Leonardo Sciascia visto da vicino, raccontato da Felice Cavallaro dentro degli anni più sanguinosi della nostra storia

Felice Cavallaro - Sciascia

Felice Cavallaro - Sciascia

C’era una volta, tanti anni fa, un personaggio politico che ha vissuto tutta la vita, ma proprio tutta, nei “palazzi del potere”. Si chiamava Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio e tante altre volte ministro. Il buon Giulio era così impegnato nella sua missione al servizio del Paese che aveva anche il tempo di partecipare a trasmissioni televisive di satira politica, concedere interviste, scrivere articoli su quotidiani, rubriche su periodici e libri, diversi libri su personalità conosciute durante la sua carriera, cioè ‘Visti da vicino’.

Tutto questo preambolo per segnalare un volume che il giornalista Felice Cavallaro ha scritto, per i tipi Solferino, 300 pagine € 17,00:

Sciascia l’eretico. Storia e profezia di un siciliano scomodo

Uno splendido volume sulla figura di Leonardo Sciascia, lo scrittore siciliano che Cavallaro ha conosciuto e “visto da vicino”, frequentandolo per anni, come amico di famiglia e come professionista, raccontando la sua personalità, il suo impegno civile, la sua vita culturale e politica, vissuta durante i “peggiori anni della nostra vita”, quegli anni che hanno attraversato il Sessantotto, l’Autunno caldo e gli Anni di piombo fino al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro e dei cinque uomini della sua scorta.

Quando gli chiesero cosa avrebbe fatto lui in quel frangente, Sciascia rispose secco e risoluto: 

intanto avrei rimandato a casa Andreotti che riunisce in sé il peggio nei secoli della storia d’Italia. Già vedo i libri di storia del futuro: sotto il governo dell’onorevole Andreotti la corruzione e la vita italiana raggiunse il suo massimo, mentre la vita umana valeva quanto ai tempi di Cesare Borgia!

Cavallaro racconta di un Sciascia integerrimo, duro, tagliente nei suoi giudizi; sempre alla ricerca di una verità assoluta “mai si è lasciato tentare dall’idea che tacere la verità possa a volte essere merito e non colpa”. E sull’altare di questo suo convincimento ha sacrificato alcune amicizie fra le più care come quella con il pittore Renato Guttuso.

Verità e giustizia erano le sue massime. Aveva avuto problemi con diversi giudici perché sosteneva che non era lecito combattere i mafiosi con gli stessi metodi della mafia. I valori a cui si richiamava erano la Costituzione:

non approvo che molti siano disposti a barattare libertà e dignità per un po’ di ordine pubblico, di sicurezza: in quanto scrittore mi batterò affinché questo baratto non si compia.

Notoriamente vicino al PCI per molti anni, emigra nel Partito Radicale di Marco Pannella, che lo porta in Parlamento, dopo il progettato Compromesso storico e la lunga tragica odissea di Aldo Moro. Vedeva “ombre di un regime”, immaginava nuove forme di repressione:

sono stato vicino ai comunisti e non sono per nulla anticomunista. Ma quello che accade in loro, e che attraverso loro sta accadendo al Paese, mi inquieta molto. E dovrebbe inquietare anche loro, o almeno quelli di loro che veramente credono nella democrazia.

Naturalmente sono gli anni in cui l’atmosfera è pesante e i suoi giudizi sono severi. Da deputato Radicale il 6 febbraio 1980 in un discorso a Montecitorio confuta l’idea che tutti hanno per la mafia:

avete affermato che la mafia insorge nel vuoto dello Stato. Invece è il contrario, insorge nel pieno dello Stato…

confermando quanto aveva detto due anni prima rivolto al ministro dell’Interno Virginio Rognoni.

Lei parla della mafia come di un fatto fisiologico. Ritengo invece che si debba guardarlo come un fatto patologico, e lei che è ministro dell’Interno deve guardarlo da medico internista.

Il lucido lavoro di Cavallaro intende raccontare la vita di Sciascia, ma racconta insieme gli anni più sanguinosi nella storia della mafia. Una storia tutta personale che lui, in quanto siciliano, riesce ad interpretare “ragionando” come gli uomini di mafia in Sicilia, attirandosi per ciò stesso, scetticismo, spesso dileggio di presunti “esperti” che in Sicilia non avevano mai messo piede.

Cavallaro racconta gli inizi del giovane Sciascia: il diploma, l’insegnamento in una scuola di Racalmuto, un piccolo centro della Sicilia in provincia di Agrigento dov’egli era nato nel 1921, e la voglia struggente di scrivere un saggio La favola della dittatura, pubblicato con “un piccolo contributo alle spese”. Nel 1956 scrisse poi il libro che gli avrebbe pubblicato Vito Laterza, della casa editrice barese con il titolo Le parrocchie di Regalpetra.

Sciascia ha avuto un doppio rapporto con Bari. La sua passione per il teatro lo porta a conoscere Giuseppe Giacovazzo che alla fine degli anni Cinquanta era un attivo operatore culturale nonché responsabile della Terza pagina della Gazzetta e per la quale invita lo scrittore a collaborare.

Sciascia scrive sulla Gazzetta in due riprese, nei primi anni Sessanta e negli anni Settanta. Poi, preso dai suoi impegni professionali e politici finisce per diradare e smettere la sua collaborazione con quotidiano pugliese.

Felice Cavallaro si sofferma anche sulle “passioni” di Sciascia che, oltre al teatro, amava la pittura, la scultura, i libri antichi, le pergamene, i libri usati, che cercava sulle bancarelle di ogni città che visitava, soprattutto Parigi che amava come una seconda casa. A Milano e nella capitale francese si aggirava spesso fra le gallerie d’arte, fra rigattieri e antiquari di Brera e dei boulevard parigini. Naturalmente non mancano cenni sul rapporto con la famiglia, gli amici, che spingeva a pubblicare i loro libri nei cassetti, del profondo radicamento con le sue radici e tutta una lunga serie di contatti della cultura del suo tempo: da Pasolini a Italo Calvino, da Gesualdo Bufalino fino ad Andrea Camilleri che, dopo Sciascia, completa un percorso straordinario della casa editrice gestita da Elvira Sellerio.

Un Sciascia a tutto campo insomma “Visto da vicino”.

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Nicola Mascellaro

Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.

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