Elvis: il film di Baz Luhrmann ridona al mondo il Re del Rock

elvis copertina ok

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Sensualità, esteticità, ribellione, innovazione, entusiasmo, tormento e ingenuità: è questo l’Elvis Presley che il giovane attore Austin Butler ha portato nelle sale cinematografiche a partire dallo scorso 22 giugno, affiancato dal famigerato Tom Hanks che recita nel ruolo del viscido Colonnello Tom Parker, storico manager del protagonista.

No, non si tratta di un film destinato a chi vuole conoscere nel dettaglio la storia del Re del Rock’n’roll; per questo scopo esistono dozzine di documentari e persino una scrupolosa mini serie del 2005.

L’Elvis di Baz Luhrmann, invece, è un film per quelli che desiderano vivere (o rivivere) l’emozione delirante che si sperimentava al cospetto di ogni show da parte di chi ha offerto alla musica Rock un’icona eterna.

Locandina

È un biopic, certo, la ricostruzione di una biografia ma, a differenza di pellicole come Bohemian Rhapsody di Bryan Singer, il recente lavoro del regista australiano si configura più come un omaggio alla spettacolarità di Elvis Presley che come una sequenza di informazioni precise e indiscutibili.

Il trentenne Austin Butler, infatti, ha interpretato non l’evoluzione cronologica del Re del Rock, bensì la sua parte eterea, estrema, estatica. Non un Elvis che nasce come comune mortale, ma un Elvis prescelto che fibrilla giovanissimo nelle chiese protestanti, nel mondo afro, con un fulmine appeso al collo, quasi a sottolineare il suo essere stato eletto dall’alto per un destino unico.

Pur presentando molti tratti tipici del genere documentaristico, che a volte interrompono fastidiosamente la frenesia delle musiche entusiasmanti, il film di Baz Luhrmann ha riprodotto in chiave contemporanea e quasi kitsch i tratti maggiormente divinizzati di Elvis.

Una scena del film

Al contempo, si enfatizza la venerazione del Re per la “Black culture”, per la musica “Rhythm and Blues” e il cantante del Tennessee diviene un meraviglioso ponte tra due mondi che, negli anni ’50, erano ancora lontani: quello bianco e quello afro.

Parallelamente, compaiono tutte le fragilità dell’uomo dietro al personaggio: il bisogno d’amore che lo ha reso terribilmente manipolabile al cospetto del Colonnello Parker, il vuoto interiore incolmabile (sopperito in maniera tossica dai farmaci) e persino l’ingenua incapacità di gestire quel successo dai mille record.

L’emozione c’è, travolge e ci sono anche tutte le movenze tipiche di Elvis che non vengono banalmente imitate ma, piuttosto, egregiamente interpretate da Austin Butler, che si è rivelato sorprendentemente capace di risuscitare i tratti più fascinosi del Re del Rock.

Locandina del film

E anche se a dirigere il racconto è sempre il deprecabile Colonnello Parker, lodevolmente incarnato da Tom Hanks, nessuno riesce a rubare la scena al Dio degli artisti, anche in questa pellicola.

L’estasi data dalle musiche accattivanti e la genialità del regista australiano toccano l’apice nella seconda metà del film, durante la scena che riproduce la fibrillazione di Elvis nel primo spettacolo all’International Hotel di Las Vegas.

In quel momento esatto, passato e presente si fondono brutalmente nella più curata interpretazione di Elvis che il grande schermo abbia mai riprodotto, rendendo evidenti le ragioni per cui, ancora oggi, l’artista di Memphis resta il Re indiscusso del genere Rock.


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Maria Bruno è redattrice, scrittrice e dottoressa in Educazione Socio Culturale e Interculturale. In passato ha collaborato con le testate giornalistiche "Il quotidiano italiano" e "Barinedita". Dal 2021 è insegnante Mindfulness (protocollo MBSR e protocolli personalizzati) e coach personale e spirituale. Da luglio 2020 è impegnata in svariati progetti a supporto delle persone vittime di abuso e violenza. Ha uno spirito nomade e il suo posto nel mondo è il mondo.

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