La Bari “politically incorrect” di Leonardo Palmisano: ma la città non è solo degrado e criminalità

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Ho letto La città spezzata di Leonardo Palmisano e, onestamente, non ho apprezzato: Bari non è la città che l’Autore descrive in lungo e in largo. La Bari di Palmisano esiste soltanto nella mente di un analista di sistemi criminali e migrazioni, di un coordinatore di progetti antimafia, il cui significato non è ben chiaro, e di un cronista dichiaratamente di sinistra, di un partito che non c’è più – dice appunto lui. Deluso da una società diversa dalla sua visione politica, Palmisano ha messo insieme una lunga serie di fatti criminosi e di miserie umane, racimolate in un decennio, se non di più, da studioso e cronista, pubblicate tutte insieme, una dopo l’altra, dando l’immagine di una città, non dissimile a tante altre città moderne, ma in totale disfacimento, avviata verso un processo di degrado irreversibile, da ricoverare in un ‘centro’ grandi ustioni, in terapia intensiva poi, e in lunghe sedute di terapie psichiche per cercare di “guarire” da una serie di malattie interne al corpo e alla mente, morali e materiali.

Il che, sia chiaro, è lecito ma non politicamente corretto!

Palmisano è sicuramente uno di quegli scrupolosi analisti che studiano le abitudini sociali sempre dal punto di vista del bicchiere mezzo vuoto. Anzi, vuoto! Facilitato, a quanto sembra, da esperienze traumatiche e da una serie incredibile di amicizie quantomeno “fragili”. E quante storie di amici ha raccontato!

Poi, ovviamente, se uno fa di mestiere l’analista di sistemi criminali e il giornalista incazzato, il risultato non può essere diverso dal libro che Palmisano ha scritto dichiarando, fra l’altro, in una trasmissione televisiva, di aver esposto una parte positiva e una negativa.

Per la verità quella parte positiva si riduce a due paginette appena. Nel resto del libro, che ad onor del vero si legge tutto d’un fiato come un thriller, per le tante microstorie raccontate, il “barese” si riconosce dai luoghi citati.

È sicuramente un lavoro apprezzabile ma non condivisibile.

Bari non è mai stata e non è come una Chicago degli anni Trenta zeppa di criminali assassini, di delinquenti, ladri, strozzini. Una città che basa la sua economia sul lavoro in nero, affollata da usurai, evasori fiscali, corrotti e corruttori, di una cerchia d’imprenditori e cittadini indebitati fino al collo, di una società talmente degradata da essere insensibile a qualunque gesto umanitario, di una borghesia senza morale… che produce servi riducendoli a uno stato di povertà che non consente loro di terminare la scuola dell’obbligo, servi che spesso si incontrano sul lavoro, condividono una condizione comune. Soprattutto quando sono impiegati nelle nuove, imperanti forme di economia.

Le uniche note positive, la città “migliore” per il nostro Autore, è quella degli anni Sessanta… quando la classe operaia si mobilitava, quando il passaparola chiamava allo sciopero… quando lui non era ancora nato ma c’era il PCI, c’era la CGIL che alimentavano il rivendicazionismo e sostenevano che la retribuzione è indipendente dalla produzione salvo poi rimangiarsi tutto quando le fabbriche fallivano; di quando i delegati ai contratti nazionali tornavano nelle aziende e illustravano soltanto i miglioramenti retributivi evitando di parlare di “contropartite” che giustificavano gli aumenti, e la parte normativa… “tanto la base non capirebbe!”

Il resto, cioè la parte negativa, che poi è la grandissima parte del libro, è tutto un susseguirsi di fatti criminosi, di una città invivibile, dedita allo spaccio di stupefacenti, di parassiti della società, di diffusa disonestà, di gente che dichiaratamente non lavora e non intende farlo per uno strano concetto di libertà, di persone e di ragazzi che lo stesso Autore ha conosciuto – caspita quanti ne ha conosciuti! -, che si arrangiano con la pensione sociale o con il reddito di cittadinanza, amici che non hanno mai pensato di studiare: al più “onesto” dei quali, quando Palmisano gli chiede se aveva un sogno, risponde sì, sognavo di fare Platinì!

Poi giù a raccontare dei baresi che coltivano il sogno dei sogni: il posto fisso e la bottega o il secondo lavoro in nero, con il posto fisso come optional, per colpa dell’imprenditore… che rende schiavi i propri dipendenti. Di tanti tantissimi cittadini che passano la vita parlando… di focaccia, panzerotti, birra e crudo di mare. Due palle!

Già che palle!

E la gente normale di cui è fatta la stragrande maggioranza dei baresi? La gente che lavora onestamente, che ha famiglia, che paga il suo mutuo di casa, che non si sente uno schiavo, che non è uno scambista, che non fa l’usuraio, che non frequenta le case da gioco o altro tipo di case, che fine ha fatto?

Va bene, non si può scrivere un libro di storie a lieto fine, ma non è neanche lecito scrivere e parlare della città a tinte fosche. Se il libro vuole essere un “pugno nello stomaco” per scuotere quella parte acquiescente e dormiente della città, Palmisano ci è riuscito benissimo, ma non con onestà intellettuale, ha guardato solo da un lato, dal lato più oscuro che la città offre.

È un libro di denuncia che diventa irricevibile quando è di parte e finisce per perdere tutto il credito che si è disposti a concedere.

Dopo aver letto La città spezzata quei pochi baresi che ancora non sono stati colpiti, contagiati dal virus che induce a delinquere, dovrebbero chiudersi in casa, a doppia mandata, e non uscire più, ma neanche affacciarsi sulla soglia del portone, perché quella Bari in cui ha miracolosamente vissuto, senza danni, fino alla vecchiaia è invivibile, pericolosa: rione Carrassi, San Pasquale, Libertà, la città vecchia, Japigia, San Paolo, Murat tutti covi di briganti!

Molti anni fa, come lo stesso Palmisano ha rilevato, la cartolina di Bari era quella di una “capitale dello scippo”. Abbiamo recuperato quell’immagine, la città è cambiata, è cresciuta, è una realtà vitale, moderna grazie a una maggiore consapevolezza della società civile, certamente non è quella descritta in questo volume: è anche quella, ma è una parte del “corredo” di tutte le città del mondo a partire dalle più ricche.

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Nicola Mascellaro è nato a Gravina in Puglia nel 1939, risiede a Bari dal 1950. Dal 1966 al 1996 ha lavorato presso La Gazzetta del Mezzogiorno come impiegato responsabile dell’Archivio di documentazione.

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