Capaci: la strage che segnò la morte della Prima Repubblica – La cronaca della sconfitta dello Stato letta dal Sud
Capaci - Anniversario - cronaca
C’è poca gente nei corridoi di Montecitorio – scrive da Roma l’inviato della Gazzetta, Giuseppe De Tomaso, il pomeriggio di sabato 23 maggio – la giornata è tiepida. L’aria è stanca. Da fine settimana. I ‘peones’ sono tornati a casa per un brevissimo week-end. Nel Palazzo si vedono, si incontrano le delegazioni dei partiti, i capi. Continua la ‘melina’. Candidati istituzionali sì, candidati istituzionali no. Meglio Spadolini. No, meglio Scalfaro. No, meglio Andreotti. Spunta pure il nome di uno già ‘trombato’, il socialista Gino Giugni che piace a Occhetto e dispiace a Craxi. Si fa già la conta dei franchi tiratori che affosserebbero l’uno e l’altro. Si riparla di ‘metodo’, di ‘tavolo a sei’, di apertura e chiusura alla Lega e di tante altre formule tipiche dell’inesauribile lessico del Palazzo capitolino.
Poi, arriva la voce-choc – continua De Tomaso – nel giro di pochi secondi tutti ‘sanno’. Sale la tensione. Si telefona ai giornali, ai colleghi siciliani e, all’amara conferma, si avverte un generale senso di colpa. Come paiono lontane le trattative che si svolgono a pochi metri da noi. Come sembra distante, irritante questa fastidiosa partita di potere, questo psicodramma di un sistema.
La strage di Capaci
Giovanni Falcone è morto ammazzato. Questa la voce-choc, la notizia che ammutolisce e getta sconforto in milioni di italiani.
L’uomo simbolo della lotta contro la mafia era, da poco più di un anno, Direttore degli Affari penali presso il ministero della Giustizia a Roma. Era un incarico di ripiego. Il suo lavoro alla Procura di Palermo era stato pressoché svuotato. Delegittimato, emarginato, costretto a subire umiliazioni dai suoi stessi colleghi – che lo accusavano di arrivismo – Falcone accetta l’offerta del ministro Claudio Martelli alla direzione degli Affari penali. Cosa Nostra aveva ottenuto il primo successo: l’uomo che aveva fatto ‘cantare’ don Masino Buscetta e che aveva istruito, insieme ad un pool di magistrati, il primo maxiprocesso della storia giudiziaria contro la mafia – iniziato il 10 febbraio del 1986 con 460 imputati e conclusosi il 16 dicembre del 1987 con 19 ergastoli e decine di altre pesanti condanne – era stato allontanato dalla Sicilia.
Ma Falcone non si arrendeva facilmente. A Roma convinse Martelli che per combattere adeguatamente la mafia era necessario istituire una Superprocura nazionale. Una riedizione, insomma, del pool antimafia locale ideato dal giudice Rocco Chinnici – ucciso da Cosa Nostra – e realizzato dal suo successore, Antonino Caponnetto, che aveva condotto, appunto, al maxiprocesso di Palermo. Era stato quel processo che aveva posto Giovanni Falcone, e non solo lui, nel mirino della lupara mafiosa.
Falcone nel mirino della mafia
L’impresa non era facile. Falcone viaggiava ormai con scorta e auto blindata, tuttavia, un tentativo lo fecero – giugno 1988 – poi, lasciarono perdere. Ci pensarono i suoi colleghi a demolire il mito Falcone.
Il successo del pool antimafia aveva creato un clima di ostilità e veleni nel Palazzo di Giustizia di Palermo. Perciò, quando si rese vacante la dirigenza dell’Ufficio istruzione per le dimissioni di Caponnetto che andava in pensione, il CSM scelse di seguire la ‘prassi’: scelse la consuetudine dell’anzianità, a scapito di meriti sostanziali, nominando Antonino Meli al posto di Falcone. I suoi colleghi poi, faranno di peggio: candidatosi quale consigliere del CSM, lo trombarono.
Nel frattempo Antonino Meli prima sciolse il pool antimafia, poi istituì il concetto di turnazione fra i magistrati: ogni crimine, ogni delitto di mafia, costituiva un fatto a sé stante. Secondo Meli, non c’erano collegamenti fra vari delitti e quindi, la Procura di Palermo, non aveva alcun bisogno di un coordinamento delle indagini di delitti presumibilmente riferiti a Cosa Nostra. In pratica, era come sostenere che la mafia, in quanto crimine organizzato, non esisteva. Era esattamente l’opposto di quanto avevano sempre sostenuto Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino: di fronte ad una organizzazione criminale complessa che ha vertici, capi, articolazioni territoriali, gregari, enormi possibilità economiche, una strategia di guerra e strutture disciplinate, bisognava opporre una struttura dello Stato uguale e parallela, altrimenti la lotta alla mafia sarebbe stata perdente.
