L’anatomia dello sguardo: intervista a Domizia Mancuso
Mancuso
Giovane artista romana, classe 2003, Domizia Mancuso ha già saputo far emergere la sua voce, esponendo i propri lavori nello Studio Orizzonte Gallery di Roma, in occasione di un evento dedicato ai talenti emergenti ospitato dal fotografo Antonio Barrella. Un esordio che non è una semplice tappa biografica, ma la conferma di una ricerca che continua a pulsare nella sua arte e che oggi vi raccontiamo su Sinestetiche.
Nella Mancuso l’intimità – delicata, ritrosa, a sfioro – diventa forza vitale e comunicativa e osservando i suoi quadri, oltre alla visione, si percepisce il respiro sospeso del momento che precede l’azione, quel fragile territorio anfibio in cui le cose si stanziano sul limite: possono accadere o non accadere, semplicemente esistono. Di quell’esistenza l’artista diventa ladra gentile: con candore e poesia ne traduce le fenditure in un linguaggio pittorico personale, capace di aprirsi a diverse letture.

Le sue opere possiedono una tridimensionalità che raccoglie interno ed esterno in un unico corpo, denso e stratificato, dove tradizione e rottura si intrecciano senza conflitto: il nuovo non annulla il vecchio, il maturo convive con l’acerbo, il presente con il vissuto, la bellezza con la sua beffa, la denuncia si accompagna alla speranza. È una sfida silenziosa, che non si impone con clamore ma con la consapevolezza della propria presenza. La sua bellezza è irregolare, scomoda, lontana dai canoni: linee spezzate e disarmoniche, sguardi tra il diffidente e l’incerto, volti che portano sulla superficie e nell’anima i loro spigoli e i loro languori. Conosciuta anche per la sua partecipazione all’Agenda 2026 Luoghi della Bellezza di LuoghInteriori, dove figura con l’opera Incomoda, Domizia Mancuso, indiscutibile talento del panorama artistico contemporaneo, ha già nel suo tratto la promessa di un linguaggio che segnerà il tempo a venire, destinato a lasciare traccia.
La sua storia
Domizia: raccontaci di te.
Sono nata e cresciuta a Roma, immersa nell’arte da quando sono piccola, anche grazie ad una mia zia pittrice. Passavo i pomeriggi a disegnare e realizzare piccoli oggetti in Fimo. Nonostante questa mia inclinazione naturale, decido di scegliere il Liceo Scientifico. Una volta diplomata capisco che, crescendo, la passione per l’arte non era svanita e decido di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti di Roma dove mi laureo in Pittura; attualmente frequento la magistrale nello stesso indirizzo.

La formazione della Mancuso
La tua formazione parte dal Liceo Scientifico e si trasforma in un percorso artistico ricco e articolato: qual è stata la scintilla che ha acceso in te il bisogno di esprimerti attraverso l’arte?
La vena artistica mi accompagna fin dall’infanzia ma al momento della scelta del liceo, essendo piccola e indecisa su cosa volessi fare dopo, ho preferito scegliere un indirizzo che preparasse ad accedere a tutti i corsi universitari. Grazie al Liceo Scientifico ho acquisito un metodo di studio rigoroso e ho sviluppato un pensiero razionale, sistematico ed analitico, che probabilmente non va molto d’accordo con la spontaneità artistica. Una volta diplomata ho deciso di mettere da parte le paure, vista la difficoltà di questo percorso sotto il punto di vista lavorativo, per dedicarmi a ciò mi fa stare bene e mi sono quindi iscritta all’Accademia di Belle Arti di Roma.
La sperimentazione della Mancuso
Hai scelto di unire la solidità tecnica dell’illustrazione tradizionale con gli strumenti digitali più avanzati: quanto conta per te la sperimentazione nel tuo linguaggio visivo?
Avendo una formazione artistica da autodidatta ho iniziato ad approcciarmi alla pittura partendo dalle tecniche più tradizionali, come pittura ad olio, acquerello e acrilico; successivamente grazie ai variegati corsi dell’Accademia ho avuto modo di sperimentare stampa digitale (partendo da un quadro precedentemente realizzato ho modificato l’immagine su Photoshop riplasmando equilibri compositivi e colori, per poi stamparla e terminare la composizione con la sovrapposizione di varie carte particolari e dando in questo modo una nuova vita e una diversa interpretazione all’immagine di partenza), incisione (creazione di matrici di linoleum, zinco e plexiglass successivamente stampate con torchio), mosaico e altre tecniche. Per quanto riguarda la mia produzione artistica prediligo la tecnica ad olio perché si sposa bene con la pittura figurativa che realizzo.

