Il tracciamento dei contatti Covid in Puglia: che fine ha fatto?

tracciamento contatti

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I vaccini anti Covid-19 sono oggi, giustamente, il punto focale dell’interesse di tutti. Eppure, a partire dal mese di ottobre, anche il tracciamento dei contatti diretti dei soggetti risultati positivi, assieme a tamponi tempestivi e ad una vaccinazione di massa, era stato sventolato come la strada lastricata che avrebbe dovuto condurci finalmente fuori da questo lunghissimo ed estenuante tunnel. Ma a quanto pare non è più così. E di certo non in Puglia. Cosa sta accadendo?

Il fantomatico contact tracing covid sembra ormai un’antica leggenda passata di moda perché dalla nostra sanità pugliese pare non venga più applicato. L’Istituto Superiore di Sanità, già nel corso della prima ondata, aveva dichiarato che: “la ricerca dei contatti è uno strumento fondamentale di sanità pubblica per la prevenzione e il controllo della diffusione delle malattie trasmissibili da persona a persona. Consiste nell’intervistare la persona positiva per individuare i possibili contatti avuti in un periodo di tempo significativo (per Covid-19 da 48 ore prima dell’insorgenza dei sintomi) e rintracciare e intervistare i contatti segnalati”.

Il Ministero della Salute aveva poi chiarito che: “le regioni e le province autonome, attraverso le strutture sanitarie locali, sono responsabili della sorveglianza dei contatti e tali attività sono affidate al Dipartimento di Prevenzione dell’azienda sanitaria locale (Asl)”. Tutto questo sulla carta. Ma concretamente oggi cosa accade?

«Ho scoperto di essere positiva al Covid il 4 febbraio in seguito all’accertamento della positività di mio marito 4 giorni prima» racconta Alessandra, 45enne insegnante barese. «Oggi sono finalmente negativa ma nessuno mi ha mai rintracciata per il tracciamento dei contatti, né a me né a mio marito che lavora in una grossa azienda. Nel mio caso è stata solo la scuola a provvedere alla quarantena dei miei studenti e colleghi».

Lo stesso racconto emerge dalle parole di Anna, 40enne avvocato di Adelfia: «I primi sintomi sono comparsi il 9 marzo, la positività è stata confermata il 12 ma nessuno mi ha chiesto quali fossero stati i miei contatti diretti. È stata la mia coscienza a farlo. Esercito una professione per la quale vengo a contatto con tanta gente e l’unico canale su cui ho potuto fare affidamento è stato Facebook».

A queste si affiancano altre testimonianze che rendono palese come ormai in Puglia il contact tracing pare sia saltato del tutto. Eppure ad ottobre la Regione Puglia sul proprio portale della “Salute” dichiarava: “Il Dipartimento di prevenzione della Asl ha intrapreso tutta una serie di misure per poter contare su più personale a disposizione, a partire dalla assunzione di 33 nuovi medici che saranno impiegati nelle attività di tracciamento dei contagi”.

L’indagine parte dal positivo, al quale viene chiesto di fornire informazioni sui 7 giorni precedenti al contagio, indicando in quali posti è stato e quali persone ha incontrato. Si allarga successivamente ai contatti stretti, ossia, come da linee guida ministeriali, a coloro che sono stati a contatto con il positivo per più di 15 minuti senza mascherina e senza la distanza di un metro in un luogo chiuso”.

Dove sono finiti i tracciatori assunti? Nel mese di ottobre sembrava che il servizio riuscisse ancora a funzionare ma poi pare non abbia più retto.

«Io sono risultata positiva nel mese di ottobre e dopo una settimana la Asl mi ha contattata per chiedermi i nomi dei miei contatti più stretti che a loro volta sono stati intercettati e allertati» dichiara la docente barese Mirella.

Conferma questo andamento anche la 51enne mottolese Antonella, proprietaria di una gioielleria: «Anche io ho avuto conferma della mia positività alla fine del mese di ottobre e dopo neanche 2 giorni sia io che il mio compagno abbiamo ricevuto una telefonata dalla Asl di Taranto che ha poi raggiunto i nominativi da noi indicati».

Il problema è che l’evidente interruzione del servizio non è mai stata comunicata o ufficializzata e contattando il numero verde messo a disposizione dalla Asl Puglia ci viene detto che ad occuparsene ancora oggi è il Dipartimento di prevenzione. Ma anche provando a contattarlo telefonicamente tutti i giorni, non si riesce ad ottenere alcuna risposta.

E nel sistema sanitario delle altre regioni cosa accade? Dipende.

Anche per la 62enne ginecologa romana Alessandra l’esperienza è stata negativa: «La mia positività è durata dal 25 ottobre al 12 novembre. Nell’arco di tutto questo periodo temporale l’unico contatto che ho avuto è stato con il mio medico curante ma non mi è stato chiesto di segnalare chi avessi visto e incontrato. L’ho fatto io di mia spontanea volontà».

Diversa la vicenda raccontata dalla milanese Fiorenza, che a 65 anni gestisce un bar con il proprio figlio: «Siamo positivi dal 26 febbraio e mio figlio è ricoverato per una polmonite bilaterale. Ci contattò l’Ats (Agenzia di tutela della salute) di Milano e ci hanno chiesto chi avessimo frequentato, chi fossero i clienti del bar e se avessimo preso mezzi e poi hanno rintracciato i nostri familiari. Sono anche venuti i vigili a controllare tramite citofono che fossimo in casa».

Forse dato l’incremento dei casi di contagio e il sopraggiungere dell’ennesima ondata, l’affidamento esclusivo al buonsenso e alla responsabilità civica del singolo cittadino è un rischio eccessivo ed una leggerezza imperdonabile. Fallito ogni tentativo di risoluzione tecnologico tramite app e dispositivi, non resta che impiegare meglio i medici di base e le risorse già acquisite incentivando così nuove assunzioni e garantendo oltretutto nuovi e necessari posti di lavoro.

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Docente di letteratura e storia, laureata in lettere e diplomata in archivistica, ha collaborato per 5 anni con la Soprintendenza archivistica e ha scritto per 4 anni per la testata online Barinedita. Appassionata di fotografia ha seguito corsi di fotografia e fotoreportage e ama viaggiare con una Nikon al collo

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