Strade baresi in singolar tenzone: un duello del 1673
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L’attribuzione di un nome a una strada è impegno e dovere di ogni amministrazione municipale, almeno così credo.
Lo staff di coloro che devono scoprire o inventare un nome è costituito da funzionari comunali e da personalità esterne, fisiche o giuridiche, società di storia patria, eruditi locali, pro loco che partecipano e collaborano alla scelta di un nome personale, di un titolo, di una circostanza, un avvenimento storico. Un’attività che può anche essere prolungata quando non ci sia un accordo di massima, a volte anche per scarsità di conoscenze delle vicende storiche della città.
Può capitare anche che alcune strade, addirittura adiacenti tra loro, siano intestate a personaggi che in vita ebbero relazioni, strette o distanti, ma di tali relazioni le targhe sugli angoli dei palazzi non possono fare menzione e così nessuno saprà mai, tanto per fare un esempio, che via Nicolai e via Marchese di Montrone sono dedicate a due nobili figure che vissero negli stessi anni, tra XVIII e XIX secolo, ed erano rispettivamente Domenico Nicolai, marchese di Canneto e Giordano de Bianchi Dottula, marchese appunto di Montrone.
Abbiamo notato che in città abbiamo, al quartiere Carrassi, una via Andrea Matteo Acquaviva, umanista del Rinascimento (1456 – 1529) ed esponente del celebre casato che tenne per secoli la signoria di Conversano.
Altra importantissima famiglia nobiliare fu la Carafa di Noja (oggi Noicattaro), alla quale però manca il riconoscimento toponomastico. Eppure il duca di Noja Giovanni Carafa, è stato un personaggio di eccezionale rilievo, che ha promosso la grandiosa realizzazione della Pianta Scenografica della città di Napoli, e a Bari ha lasciato i diorami dei principali castelli di Puglia, visibili presso il nostro Castello Svevo, e infine, tanto per restare in tema di toponomastica barese, aveva organizzato, per metterlo al servizio del suo re, un reggimento denominato “Bari”, una sorta di antenato della “Brigata Bari” di cui all’importante e congestionato vialone del Libertà.
Due grandi famiglie, feudatari e principi di terre e città. La storia ci dice che vi furono dei momenti di tensione e rivalità tra i Carafa e gli Acquaviva. A quei tempi si arrivava facilmente al ricorso alla violenza omicida per sbarazzarsi di un rivale.


Ma pare che le famiglie giungessero a un accordo, a una tregua, duratura e non più spezzata, ma solo a patto che tra i rappresentanti più di prestigio si svolgesse un “duello”! Si proprio uno scontro armato il cui esito non doveva essere necessariamente la soppressione di uno dei due contendenti, ma che fioccasse comunque qualche stilla di sangue (rosso o blu questo gli storici non lo precisano).
Un documento, la cui trascrizione amici noiani ci hanno gentilmente elargito, rievoca la fase conclusiva della tenzone tra due fieri rappresentanti dei casati rivali:
Dell’ammirevole duello cavalleresco tra i due principi napoletani don Francesco Carafa di Noja e don Giulio Antonio Acquaviva di Aragona il 5-15 novembre 1673.
Da tempo era opinione diffusa che, per porre fine all’odio mortale tra gli alti casati napoletani dei Conversano e dei Noja che durava già da due anni e più mesi, sarebbe stato opportuno organizzare un duello da cavalieri, con armi da cavalieri. Per questo si doveva trovare un posto adatto per lo svolgimento del duello stesso, posto che non fu mai trovato. Infine si decise di farlo a Norimberga tra il 5 e il 15 novembre su proposta di don Giulio Acquaviva. Lo stesso e don Francesco di Noja si presentarono [una quisquilia, a quei tempi, spostarsi dalla Puglia alla Germania … voli low cost?] con i padrini del duello, con spade e pugnali, alla presenza di un migliaio di persone di alto e basso rango. Lo steccato del duello fu attorniato da cavalli e cavalieri. L’Acquaviva come sfidante fu il primo ad essere sul campo e attendeva impaziente fino a che don Carafa si mise in posa per il primo attacco. I duellanti indossavano delle camiciole con sottili filamenti d’argento e d’oro. Prima del duello furono controllati dai padrini per vedere se nascondevano qualcosa di illecito. Si fecero legare i capelli e si misero in posizione d’attacco a capo scoperto. Prima del combattimento i due ringraziarono i presenti e lo fecero anche per le riprese successive. Il primo attacco sembrò essere molto pericoloso e senza esclusione di colpi, il secondo fu più breve perché sembravano affaticati: in compenso i successivi furono più violenti perché non solo l’Acquaviva fu colpito di striscio alla camicia e al ginocchio, ma anche per la caduta del Carafa. Si pensò anche di annullare il duello. Alla settima ripresa, don Carafa fu pugnalato al braccio che cominciò a sanguinare e dovette essere soccorso sul posto. Nonostante la ferita sanguinante, voleva a tutte i costi continuare a combattere. Ma i padrini rifiutarono e, dopo uno scambio di vedute, decisero di far deporre le armi, cosa che avvenne. Dopo di ciò i duellanti si diedero la mano, si abbracciarono e si baciarono sul collo mentre il pubblico, sorpreso da ciò, acclamava. Successivamente, dopo aver firmato il verbale del duello, salirono in carrozza e si avviarono al loro ostello. Tale giorno in seguito venne chiamato “Blandina”, perché in quel giorno i due acerrimi nemici diventarono amici con un abbraccio.
Traduzione dell’originale conservato a Londra e Francoforte. Ricerche di Agostino Montedoro. Traduzione di Francesco Bellisario e Elena Affatati. Consulenza storica di Vito Didonna. Grafica di Mimmo Di Donna. Stampa di Grafica 2P snc – Noicàttaro (Ba) 2016
Bibliografia:
- Antonio Fanizzi, Armi e baroni: controversie e duelli degli Acquaviva d’Aragona dal 1636 al 1723 (prefazione di Luigi Russo), Levante, Bari 1985;
- Vito Didonna, La leggenda della porta dei 100 occhi, Grafica 2P, Noicattaro 2017.
Foto: Nicola Antonio Imperiale
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Francesco Quarto è nato e vive a Bari. Da poco in pensione dopo tanti anni di vita da bibliotecario durante i quali ha “supportato” generazioni di studenti e non solo: docenti, ricercatori, accademici e continua a mantenere relazioni e contatti. Sviluppa le sue ricerche sulla storia della tipografia antica in Puglia scoprendo numerose edizioni ignote. La storia della città di Bari e l’altro ambito privilegiato dei suoi interessi. Da due anni ha una rubrica sui nostri quotidiani, molto apprezzata dai baresi e anche da viandanti e viaggiatori di passaggio nella città.