Ci sono delle opere a cui sei particolarmente legata?
Il mio fine ultimo, e credo fondamentalmente quello di ogni artista, è quello di diffondere la mia arte il più possibile; nonostante questo, il distacco con l’opera è estremamente doloroso perché provoca una malinconia dovuta alla perdita di un’estensione della nostra interiorità. L’artista, svuotato dell’atto creativo, prova un senso di frustrazione. Direi quindi che non ci sono opere a cui sono particolarmente legata, tutte sono allo stesso modo importanti perché rappresentano piccoli tasselli di crescita sia artistica che personale. Ogni realizzazione ha una sua storia e ognuna mi ha insegnato qualcosa durante la sua gestazione.
La tecniche utilizzate nelle opere
All’Accademia di Belle Arti hai esplorato un ampio ventaglio di tecniche, dalla pittura all’incisione, dalle tecniche musive alla stampa digitale: quale di questi linguaggi senti oggi come più tuo, e perché?
Sicuramente la tecnica che prediligo è la pittura a olio perché si presta meglio ad una narrazione figurativa come la mia. La stampa digitale permette una maggiore sperimentazione perché partendo dalla stessa immagine si possono avere risultati diversi solo cambiando un singolo elemento; mi è piaciuto imparare il mosaico ma è una tecnica che non sento adatta a una mia produzione; anche l’incisione mi piace molto nonostante la sua difficoltà. La pittura a olio resta la tecnica che utilizzo per le tele, in contemporanea al momento sto lavorando a delle miniature in acquerello.

Con il progetto di riallestimento dell’Aula Colleoni ti sei confrontata con l’allestimento e la valorizzazione dello spazio: quanto è importante per te il luogo in cui l’opera vive e si racconta?
L’Aula Colleoni, all’interno dell’Accademia di Belle Arti di Roma nella sede centrale Ripetta, è una piccola sala storica che ospita il calco monumentale della statua equestre del Verrocchio. Al suo interno si sono tenute diverse mostre, nonostante la difficoltà espositiva dovuta alla grande statua centrale che caratterizza la sala; da qui la necessità di un allestimento che rispetti il luogo storico e valorizzi allo stesso tempo le opere ospitate. Noi studenti siamo stati chiamati a riallestire l’aula, immedesimandoci nel complesso lavoro del designer di spazi espositivi. Il luogo in cui l’opera vive è fondamentale: l’opera deve essere in grado di raccontarsi da sé ma anche essere accompagnata da un contesto e da una narrazione che la accolgano in modo coerente e aiutino l’osservatore nel percepirla nel modo giusto.
La prima esperienza espositiva della Mancuso
La tua partecipazione a un evento espositivo ospitato all’interno dello studio di un maestro della fotografia come Antonio Barrella è un passaggio importante nel tuo percorso: cosa ha significato per te mettere in dialogo le tue opere con questo evento?
Si è trattato di un’iniziativa giovanile volta a promuovere l’arte di giovani artisti, all’interno dello studio fotografico di Antonio Barrella che ha messo l’ambiente a disposizione. Per me si è trattato della prima esperienza espositiva, per la prima volta ho visto le mie opere appese al muro, accanto a quelle di altri giovani artisti come me, e a disposizione di un pubblico. È stato molto emozionante e gratificante vedere le mie creazioni al di fuori del mio studio, sotto gli occhi di persone che erano lì apposta; mi auguro che sia solo la prima di una lunga serie di esperienze del genere.

