella a base di cavolo cappuccio e cipollotti) che quasi mai troviamo nei menù dei nostri ristoranti orientali.
I concetti della cultura giapponese importati in Occidente
Qualcosa di simile accade per le pratiche legate al benessere fisico e mentale. C’è molto desiderio di importare concetti della cultura giapponese che sono fortemente legati alla longevità e alla salute psicologica, ma nel viaggio verso l’Occidente perdono una parte del loro significato autentico. E smarriscono anche parte dell’efficacia, diventando una semplice moda del momento.
Wabi-Sabi
Iniziamo con il Wabi-Sabi: la bellezza dell’imperfezione. Questo prezioso concetto è stato ridotto, fuori dall’Asia, a uno stile d’arredamento d’interni minimalista o alla moda del vaso riparato con l’oro che diventa un soprammobile di tendenza.

Il Wabi-Sabi è, invece, una profonda visione psicologica ed esistenziale radicata nel buddismo zen. Si fonda sull’accettazione di tre verità fondamentali: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto.
Dal punto di vista della salute mentale, applicare il Wabi-Sabi è un potente antidoto contro il perfezionismo patologico, una delle principali fonti di ansia e depressione nella società occidentale. Riconoscere la transitorietà delle cose, accettare le “crepe” della vita – come i nostri difetti o ciò che ci ha fatto soffrire – sono elementi che ci permettono di sviluppare una solida resilienza cognitiva. Il peso del giudizio si riduce, così come diminuisce la frustrazione di dover esercitare un controllo continuo su tutto.
Il Wabi-Sabi si pratica smettendo di pretendere la perfezione da noi stessi o dagli altri. Significa guardare a qualcosa che ci ha ferito e vederne anche il valore (cosa ci ha insegnato); significa osservare una ruga o i capelli grigi e riuscire a percepire il fascino della narrazione della vita che scorre. Significa, in definitiva, riparare noi stessi con l’oro della consapevolezza vera.
Shinrin-yoku
Poi passiamo allo Shinrin-yoku: il bagno nella foresta. Da noi viene spesso confuso con una comune passeggiata nel bosco, una sorta di trekking domenicale. I più audaci osano abbracciare un albero, magari facendosi scattare una foto che catturi il momento, ed ecco che il “bagno” si trasforma in un comune selfie nella foresta.

La scienza nipponica mostra una realtà ben diversa. Lo Shinrin-yoku è una terapia medica ufficiale codificata nel 1982 dal Ministero dell’Agricoltura giapponese. È un’immersione sensoriale statica e consapevole nei boschi che va praticata senza utilizzare strumenti tecnologici.
La ricerca guidata dal dottor Qing Li, pioniere della medicina forestale, ha dimostrato che gli alberi rilasciano nell’aria i fitoncidi, sostanze che li proteggono dai parassiti. Tali composti organici producono effetti biologici misurabili sugli esseri umani: possono distruggere virus e cellule tumorali, stimolando le difese immunitarie a lungo termine, oltre a ridurre i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress).
La pratica va effettuata immergendosi nell’ambiente forestale attivando consapevolmente i cinque sensi. La camminata lentissima è accompagnata da momenti di immobilità; si ascoltano i suoni, si osservano dettagli, si percepisce il vento sulla pelle o la temperatura dell’aria, si catturano gli odori della vegetazione o del terreno. In questo modo, una persona può beneficiare dei fitoncidi prodotti dagli alberi e, nello stesso tempo, esercitare la piena presenza, lasciando riposare il sistema nervoso.
L’Ikigai
Infine parliamo dell’Ikigai: ciò per cui vale la pena vivere. In Europa e negli Stati Uniti è diventato celebre attraverso un diagramma di Venn creato nel 2011 dall’astrologo e psicologo spagnolo Andrés Zuzunaga, poi reso virale nel 2014 dall’imprenditore britannico Marc Winn. I quattro cerchi del diagramma ci propongono di intersecare ciò che amiamo, ciò di cui siamo capaci, ciò di cui il mondo ha bisogno e per cosa si viene pagati. Ecco che un concetto profondo legato al senso dell’esistenza è stato trasformato in una strategia per fare soldi e crescere professionalmente.
Nel contesto originale, l’Ikigai non ha nulla a che vedere con il successo professionale. Si tratta invece delle piccole motivazioni quotidiane che ci fanno svegliare la mattina con uno scopo. Curare l’orto, bere una tazza di tè verde con un amico, fare ginnastica con i vicini di casa, sono solo alcune micro-azioni capaci di motivarci.

Gli epidemiologi che studiano le “Blue Zone” (le aree del mondo a più alta longevità) indicano l’Ikigai come un pilastro della salute, e l’isola di Okinawa, dove questa filosofia è più diffusa, ha catturato l’attenzione dei ricercatori.
I risultati dell’Ikigai giapponese
Il celebre studio di coorte Ohsaki ha monitorato oltre 43.000 adulti giapponesi, rivelando che chi dichiara di avere un chiaro Ikigai (scopo quotidiano) mostra un rischio di mortalità precoce inferiore del 23%. Chi possiede una direzione precisa manifesta, inoltre, una minore probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari, demenza e depressione.
Gli anziani più longevi di Okinawa, per esempio, non hanno necessariamente cercato la missione della vita nella carriera. Sono persone che coltivano la presenza mentale nei piccoli gesti quotidiani, vissuti con significato; mantengono una solida rete di relazioni che crea un genuino senso di appartenenza; aiutano gli altri e si sentono utili.
L’Ikigai insegna ad assaporare il presente, a riconoscere la bellezza nei gesti piccoli e semplici. Ma soprattutto, ci ricorda che possiamo avere uno scopo ogni giorno, che la nostra vita ha sempre un significato e che per trovarlo basta saper guardare, non il conto in banca, ma quei dettagli che restituiscono all’esistenza un senso che spesso trascuriamo.
Copertina e immagini: ChatGpt e Gemini Google rielaborazione grafica Maria Bruno
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Maria Bruno è redattrice, scrittrice e dottoressa in Educazione Socio Culturale e Interculturale. In passato ha collaborato con le testate giornalistiche "Il quotidiano italiano" e "Barinedita". Dal 2021 è insegnante Mindfulness (protocollo MBSR e protocolli personalizzati) e coach personale e spirituale. Da luglio 2020 è impegnata in svariati progetti a supporto delle persone vittime di abuso e violenza. Ha uno spirito nomade e il suo posto nel mondo è il mondo.