Gli angioini: scoprire la loro arte fra edifici e luoghi della Puglia e Basilicata

Angioini

Angioini

Il titolo di questo pregevole volume di arte, storia e archeologia,

ITINERARI ANGIOINI TRA PUGLIA E BASILICATA

Gioia Bertelli, Adda Editore

è un affascinante invito dell’autrice, insigne storica dell’arte medievale dell’Università di Bari, a mettersi lo zaino in spalla e a seguire le sue indicazioni, lungo sentieri noti e sentieri sconosciuti.

Indicazioni che semplici non sono, ma suadenti inducono alla conoscenza di luoghi inediti, all’accurata visita di antichi edifici sacri e dei loro particolari architettonici che, se mai li avessimo già visti, ci sarebbero sembrati corrosi dal tempo e uguali o simili a chissà quanti altri. E invece no.

L’arte degli angioini

È questa la suggestione delle descrizioni della Bertelli. Lei vede su capitelli sbrecciati e corrosi, leoni, sirene, intrecci, tipi di foglie e di fiori che noi mai ci saremmo sognati di osservare e capire.

E la cosa bella è che, seguendo le sue descrizioni, si vedranno comparire sulla pietra lavorata linee nette, laddove questa sembrava sgretolata, si andranno definendo contorni, risalteranno le forme, e la scultura fascinosamente si farà viva, acquistando le dimensioni e i rilievi artistici che lo sconosciuto maestro scultore aveva voluto imprimerle.

Sconosciuto per noi, perché anche per questo la Bertelli incanta: l’intreccio di capigliature appena accennate su volti maschili o femminili, la voluta più o meno accentuata di una foglia di acanto, le pieghe scanalate di un abito aprono confronti, datazioni, nomi e tirano fuori, dal silenzio della storia, artigiani della pietra che in realtà erano pregevoli artisti, e ci illuminano sui percorsi delle modalità di scultura e dei soggetti ripresi che divenivano vere e proprie correnti artistiche del tempo.  

E su queste correlazioni l’autrice guida il lettore con semplicità e, da un capitello posizionato a Santa Maria delle Cerrate, lo trasporta ad un altro, con rimandi simili, collocato sul colonnato della Cattedrale di Matera.

Delizioso è questo viaggiare con l’autrice nel tempo e nello spazio, rigorosamente legati alla presenza angioina in Italia Meridionale.

Sono itinerari e luoghi d’arte spesso inediti.

Descrizioni minuziose

A volte la descrizione strettamente tecnica dell’autrice diviene quasi un racconto, come fosse tratta da un bestiario medievale o da qualche novelliere:

…Interessante in modo particolare il soggetto messo in opera sul semicapitello del lato ovest del portichetto. Qui appare una figura maschile con in mano un coltello, che indossa una tunica cincta, provvista di cappuccio, forse un monaco o un pellegrino, che viene aggredita da due animali feroci, posti sui lati corti; questi, a loro volta, sono assaliti da due aquile. Particolare nella definizione della figura maschile è la posizione del corpo, piegato quasi ad angolo retto, e la resa dei panneggi che arricchiscono il vestito, delineati da scanalature piatte ma ben segnate.

E si tratta solamente di un semi-capitello!

Per non parlare della dettagliata conoscenza storica e artistica che si può acquisire partendo con la Bertelli da una seminascosta bugna, una di quelle pietre a volte solo sbozzate, a volte artisticamente lavorate che sporgono su una superficie, a puro motivo decorativo.

La bugna in oggetto, presente al centro di una lastra posta sul campaniletto della chiesa medievale di san Domenico a Taranto, sembra assolvere solamente alla sua funzione decorativa, senza nessuna ambizione artistica; invece è così descritta dalla studiosa:

… grande bugna circolare, molto aggettante, lavorata a giorno, definita da tre larghe maglie allungate, costituite da un nastro bisolcato, che si intrecciano tra loro attorno ad un piccolo elemento circolare forato al centro, anche questo reso da un nastro bisolcato

sottintendendo con questa definizione l’importanza di alcuni tratti salienti di quella bugna in particolare che consentono la lettura della mano del maestro e l’appartenenza dello stesso ad una determinata corrente espressiva.

La si riconosce ancora, infatti, su una bugna simile di un arco frammentario, conservato nel Museo Bizantino di Atene, ascritto tra il XIII e il XIV secolo, e a Lucera nel portale della chiesa, di età angioina, di san Francesco, conclusa probabilmente nei primi decenni del XIV secolo.

Conferma della datazione arriverebbe anche da decorazioni a maglie allungate, dello stesso tipo, nella chiesa di Hosios Meletios presso Mégara in Grecia e nella Chiesa della Dormizione della Vergine di Apidìa Lakonìas.

Gli artisti venuti al seguito degli angioini

La scultura tarantina sembrerebbe pertanto ascrivibile alla metà del XIV secolo in accordo con la data del 1360 che dovrebbe segnare l’anno del termine dei lavori per la costruzione della chiesa, ad opera di Giovanni Taurisano, nobile franco-provenzale venuto al seguito di Carlo Angiò.

Sarà perché la Trinità di Venosa evoca suggestioni e atmosfere gaeliche o perché la forte presenza normanna traspira dall’antico e incompiuto edificio, ma nel quarto ed ultimo capitolo l’autrice trasporta il lettore, attraverso la lettura del portale della “Chiesa Vecchia” o portale di Palmerio, in un misterioso viaggio indietro nel tempo.

Il maestro Palmerio

Fortunatamente si conosce il nome dell’autore del portale, e la data di esecuzione, perché compaiono in una iscrizione incisa sul timpano

…OPUS ACTUM EST P(ER) MAN(US) MAG(IST) RI PALMERII

Autore dell’opera fu il maestro Palmerio sotto l’abbaziato di Barnaba; l’anno di esecuzione fu il 1278.

Particolarmente originale la creazione di Palmerio, un patchwork lo definisce l’autrice, perché il maestro ha riutilizzato marmi di età imperiale, ha rilavorato decorazioni realizzate sugli stipiti risalenti a età romana, ha usato un campionario a motivi vegetali fatto di serie di ovoli, astragali, foglie di acanto e fogliette lisce, unite a frammenti di epoca romana e di epoca medievale.

Ha usato simboli molti espressivi come un uccello, forse un pellicano, e tre pesci con un’unica testa, forse un riferimento alla Trinità.

Nella zona centrale del portale Palmerio crea una serie di archetti acuti accostati tra loro, sostenuti da pilastrini alla cui base sistema dei fiori di giglio con un richiamo esplicito alla dinastia angioina, e come in molte altre situazioni riportate nel libro, utile per la precisa datazione dell’opera.

Merito grande del saggio è quello di aver dato voce agli scultori operanti in Puglia e in Basilicata negli ultimi decenni del XIII secolo e nei primi del XIV, ma anche quello di consentire, attraverso lo sguardo minuzioso e competente di Gioia Bertelli, legittimazione agli itinerari angioini, fino ad oggi poco noti al grande pubblico di estimatori, e ben iscrivibili nei percorsi meridionali dell’arte medievale.


Link Wikipedia Angioini:

https://it.wikipedia.org/wiki/Angioini

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Angela Campanella
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Insegnante di materie scientifiche per professione, scrittrice, storiografa e documentarista per passione. L’impegno più piacevole? Curare l’adattamento teatrale e la regia di eventi-spettacolo a tema storico.

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