Non se ne fece nulla. Anzi, il successore di Meli, Pietro Giammanco, insediatosi a Palermo, si circondò di un gruppo di fedelissimi emarginando definitivamente Giovanni Falcone che deluso e amareggiato… ero costretto ad occuparmi di furti d’auto… il 13 marzo 1991 lascia la sua natia Palermo. La ‘cupola’ palermitana poteva così, momentaneamente, mettere il fodero alla lupara destinata ad ucciderlo.
L’omicidio Lima
L’omicidio di Salvo Lima, però, riporta alla ribalta il progetto della Superprocura e, paradossalmente, saranno proprio i maggiori estimatori di Falcone a farlo affossare. La decisa ostinazione del ministro Martelli nell’indicare al vertice della Superprocura proprio Falcone e, peggio ancora, la gratuita dichiarazione di Cossiga… voterò per Falcone… allarmarono il CSM: era una plateale ingerenza politica al loro autogoverno. Morale: Falcone non poteva assumere la guida della Superprocura perché… non dava sufficienti garanzie di indipendenza dal potere politico… e che i socialisti, in quella direzione ci marciassero, era vero. Così come era vero che gran parte dei magistrati accettavano di buon grado l’ingerenza politica quando questa agevolava carriere e privilegi.
Per la ‘cupola’ palermitana, comunque, la discussione, la diatriba fra politici e magistrati, era pura accademia. La mafia registrò che Falcone, a Roma, era diventato più potente e pericoloso che a Palermo: bisognava eliminarlo ad ogni costo.
Alle 17,48 di sabato 23 maggio, Giovanni Falcone e la moglie, Francesca Morvillo, atterrano all’aeroporto palermitano di Punta Raisi. Avevano deciso, all’ultimo momento, di passare il fine settimana in famiglia a Palermo. All’aeroporto sono ad attenderli 6 uomini di scorta su due auto e una terza vettura blindata con l’autista Giuseppe Costanza. Falcone chiede a Costanza di prendere posto sul sedile posteriore. Sarà lui stesso, con la moglie accanto, a guidare l’auto fino a Palermo.
Lo svincolo per Capaci
Il piccolo convoglio si mette in moto. La macchina di Falcone è preceduta e seguita dalle auto di scorta. Le tre vetture escono dall’aeroporto e imboccano l’autostrada per Palermo. All’altezza dello svincolo della piccola cittadina di Capaci, 30-40 metri di autostrada letteralmente si sollevano ed esplodono. La prima vettura di scorta salta in aria insieme a blocchi d’asfalto e viene catapultata in un campo a 100 metri di distanza. L’auto di Falcone vola anch’essa in aria per qualche metro e poi piomba nel cratere sottostante dove viene semi sepolta da pezzi d’asfalto, pietre e terreno. La seconda vettura di scorta tenta una disperata frenata, ma non può evitare il tamponamento: il rinculo salva la vita ai tre agenti.

La strage
È una strage. Seicento chili di tritolo piazzato sotto uno stretto viadotto ha distrutto 50 metri di corsia d’autostrada che conduce a Palermo. Lo spostamento d’aria è stato così violento che ha sollevato da terra due auto sulla corsia opposta. Una, dopo un paio di piroette s’è ritrovata sulle gomme, l’altra si è adagiata su un fianco. Gli occupanti ne escono feriti, traumatizzati, ma vivi. Sulla corsia esplosa i primi soccorritori cominciano a contare le vittime.

Per i tre agenti sulla vettura di testa, non c’è più nulla da fare. Giovanni Falcone, la moglie e l’autista vengono estratti dalle lamiere contorte dell’auto blindata ancora vivi, ma giungono all’ospedale di Palermo in condizioni disperate. Falcone muore dopo pochi minuti; la moglie, dopo due ore di straziante agonia; l’autista resta fra la vita e la morte per due giorni ma riesce a salvarsi.
Due dei tre agenti uccisi, sono pugliesi. Antonio Montinaro, 32 anni, era di Calimera in provincia di Lecce; Rocco Di Cillo, 30 anni, era di Triggiano alle porte di Bari; Vito Schifani, 27 anni, era di Palermo. Lasciano mogli, figli e fidanzate.
