“Da mo vale!”: la perenne ricerca della Bari che verrà – L’ultimo libro di Giandomenico Amendola
Amendola-Bari-immaginaria
Giandomenico Amendola, Bari una città tra storia e immaginario. Le architetture raccontano, Adda Editore
A scorrere le pagine che ancora una volta Giandomenico Amendola ha dedicato a Bari, emerge un primo dato: la perenne cancellazione della storia per ricominciarla. Pare che chiunque giunga sulla scena provi disagio sapendo che qualcosa è già accaduto e si attivi per sostituirla con altro, un nuovo inizio con la presunzione che passerà ai posteri. Sono molti a pensare che l’assioma “non c’è futuro senza passato” sia dichiarazione per i deboli di spirito e di prospettive. E così un edificio, un sito archeologico, un pezzo di terreno agricolo salvato dall’occupazione cementizia sono elementi di disturbo, perché “da mo vale!”. E in fondo, tracciare il primo segno su un foglio bianco costa meno fatica e meno contrasti, perché non c’è alcun confronto da fare.
A ripercorrere la scena almeno degli ultimi due secoli di storia urbanistica di Bari, ci si accorge di quanto davvero poco sia cambiato nelle attitudini, nell’ansia di un divenire senza tempo e senza fine. È una storia di atti d’imperio, in cui gli abitanti sono sudditi senza voce, con il solo diritto di acclamare i padroni di turno. Sempre gli stessi, o quasi: poche famiglie che, se sono riuscite a far giungere fino a noi i loro discendenti, li vedono anche oggi ai vertici economici, sociali, politici. Una ristretta cerchia di baciati dal destino che decide per tutti gli altri.
Oggi come ieri, ma con strumenti più sottili ed efficaci, la narrazione istituzionale sostituisce la realtà.
Una città spinta nel sogno, protesa verso un continuo divenire, mai soddisfatta del ruolo assegnatole, sempre alla ricerca di una nuova rinascita. In Bari una città tra storia e immaginario il prof. Amendola ripercorre alcuni di questi momenti di “rifondazione”.
Già nel Seicento si sentì il bisogno di dare alla città un’origine mitica, facendola discendere da Iapige, figlio di Dedalo. All’inizio dell’Ottocento la prima grande rifondazione, con l’abbattimento delle mura e l’inizio dell’espansione del nuovo borgo, quasi per caso dandogli il nome di Gioacchino Murat. E da allora una costante cancellazione e nuova costruzione di segni lasciati dalla storia, quasi un caterpillar in continua azione. La città della pietra, del vetro e dell’asfalto, come dice Amendola, in cui i muri sono pregni di miti, di immagini, ma in cui troppo spesso l’umanità presente poco incide sul racconto, pur lasciata a sognare quel che verrà.
Il Ventennio vide Bari come la città più fascista d’Italia, un contenitore di quelle architetture che avevano dato significato fisico al pensiero fluido di Mussolini. E ancora oggi i monumentali edifici del lungomare, a partire dall’albergo delle Nazioni, fanno da quinta potente alla scena urbana. Dietro, l’intero quartiere Madonnella con abitanti e luoghi in un quotidiano ben lontano e diverso.
Ma sono gli stessi baresi a esaltare la “città della pietra”, a lasciarsi prendere da questa libertà dell’immaginario di cui i muri sono pregni. Negli ultimi anni migliaia di immagini hanno esaltato la cittá “più bella al mondo”, prendendola nei suoi momenti di vuoto, di silenzio, di solitudine. Le albe e i tramonti sul lungomare, quasi a suggellare il reciproco bisogno di natura e luoghi, di camminare insieme. Gli edifici senza gente intorno nelle ore di sosta, i ricordi delle architetture scomparse sotto il peso della speculazione, Gazzetta del Mezzogiorno in primo luogo, che all’epoca non si volle o non si seppe salvare. A Palese è il villaggio neolitico cancellato pochi anni fa, rarissimo al mondo e che la Soprintendenza non volle salvare, mentre oggi sono i suoi stessi nuovi funzionari ad ammetterne la gravità della perdita. Sono le ville storiche un tempo tesori di architettura e di natura in città ad aver lasciato il posto a costruzioni prive di identità, omologate nei colori senza colore e nei materiali di tendenza.
Nell’ansia talebana del Piano-Casa, sono anche le architetture moderne degli anni Sessanta e Settanta, talvolta dalla firma importante e di pregevoli fatture, ad essere tolte di mezzo per il limitato interesse volumetrico: villa del Sole firmata da Saverio Dioguardi è un altro clamoroso esempio. Quello che Amendola definisce “blocco urbano”, l’alleanza tra costruttori, commercianti e professionisti, è autore della progressiva cancellazione dell’ottocentesco Murattiano, per sostituirlo con immagini oggi nuovamente messe in discussione. La famigerata permuta fece ricchi molti commercianti e vecchi proprietari, ma annientò l’identità di una città che al tempo europea lo era davvero.
Il cratere del Petruzzelli all’indomani dell’incendio venne da molti considerato emblema di una città che sprofondava, con un bel racconto esteriore privo di contenuti. Da allora ad oggi, gigantesche periferie, Enziteto prima e Sant’Anna dopo, raccontano di una umanità trasferita per ognidove, a cui resta il diritto del sogno senza contenuti.
Sono arrivati altri racconti fortemente e forzosamente spinti verso la prospettiva: lo stadio-astronave di Renzo Piano, il ponte Adriatico strallato, che ci avrebbe portati in Europa, la stessa mortificata immagine di via Sparano, come quella di tante altre strade del commercio nel mondo, che qui non doveva essere contaminata dal verde mentre altrove questo sta emergendo come l’investimento più strategico per la salute fisica e mentale degli abitanti delle “città di pietra”.
E il racconto continua: sta arrivando il progetto “Costa sud”, che insieme a un “parco costiero” porterà un altro milione e mezzo di cubatura residenziale; sta arrivando il “polo della Giustizia” al posto delle caserme di via Fanelli, in un’area che sta esplodendo di nuova edilizia.
Ci sarà mai una strada barese che possa portare al “bello” senza false narrazioni? La luce, i colori e i sentori mediterranei, che in altri luoghi continuano a caratterizzare il paesaggio urbano, potranno mai recuperare da noi spazio e autonomia e marchiare in modi e tempi indelebili la nostra storia? Forse, se un po’ dei giovani professionisti decideranno di restare qui e lottare per le proprie radici, la risposta che auspichiamo potrà esserci. E sarà un racconto vero.
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Eugenio Lombardi è un architetto barese specializzato in Progettazione Partecipata e Psicologia Urbana all’Accademia di Belle arti di Copenaghen e con lunghi anni di studio e attività professionale a Helsinki. Ha diretto a Bari il primo Laboratorio Urbano in Italia, promuovendo diversi progetti culturali in Bari vecchia e di riqualificazione urbana: recupero ex Macello comunale, molo di Sant’Antonio, ex Ospedaletto dei Bambini. Ha diretto a Palese il Laboratorio Urbanistico di Quartiere e costituito l’Ecomuseo Urbano del Nord Barese. Attualmente coordina la rete Civica Urbana di Palese ed è direttore artistico del Festival Ecomuseale delle Arti.