Torre Rotto la Capa e Torre del Capitano: due testimonianze del nostro passato da preservare
torre
Nel nostro viaggio fra le bellezze dimenticate della Puglia, andiamo alla riscoperta di ville, monumenti e torri che hanno avuto un importante significato storico, culturale e paesaggistico per il nostro territorio. Oggi, scegliamo di immergerci nella Murgia per riscoprire due torri ormai abbandonate da decenni: Torre Rotto la Capa del XV sec. e Torre del Capitano del XVI sec.
Le torri difensive
Le due torri in questione fanno parte di quel vasto e complesso sistema difensivo, composto da oltre cento edifici, che proteggeva la Puglia dalle incursioni nemiche dal mar Adriatico e dal mar Ionio. Le torri più vicine al mare, normalmente meglio fortificate, comunicavano con quelle più interne al territorio, così da allarmare le truppe e la popolazione locale, in tempi brevi.
Torre Rotto la Capa
Torre Rotto la Capa, la prima di queste costruzioni, si trova a Bitonto, nella strada omonima, immersa nella campagna. Prima di visitare il luogo dove è posto l’edificio, ci fermiamo però a contemplare un bellissimo campo di acetosella gialla e di ulivi. Nel campo scorgiamo una piccola costruzione in pietra chiamata la Pescara Ganga di Lupo.
La struttura del XVII-XVIII secolo è completamente vuota e molto profonda, a giudicare da quello che vediamo sul fondo: evidentemente negli anni è stata utilizzata come discarica.
Ci inoltriamo poi nella campagna e finalmente giungiamo alla torre che spicca al di sopra degli alberi che la circondano.
Sulla facciata un tempo era presente un emblema araldico con la data del 1440. Ora invece sulla facciata muraria di pietra a secco non c’è più nulla, perché da tempo ignoti lo hanno asportato.

La torre è composta da tre piani, per un’altezza di circa 15 metri da cui in passato era facile osservare il mare.


Non è possibile entrare nella struttura perché all’ingresso c’è una porta di metallo, chiaramente di fattura moderna. Sono però visibili dall’esterno le feritoie e le caditorie sui lati e un ambiente quadrangolare collegato direttamente alla torre.
Nel XV secolo l’edificio faceva parte delle proprietà della famiglia nobile degli Scaraggi, importanti agricoltori della zona, poi passò ai Sylos nel XVI secolo e ai Gentile nel XVIII secolo. La storia del suo strano nome “Torre Rotto la Capa”, secondo gli storici, deriverebbe dalle cannonate inferte alla struttura dalla flotta russa nel 1799.
Torre del Capitano
Torniamo in macchina, lasciamo Bitonto e riprendiamo il nostro viaggio. La nostra seconda destinazione è Torre del Capitano a Molfetta in località Santo Stefano.
La torre è completamente immersa negli ulivi e se non si guarda con attenzione al di sopra della cima degli alberi è possibile che vi sfugga.

Nella campagna vediamo anche un grande pagliaro risalente al 1906, da quanto scritto sulla porta d’ingresso.
A pochi metri da questa struttura rurale c’è l’alta torre di circa 20 metri a pianta quadrata con le facciate di pietre rozze. Sono posizionate sull’edificio alcune finestre rettangolari. Sul tetto è presente una saettiera.
In questo caso, riusciamo ad entrare nella torre. La struttura è chiaramente in stato di abbandono: ormai degli arredi non resta nulla e anche le scale, che in passato dovevano portare ai piani superiori, ormai sono sparite.

Nel locale a piano terra ci sono però i segni di un camino.
Secondo le ipotesi di alcuni studiosi, intorno alla torre un tempo c’era un fossato che, in caso di pericolo, veniva riempito d’acqua. Ma di questo non ci sono prove evidenti, perché attualmente c’è solo la campagna che sembra vivere in perfetta armonia con questa imponente struttura in pietra.
L’edificazione della torre
La costruzione della Torre del Capitano dovrebbe risalire al 1557-1568 a cura di Joannes Ciccithoma. Ma anche la data di edificazione è piuttosto incerta come del resto la motivazione del suo nome. La prima ipotesi è che sia stata creata dai bizantini come sede del Capitanio e questo vorrebbe dire spostare la data di edificazione addirittura al VIII-IX secolo; la seconda ipotesi, più probabile, è che il nome “Torre del Capitano” derivi dal proprietario del fondo a fine 1700: il capitano Vincenzo Brayda.
Finita la nostra visita, ci allontaniamo dalla campagna e ancora una volta ci colpisce l’amara consapevolezza che tutte queste importanti testimonianze del nostro passato, se lasciate al loro “destino” e non ristrutturate e valorizzate, presto o tardi si trasformeranno in ruderi informi, lasciando al loro posto un vuoto culturale incolmabile.
Fonte:
https://catalogo.beniculturali.it
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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.



















Dopo questa bella descrizione e scoperta più in là in primavera le andrò a visitare.