Ancora cinque vittime meridionali, di quel Meridione ‘assistito e parassita’ i cui figli non esitano a donare la vita in lotte che appartengono alla comunità, al Paese, allo Stato. Accadeva negli anni Settanta con la lotta al terrorismo, accade negli anni Novanta con la lotta alla mafia: era la conseguenza di una cultura statuale che fin dall’unificazione ha sempre diviso il Paese in due: da una parte feudatari e vassalli dell’economia e dell’industria, dall’altra valvassori, sudditi, servitori.
La sconfitta dello Stato
Il 24 maggio le cinque salme sono esposte in una camera ardente nel Palazzo di Giustizia a Palermo. Il 25 i funerali. In questi due giorni, muore un’altra parte della prima Repubblica.

Sfilano davanti all’ennesima sconfitta dello Stato, Giovanni Spadolini, provvisorio Capo dello Stato; Vincenzo Scotti, in rappresentanza del Governo; Giulio Andreotti, che si era precipitato a Palermo per l’omicidio di Salvo Lima, se ne resta a Roma, Giovanni Galloni, vice presidente del CSM e Claudio Martelli, ministro della Giustizia. Hanno tutti i volti scuri, afflitti, volti che denunciavano la sconfitta dello Stato. All’opposto della folla che li accoglie con fischi, urla, rabbia e lancio di monetine… fuori di qui, buffoni… vergogna… fate schifo. Spadolini farfuglia qualche frase di circostanza e scappa via; Scotti se ne sta zitto; Galloni avrà il coraggio di dire… Falcone era il numero uno… ma condivideva l’opinione comune nel CSM che non lo voleva al vertice della Superprocura. Soltanto Martelli non sarà oggetto di scherno.
La rabbia
Stesse scene, stessa rabbia, il giorno successivo fuori dalla Basilica di San Domenico dove si sta celebrando il rito funebre che ha un momento di grande commozione quando, dall’altare, la vedova di Vito Schifani, Rosalia, quasi soffocata dalle lacrime, legge un testo preparato da Don Cesare Rattoballi…
uomini della mafia che siete anche qui dentro, io vi perdono. Ma se anche avete il coraggio di cambiare dovete mettervi in ginocchio. Rosalia si ferma, non segue più il testo, si guarda in giro e sconfortata commenta… ma loro non cambiano, non vogliono cambiare. Si riprende, torna a leggere… vi chiediamo di operare per la pace, la giustizia, la speranza, l’amore per tutti… e, ancora una volta si ferma e in un sussurro aggiunge… ma no, non c’è amore qui, non ce n’è per niente! Poi, sopraffatta dal dolore, singhiozza e sviene.
La bara di Falcone e della moglie esce dalla Basilica portata a spalle da un nugolo di magistrati. Due ore dopo, in una seduta straordinaria del CSM nel Palazzo di Giustizia di Palermo, il ministro Martelli, a muso duro, afferma… quello che tecnici improvvisati, magistrati di parte e politici faziosi non avevano capito, lo ha perfettamente capito la mafia. Le critiche maliziose, le insinuazioni subdole, i tentativi di delegittimazione la mafia li ha spazzati via… la mafia ha scritto la parola fine alle polemiche, eliminando fisicamente chi meglio l’aveva saputo combattere, confermando agli occhi dei dubbiosi, dei disonesti, dei rivali invidiosi che Falcone restava per la mafia il pericolo numero uno.
Il nuovo candidato
Tornato a Roma, Martelli, chiede al CSM di riaprire il concorso per la nomina del Superprocuratore antimafia. Ma commette, di nuovo, l’errore di indicare il candidato: Paolo Borsellino. Spiacenti, risponde il CSM, per noi il candidato era e resta Agostino Cordova già procuratore di Palmi.
Sarà la Magistratura ad avere l’ultima parola, ma non prima che la mafia compia una nuova, terribile strage.
La sera dei funerali delle cinque vittime di Capaci, i mille e passa grandi elettori pongono fine al ‘vergognoso’ spettacolo offerto dal Parlamento al Paese per eleggere il Capo dello Stato.
Nella notte del 25 maggio, Oscar Luigi Scalfaro è eletto Presidente della Repubblica… il Parlamento nega di aver votato con ‘la pistola alla nuca’ – commenta Pietro Marino sulla Gazzetta – spieghi come vuole, l’importante è che si sia verificato l’atteso sussulto di responsabilità.
Fonte e foto [c]La Gazzetta del Mezzogiorno
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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.