Hai descritto la tua produzione come una forma di “catarsi”, uno spazio intimo in cui le percezioni si trasformano in immagini: quanto è personale – e quanto universale – il tuo modo di raccontare l’essere umano?
Il mio modo di raccontare l’essere umano è sicuramente molto personale perché nasce da sensazioni e sentimenti che razionalmente non comprendo, ma che riconosco solo dopo aver dato vita all’opera; l’immagine mi libera da inquietudini inconsce, ma, al tempo stesso, diventa purificatrice nei confronti dei turbamenti dell’osservatore; in questo senso si può dire universale. La catarsi sta nel far affiorare alla coscienza, prima mia e poi dell’osservatore, eventi traumatici o conflittuali, rimuovendoli dal subconscio. L’opera, con i suoi elementi stranianti e surrealisti, che io chiamo “intrusi”, innesca nell’osservatore degli interrogativi e diventa specchio dell’inconscio di ogni individuo.
Cosa accade quando un’opera prende forma
La tua arte sembra nascere da un’urgenza profonda, quasi esistenziale: ci racconti cosa accade dentro di te quando un’opera prende forma?
Quando un’opera prende forma dentro di me è come se si verificasse un’illuminazione improvvisa; di solito, questo accade durante la fase di dormiveglia, poco prima di addormentarmi. È come se vedessi l’opera finita nella mia testa in tutti i suoi dettagli. A quel punto, prendo il telefono e cerco di annotare quanti più particolari possibili per non dimenticarla. Il significato dell’opera, però, lo scopro solo dopo: è come se il mio inconscio sapesse già cosa vuole esprimere e io devo solo scoprire cosa è stato creato. Quando ci rifletto ritrovo emozioni che mi appartengono ma che non avevo ancora visto; questo processo mi permette di accedere a parti di me che non avevo ancora indagato perché non le conosco bene. L’opera d’arte diventa così un modo per esplorare la mia interiorità.

Progetti futuri?
Sicuramente continuare il percorso di studi nella magistrale di Pittura, così da finire il ciclo. Mi piacerebbe poi affrontare un master di economia e mercato dell’arte perché facilita l’accesso al mercato del lavoro e permette di tessere relazioni professionali con operatori del settore artistico. L’obiettivo principale rimane sicuramente quello di coltivare sempre di più la mia ricerca artistica e magari un giorno riuscire a vivere esclusivamente di ciò che amo fare.

L’opera scelta per l’Agenda 2026 Luoghi della Bellezza
L’opera Incomoda è stata selezionata per l’Agenda 2026 Luoghi della Bellezza di LuoghInteriori: ci accompagni dentro questa creazione? Quale visione hai voluto offrire e cosa ha significato per te?
L’opera Incomoda, anch’essa frutto di un suggerimento dell’inconscio, racconta l’effetto spotlight, fenomeno che presuppone la compresenza di due aspetti apparentemente contrastanti: una scarsa autostima e il sentirsi al centro dell’universo. Il meccanismo porta a sopravvalutare il grado di attenzione e di giudizio che le altre persone ci rivolgono. Ciò deriva da un bias egocentrico, che porta ad attribuire un’eccessiva importanza alle nostre azioni perché ognuno di noi è al centro del proprio mondo e abbiamo l’illusione di essere anche al centro dei mondi altrui. Nell’opera Incomoda è infatti proprio l’osservatore che, con il suo sguardo, sembra creare in lei dei difetti.

E-mail: domy.mancuso@gmail.com
Instagram: @dodamancuso.art
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Laureata in Filologia Moderna, scrivo per varie testate giornalistiche. Sono editor e correttrice di bozze per libri eterogenei. Appassionata di poesia, ho sempre pensato che scrivere sia una sonda ed io continuerò ad esplorare.