Intelligenza artificiale e relazioni: l’AI ci “capisce”. E se fossimo noi a non capire più gli altri?
C’è un interlocutore a cui possiamo scrivere a qualsiasi ora. Non si stanca, non si offende, non ci interrompe e risponde velocemente. Non è una persona: è l’intelligenza artificiale.
Fino a poco tempo fa, la usavamo per sapere quanto è alta una montagna o trovare una ricetta. Oggi, molti la utilizzano anche per parlare, sfogarsi, riordinare i pensieri o cercare conforto, quasi come fosse un amico.
Gli studi scientifici pubblicati nel corso del 2026, che hanno analizzato il fenomeno, mostrano due realtà distinte. In alcuni casi il supporto dell’AI offre un sostegno che migliora il benessere dell’individuo. In altri casi, soprattutto quando se ne fa un uso intenso, la rete sociale intorno alla persona si rimpicciolisce, e il malessere aumenta.
Testimonianze e pareri
Per andare a fondo della questione, abbiamo raccolto testimonianze concrete e chiesto il parere della psicologa Roberta Giusto.
«Con l’AI non devo spiegarmi tante volte. Mi capisce subito. Le persone non sempre ascoltano davvero.» A dirlo è Laura, 38 anni, che apprezza anche la rapidità della risposta e la possibilità di ricevere dall’AI un’analisi precisa dei fatti.
Difficile darle torto. Con una persona dobbiamo fissare un appuntamento e aspettare, spiegare e poi sperare che ascolti senza distrarsi. Essere capiti velocemente, però, non è sinonimo di essere conosciuti.
«Essere capiti “al volo” – spiega la psicologa – è un bisogno infantile profondo. Ma crescere significa accettare che la vera intimità si costruisce anche attraverso il faticoso ponte del linguaggio e dell’incomprensione.» E aggiunge: «L’AI non ci capisce perché realmente ci “ascolta”, ma perché calcola le probabilità statistiche delle nostre parole. Una nuova sfida dell’essere umano sarà proprio quella di non confondere l’efficienza logica con l’empatia vera.»
Vincenzo, 36 anni, scrittore, individua nell’AI una qualità che considera difficile da trovare nell’uomo: l’assenza di pregiudizio. «Quando chiedo all’AI un parere sull’elaborato – dichiara – me lo fornisce rapidamente. Apprezzo la velocità, ma anche il fatto che non mi proponga un giudizio personale. Gli amici, a volte, guardano il mio lavoro ma vedono ancora chi ero ieri, prima di questa mia evoluzione.»
L’intelligenza artificiale e le relazioni umane
Scegliendo un interlocutore che non giudica mai, però, non rischiamo di dimenticare che la relazione umana comprende anche la possibilità di essere contraddetti?
«Purtroppo sì, è un rischio.» Risponde Roberta Giusto. E continua: «Le relazioni sono, per loro natura, imperfette e faticose. L’AI abolisce la fatica relazionale, e può renderci meno disposti a spiegare, accogliere o costruire un compromesso.»
L’intelligenza artificiale, quindi, sta abituando molti di noi a una perfezione che può diventare pericolosa e minare i rapporti umani. «Si rischia – chiarisce la psicologa – di etichettare come “relazioni tossiche” anche quelle che in realtà sono normalissimi rapporti interpersonali caratterizzati dai limiti e dalle difficoltà della vita.»
Ci ritroviamo, pertanto, di fronte a un vertiginoso paradosso: apprezziamo la macchina perché ci capisce, ma quella stessa macchina potrebbe far diventare noi incapaci di comprendere gli altri e le loro umane debolezze.
«Se deleghiamo a un algoritmo la nostra parte più intima – prosegue Giusto – smettiamo di allenare la pazienza, l’empatia e la capacità di sintonizzarci noi per primi sull’altro.»
Ecco che il vero problema si configura quando lo strumento smette di essere un mezzo, un supporto cognitivo, e diventa il luogo in cui ci sentiamo più comodi, quello in cui preferiamo stare. Rinunciando ad affrontare le sfide dell’esistenza che permettono l’evoluzione interiore.
L’AI uno strumento per imparare
Giulia, 44 anni, dichiara invece: «Uso l’AI perché ho sete di conoscenza e lì trovo gran parte dello scibile. Ma per chiacchierare, o per un confronto, preferisco gli amici. Li ho scelti con cura, sono persone che sanno stare in relazione in modo genuino. Non potrei mai sostituirli.»
Questa testimonianza trova riscontro nello studio di Atsushi Nakagomi pubblicato sulla rivista Technology in Society ad aprile 2026. L’elaborato mostra che chi ha una rete solida di persone su cui contare tende a usare l’AI semplicemente come uno strumento in più. In tale situazione, la macchina diventa un mezzo per tracciare informazioni, come nel caso di Giulia.
Pertanto, possiamo imparare a usare una macchina che sa rispondere a quasi tutto senza chiederle di diventare il posto in cui troviamo tutte le risposte. L’AI può fare ordine nei nostri pensieri, aiutarci a trovare le parole, persino spiegarci un’emozione. Ma non può sostituire ciò che rende una relazione umana così difficile e, proprio per questo, così preziosa: qualcuno che a volte non ci capisce, ci contraddice, ci fa aspettare, sbaglia con noi e poi prova a ricominciare.
Probabilmente, la vera sfida del futuro più prossimo non sarà impedire alle macchine di imparare a parlare come l’uomo. Sarà evitare che siamo noi, un giorno, a pretendere che l’uomo impari a parlare come le macchine.
Copertina: ChatGpt rielaborazione grafica Maria Bruno
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Maria Bruno è redattrice, scrittrice e dottoressa in Educazione Socio Culturale e Interculturale. In passato ha collaborato con le testate giornalistiche "Il quotidiano italiano" e "Barinedita". Dal 2021 è insegnante Mindfulness (protocollo MBSR e protocolli personalizzati) e coach personale e spirituale. Da luglio 2020 è impegnata in svariati progetti a supporto delle persone vittime di abuso e violenza. Ha uno spirito nomade e il suo posto nel mondo è il mondo.