“La città spezzata” di Palmisano fa cadere la maschera di Bari

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Arriva come un pugno nello stomaco che stronca il respiro l’ultimo libro di  

Leonardo Palmisano, La città spezzata, Fandango libri 

La “città spezzata” è Bari, una Bari molto diversa dalla cartolina turistica che ultimamente rimbalza ripetutamente sui media nazionali in spot, fiction e passerelle di star e influencer. Una Bari finalmente messa a nudo, con tutte le sue contraddizioni, i suoi drammi, le paure e le speranze deluse. Una Bari fotografata dal vero, come non si era mai visto fino ad ora. 

Il racconto scorre fluido grazie alla vivace e asciutta prosa dell’Autore, ma anche inesorabile per la crudezza dei fatti messi in scena. Decine di microstorie di persone concrete, che per 330 pagine si susseguono senza soluzione di continuità in un vortice di sensazioni che vanno dall’empatia per i protagonisti, fino allo sdegno per l’ingiusta sorte dei loro destini. Il libro è il resoconto di oltre cinque anni di incontri, interviste, analisi, letture e studi condotti per le strade di Bari in presa diretta tra i suoi cittadini.

Palmisano procede quartiere per quartiere, a volte via per via, per cerchi concentrici, partendo dal suo quartiere natale, Carrassi, e procedendo verso le altre periferie, vicine come Madonnella e Libertà, e lontane come San Paolo e San Pio, passando per la “Bari bene” del borgo nuovo e delle zone residenziali, fino alla città vecchia, recentemente “ripulita” e messa a nuovo.

Un’inchiesta condotta a 360 gradi, nelle pieghe della società barese, abbracciata in tutte le sue dimensioni, da quella politica-amministrativa sottoposta alle pressioni dei poteri economici, a quella della criminalità organizzata contrastata dal coraggioso volontariato sociale. Tutto è sondato palmo a palmo alla ricerca del volto più autentico dell’umanità che nella città ci vive, lavora, lotta, resiste, si rassegna… continua a sperare. 

Ci sono storie di povertà ed emarginazione. Come quella di Maria (nomi e particolari leggermente ritoccati per riservatezza) del quartiere Libertà, che vive sotto i portici della “Bari Nord”, davanti a quella che fu casa sua, dopo essere stata violentata dal padre. Come quella di un numero imprecisato di poveri totali che ancora vivono in via Oberdan, in quel pezzo di extramurale (che appunto “spezza” la città) fatto di catapecchie servite da una sola fontana pubblica. Come quella di via Ravanas, dove il 60℅ dei suoi abitanti è costituito da stranieri i cui modesti negozietti hanno sostituito quelli dello storico commercio barese soffocato dagli outlet dei grandi centri commerciali.

Ci sono anche storie di grandi ideali, come quelli di Alì il comunista iraniano esule che gestisce un bar a San Pasquale. E c’è il coraggio di piccoli onesti imprenditori che si danno da fare sfidando i predoni del lavoro nero, e facendo lo slalom tra evasori, malpagatori, strozzini, finti imprenditori, percettori di rendite, mezzani del vizio. Personaggi realmente incontrati e che senza ritegno hanno raccontato la loro “carriera”.

C’è la storia del cemento barese, dei palazzinari, dell’indiscriminato investimento senza futuro nel mattone, tipico dei baresi, che ha allargato e allontanato le periferie, dove discariche a cielo aperto, roghi e inquinamento sono all’ordine del giorno. C’è la storia poco nota del mercato nero del ferro,  e quella dei rifiuti tossici gestiti con la compiacenza di chimici ex ambientalisti.

E poi ci sono i politici. Esemplare l’incontro con il “Cetto Laqualunque” di turno, volutamente non identificabile; il racconto dell’autista (di Ferrari) disoccupato, pentito del potente ingegnere del Comune da cui passavano gli appalti (vedi edilizia palazzo di giustizia); il manager incapace in cerca di nuova occupazione in Amtab …

Ed infine, ultima ma non meno importante, anzi decisiva, la criminalità organizzata. Per le profonde rivalità e faziosità, i clan baresi non hanno mai costituito una cupola cittadina, ma hanno segnato di sangue le strade dei nostri quartieri. Uno spartiacque nella storia delle faide famigliari, accuratamente raccontato da Palmisano, si consumò a Carrassi, il 28 agosto 2011 in via Borrelli, con l’assassinio di Cesare Diomede. Partendo da questo, di episodio in episodio, il libro ci restituisce un quadro completo della geografia criminale di Bari, arricchito dai racconti di alcuni testimoni indiretti, noti fatti di cronaca che mostrano al lettore plasticamente la drammaticità di questa piaga sociale.

L’occhio della telecamera, che descrive tutto questo, tuttavia, non è affatto imparziale. Il narratore vi partecipa da cittadino consapevole e attivo, da coprotagonista. In ogni storia, incontro e dialogo emergono i ricordi personali di Palmisano: l’infanzia vissuta tra Carrassi e San Pasquale; la testimonianza del nonno paterno, che scendendo dalla Murgia tarantina decide di aprire una salumeria in un quartiere nuovo, che nei primi anni del dopoguerra cercava la sua via alla rinascita; l’adolescenza e la gioventù trascorsa a contatto con la realtà dura della delinquenza; la voglia di capire, lo studio universitario, il bisogno di raccontare il mondo che lo circonda. Un filo rosso autobiografico innerva, discreto, tutta l’inchiesta, senza inficiare la dovuta oggettività professionale od offuscare la ricchezza di contenuti.

Ma perché Bari è “spezzata”? Perché, amara conclusione a cui giunge Palmisano, un solco sociale ed economico l’attraversa, una frattura netta divide chi considera il denaro un mezzo e chi un fine, tra “chi lavora e chi vive sulle spalle dei primi”, tra l’economia “drogata” dai proventi del narcotraffico di Savino Parisi, e quella delle 200 lire guadagnate a fatica dal papà ferroviere in una notte, in cambio del sonno perso.

La città spezzata è il libro che ci voleva, il libro che costringe finalmente Bari, e ogni cittadino, a guardarsi allo specchio e ad abbassare la maschera carnevalesca appioppata da chi ha interesse a che la commedia continui. 

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1 ha pensato a ““La città spezzata” di Palmisano fa cadere la maschera di Bari

  1. Egregio Palmisano tutto ciò menzionato è pura verità . Ma al barese medio sta bene il vivere come hai citato. Certamente qualcuno appartenere alla combriccola di comando farà tutto per spubblicarti. Anch’io da tempo ho segnalato la cementificazione a macchia di leopardo e l’abbattimento di edifici e ville storiche, ivi compresa la mia in corso A. De Gasperi 345 oggi scuola pubblica. Villa immensa su due piani più piano terra abitata da diversi parenti. Un agrumeto abbattuto dal valore inestimabile , pompelmi, bergamotti, cedri ecc.
    Sono state vane tutte le mie segnalazioni

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