L’inquinamento dei mari: a Bari si lavora sulla cultura e la divulgazione
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In gergo scientifico si definisce Marine Litter e rappresenta oggi uno dei più gravi problemi ecologici che sta attanagliando il nostro Pianeta: stiamo parlando dell’abbandono di rifiuti in mare. Plastica, gomma, tessuti, oggetti in legno, metallo, vetro, tutto ciò che non appartiene a Madre Natura ma deriva da processi di fabbricazione o trasformazione da parte dell’uomo rappresenta una sostanza letale per l’ambiente marino e per tutto ciò che ad esso è direttamente connesso.
In particolare, la plastica, dalla sua prima scoperta nella metà dell’Ottocento, si afferma negli anni a seguire come una delle principali invenzioni della Rivoluzione industriale. In ambito bellico viene adoperata per sopperire all’irreperibilità di materie prime necessarie per le produzioni militari. Nel settore alimentare assume in breve tempo una grande valenza con l’introduzione di bottiglie, involucri per alimenti, sacchetti, pellicole trasparenti. Nell’automotive e aviazione si diffonde con l’adozione di componenti compatti e leggeri per la costruzione di automobili e aeroplani. Ma non basta: è anche presente nel settore sanitario e favorisce la nascita di siringhe monouso, di protesi, di attrezzature versatili e compatte per esami diagnostici.
Purtroppo, i suoi impatti sull’ambiente sono estremamente nocivi e colpiscono numerosi contesti, dalla salute dell’uomo e degli organismi marini. Si pensi infatti ai danni arrecati al pescato e di conseguenza alla nostra alimentazione, al mutamento fisico di piante e animali per intrappolamento o ingestione. Fino a settori chiave come il turismo, la pesca e il trasporto via mare gravemente influenzati, il primo dall’effetto visivo dalle spiagge sommerse da rifiuti, i secondi dai danni arrecati dai pericolosi oggetti presenti in mare.
Come siamo arrivati a questa situazione globale pressoché ingestibile e incontenibile? La plastica è un elemento così comune in tutte le nostre attività quotidiane che non ci rendiamo conto di quanto la sua presenza sia ormai prepotente e indispensabile. É una sostanza unica nel suo genere, leggera, resistente, plasmabile ed economica.
Sebbene il suo avvento abbia ridotto in maniera considerevole l’utilizzo di avorio o di gusci di tartaruga per la realizzazione di oggetti di uso comune come pettini, posate e suppellettili in genere, allo stesso tempo la sua produzione a ritmi sostenuti e il suo utilizzo sempre più crescente si è affermato sin da subito con una ricaduta negativa sul mondo animale e i nostri oceani sono ormai profondamente pregiudicati da questa piaga.
Non serve approdare in immaginarie spiagge distanti chilometri dalle nostre città per osservare il fenomeno: è una realtà che ci tocca molto da vicino. Basta ad esempio una breve passeggiata su un tratto del Lungomare Starita di Bari, in prossimità dell’ingresso monumentale della Fiera del Levante, per assistere a uno spettacolo infelice e deprimente. Un luogo che appartiene a tutti noi, una spiaggia che non solo ci ospita e ci accoglie ma ci offre panorami dai colori straordinari tutto l’anno, inconsapevole della capacità umana di un tale accanimento nei suoi confronti, ci presenta un’immagine fatta di ciabatte, bottiglie, secchi di plastica, rifiuti di ogni tipo.
Molti oggi i progetti di ricerca e le sperimentazioni scientifiche orientate ad individuare, recuperare e riciclare i rifiuti marini, oltre alle campagne di sensibilizzazione per la corretta raccolta dei rifiuti e per l’abolizione di oggetti come cannucce, piatti e posate monouso. Si assiste alla pubblicazione di interessanti studi per la rilevazione della plastica da immagini satellitari, alla progettazione di prototipi in grado di ottenere carburante dalle plastiche disperse in mare, a una generale volontà di diffusione del concetto di “Economia Circolare”, una nuova visione di economia che punta al riutilizzo per ridurre i rifiuti.
Anche la cultura assume un ruolo fondamentale di promozione e divulgazione, e la città di Bari si sta dimostrando in questo momento palcoscenico di un messaggio forte e potente comprovato dal riscontro positivo della mostra fotografica Planet or Plastic?, ospitata dallo scorso dicembre all’interno del Teatro Margherita e visitabile ancora fino al 13 marzo 2022, che raccoglie scatti dei più grandi fotoreporter del National Geographic in grado di raccontare questa piaga.
L’iniziativa è stata lanciata da Cime, associazione culturale di Bari nata nel 2006 con l’obiettivo di insediarsi nello sviluppo dei territori, investendo in progetti culturali ad ampio respiro internazionale. Organizzatrice dell’esposizione fotografica Planet or Plastic?, nel 2021 Cime aveva già siglato una partnership con National Geographic Italia per portare a Bari il primo Festival della sostenibilità, del quale assisteremo a future edizioni.
Come ci raccontano gli organizzatori di Cime: «Questa mostra è già stata ospitata da alcune città italiane come Roma, Milano, Torino e arriva a Bari come città baluardo del Mezzogiorno d’Italia insieme a Napoli. Planet or Plastic? è inoltre una mostra internazionale, ha girato diversi Paesi europei e questo rende molto più prestigiosa la sua presenza nella città di Bari».
In merito a una prima sensazione su come l’evento stia sensibilizzando la comunità, aggiungono:
«Ad oggi il primo bilancio di partecipazione e coinvolgimento è molto positivo ma aspettiamo la fine della mostra per pubblicare numeri più precisi», riferiscono. «Sicuramente è stata visitata da un elevato numero di autoctoni ma anche da numerosi turisti italiani e stranieri che in questi mesi sono tornati a viaggiare ed è servita senza dubbio a porre la prima pietra di un dibattito che è ormai all’ordine del giorno di tutte le agende nazionali ed internazionali ma che rimane difficile da introdurre nel quotidiano». E concludono: «Oggi queste tematiche sembrano ancora prerogativa di una classe più colta, di studenti delle scuole dell’obbligo o di licei e facoltà ad indirizzi scientifici, quindi bisogna ancora lavorare molto sugli altri substrati della società».
Le immagini della mostra suscitano un miserabile fascino, rimangono impresse nella mente del visitatore e inducono molto alla riflessione.
La formazione del pubblico, sia giovane che adulto, è chiaramente diventata un elemento essenziale per stimolare nuovi progetti futuri a livello locale, nazionale e oltre. Le nostre città, i mari, il Pianeta hanno un urgente bisogno del nostro aiuto e di un forte e condiviso cambiamento culturale.
Nata a Canosa di Puglia, vive a Bari da circa 30 anni dopo una Laurea in Informatica e Comunicazione Digitale presso l'Università degli Studi di Bari.
Ha iniziato la sua carriera lavorativa come Web Developer per poi spostarsi nel settore geospaziale grazie al ruolo di Product Specialist per il mercato dei dati satellitari presso la società Planetek Italia.
Appassionata di enigmistica, faidate (ogni oggetto abbandonato, nelle sue mani riprende vita), natura, Spagna e Cammino di Santiago.





