Il barese arriva in California: Intervista ad Allegra Robertson dell’università californiana
California 1
Lo dobbiamo ammettere, con amarezza: ad apprezzare la storia, la cultura e le tradizioni della nostra terra non siamo noi, ma i forestieri. L’ipermetropia dei baresi è stata proverbialmente stigmatizzata nei versi dal noto demologo Alfredo Giovine, “Ci non ganòssce a BBare / Le cose de stu paìse, // CChiù de le frastìire / Sò pròbbie le barìse “ (traduzione: “Chi non conosce (o non apprezza) le cose di questo paese, più dei forestieri, sono proprio i baresi”).
E questo “disturbo visivo” è anche acustico, perché coinvolge la lingua, il barese.
Disprezzata, emarginata e bistrattata in casa – soprattutto nel recente passato –, è al contrario sempre più apprezzata fuori.
Tanto da aver attirato l’attenzione di una delle più prestigiose università pubbliche statunitensi, la University of California, Berkeley.

La linguista dell’Università della California
Tra le strade di Bari vecchia in questi giorni, tra i sempre più numerosi gruppi di turisti, si aggirava, in missione speciale, “segreta”, ma non troppo, la dottoressa Allegra Robertson, per completare la sua tesi di dottorato in Linguistica per la succitata Università californiana.

Scopo della sua missione “speciale”: studiare il barese, a suo dire, una delle lingue minoritarie più interessanti dell’Italia.
Siamo riusciti a sentirla durante il suo soggiorno in città.
Dottoressa Robertson, tra milioni di lingue presenti nel mondo, come mai ha scelto di studiare il barese?
Innanzitutto per motivi personali: amo l’Italia. Avevo 17 anni quando sono venuta a vivere a Viterbo, per motivi di studio. Dopo cinque anni, ho lavorato in Puglia come guida turistica in bicicletta dal 2016-2019 e mi sono innamorata della Puglia e del Mezzogiorno in generale.
Ora ho deciso di conoscere meglio Bari e la vostra lingua.
Le particolarità del barese
Cosa avrebbe di interessante il nostro dialetto rispetto a tanti altri?
Dopo la laurea magistrale, ho condotto le mie ricerca nell’ambito della rivitalizzazione delle lingue indigene, studiandone soprattutto la fonetica, e fonologia. E ho trovato la vostra lingua molto interessante in particolare nell’uso dei suoni aspirati.
Che stranamente, benché rari, sono molti vicini ad una lingua minoritaria molto lontana geograficamente da voi, che ho già avuto modo di studiare, lo Yanesha, una lingua del Perù. Dopo Bari, infatti mi recherò in Calabria, nel cosentino, dove simili fenomeni fonetici sono ancora più evidenti. Lì avrò la fortuna di essere ospitata dai parenti del mio futuro marito che parlano il cosentino come lingua materna.
Come sta procedendo la sua ricerca?
Grazie ai miei colleghi linguisti che conoscono questa zona, appena arrivata ho subito preso contatto con parlanti del barese, come il dottor Felice Giovine, presidente dell’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”, che mi ha messo a disposizione tutto il suo materiale di studio, un enorme archivio di testimonianze e repertori del passato.
Poi ho avuto il piacere di conoscere anche l’attore e regista Rino Bizzarro e il suo interessante lavoro teatrale de L’Eccezione di Puglia Teatro.
Ho raccolto interviste, foto, video, tutto materiale che utilizzerò per la mia tesi di dottorato. Tutto sarà messo a disposizione pubblica e gratuita (sempre col consenso dei parlanti) in un archivio diretto dall’Università di California Berkeley.

Altre sorprese della città
Cos’altro ha trovato a Bari?
Una città meravigliosa e accogliente, che mi ha permesso di immergermi nella lingua stando tra la gente e respirando la vostra cultura.
Non sono solo suoni, nuovi o simili, ma manifestazione di vita vissuta. In particolare ho scoperto che la lingua si esprime al meglio nell’arte, nel teatro, appunto, e soprattutto nella poesia.
Ho perciò avuto un primo accesso ai componimenti classici e ho conosciuto alcuni autori e interpreti contemporanei come Michele Aprile, che mi ha fatto dono del suo ultimo libro, Chelandia!, un libro che che si può leggere e ascoltare.
Attendiamo allora di leggere il suo lavoro.
Certo sarà mia cura farlo pervenire come contributo dell’archivio dell’’Accademia della Lingua Barese e de L’Eccezione di Puglia Teatro.
Non posso prometterlo ma spero di tornare da voi per continuare questo lavoro e consolidare l’amicizia con tutte le persone che ho conosciuto.
Sarà la benvenuta. Buon lavoro e a presto.
Il blog di Allegra Robertson:
https://sites.google.com/view/allegrarobertson
Archivio dell’Università di California Berkeley:
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Parto dal nap. Damme tìimbe ca te spertuse: dammi tenpo che ti buco, disse il pappice alla noce e giungo al barese: av’arrevà la dì ca le melanise s’honn’a sendì de frisce de nno èsse barise. Dobbiamo sempre pendere dalle labbra “de le frastìire”.
TUTTO ARRIVA A CHI SA ASPETTARE
si può anche dire “Damme tìimbe ca te fazzeche u bbuche!” (“dammi tempo che ti faccio il buco” disse la goccia d’acqua alla pietra)
Occhio! Nell’articolo manca una esse fondamentale: nòn ganòssce. Il fono [ʃ] non è mai scempio in “canòssce”. Altrimenti avremmo la pronuncia di “nosce” (noce). Viva il dialetto barese!
Giusto. Prova ne è che in barese si scrive correttamente pèsce (pece e peggio) e pèssce (pesce). Pertanto andrebbe aggiunta una seconda esse.
Grazie per la segnalazione del refuso. Abbiamo provveduto alla correzione. Ci temiamo alla corretta scrittura della lingua barese e le siamo molto grati per la sua cortese e puntuale attenzione.