Chiude a Bari il Teatro Osservatorio ma è solo un “arrivederci”

spettacolo impro osservatorio

spettacolo impro osservatorio

BARI – Lo scorso 23 febbraio vi abbiamo mostrato il malcontento di alcuni artisti scesi a manifestare, in Piazza Prefettura, per rivendicare diritti, aiuti e riconoscimenti negati. Quella del teatro è, infatti, una delle realtà maggiormente colpite dalle difficoltà derivanti dalla pandemia. Oggi, a pagarne le spese è anche il Teatro Osservatorio, associazione che si vede tristemente costretta a calare il sipario, nella speranza di un nuovo “atto” meno infelice.

Abbiamo intervistato il presidente, Giuliana Stancarone, per comprenderne le ragioni e per ripercorrere la storia di quel luogo in cui l’arte era “a portata di tutti”.

Giuliana, quali sono le cause della chiusura?

«La motivazione è assolutamente economica, non riuscivamo più a sostenere la spesa dell’affitto. Abbiamo tirato avanti per un anno, nonostante le limitazioni imponenti alle nostre attività. I costi erano elevati e noi siamo una realtà che si è sempre autofinanziata, senza l’aiuto di nessuno. La nostra filosofia è quella del rimboccarsi le maniche e proseguire, ma alla fine siamo stati costretti ad attuare la scelta di abbandonare quella sede».

È un addio o un arrivederci?

«Non è un addio, non è una cessazione definitiva. Abbiamo chiuso lo “spazio” Osservatorio, ma non l’associazione. E noi non ci identifichiamo con lo spazio. Siamo fortemente convinti che riusciremo a riaprire, anche se sarà sicuramente in un altro luogo e non avverrà subito. Contiamo di poter trovare una nuova struttura, una nuova “casa”, ad ottobre. Magari un luogo più grande che possa ospitare senza problemi un pubblico più numeroso. Nella sede in via Trento c’era posto solo per quaranta persone. Purtroppo, però, non abbiamo certezze. In questo momento storico è difficile fare progetti o avere prospettive sicure».

«Non è un addio, non è una cessazione definitiva»

Adesso cosa resta? Quali attività proseguono nonostante l’abbandono della sede?

«Continueranno le lezioni della scuola d’improvvisazione, le faremo all’aperto, aiutati dall’inizio della bella stagione. Abbiamo anche in programma alcuni spettacoli che si terranno in estate, sempre all’aperto. Noi continueremo, in qualunque posto. Per fortuna, l’improvvisazione teatrale, forma che prediligiamo, non richiede né costumi né scenografie e può essere realizzata ovunque. Quel che conta, per noi, è continuare ad esprimerci, anche con uno spettatore solo. Il gruppo, che conta circa sessanta persone in totale, si è rafforzato e il desiderio di espressione è diventato ancora più forte».

L’improvvisazione teatrale non richiede né costumi né scenografie e può essere realizzata ovunque

Quando è nata la vostra realtà e quale ideologia l’ha portata alla luce?

«L’associazione è nata nel ’97, ha una storia molto lunga. Si chiama Teatro Osservatorio perché nacque dall’osservatorio sulla criminalità che era un progetto finanziato dalla Regione Puglia in quel periodo. Inizialmente tutti gli spettacoli erano di attualità, di denuncia nei confronti di fenomeni come il caporalato, per dirne uno. Dieci anni fa abbiamo intrapreso una strada differente, quella dell’improvvisazione teatrale, grazie al maestro canadese Ian Algie che è anche regista, attore e clown. Lui svolgeva il suo lavoro in Canada, ma ha portato l’improvvisazione teatrale a Bari, una volta giunto da noi. Abbiamo, successivamente, aperto la scuola d’improvvisazione. La nostra compagnia ufficiale è quella degli “ImprovAbili” attualmente. Questo progetto, così come lo portiamo avanti adesso, è nato proprio lì, nella sede di via Trento, luogo a cui restiamo legati. Quel posto ha visto nascere il nostro coraggio, il coraggio di proporre per la prima volta, a Bari, una forma teatrale sconosciuta. Resta nel cuore per questo.

La compagnia ufficiale è quella degli “ImprovAbili”
«Il coraggio di proporre per la prima volta, a Bari, una forma teatrale sconosciuta»

L’ingresso era libero e ci siamo ritrovati ad ospitare un pubblico variegato, spettatori che, altrimenti, a teatro non ci sarebbero mai andati. Il valore che ci ha contraddistinti è stato quello della condivisione totale. Chiunque si sentiva accolto nella nostra associazione e si promuoveva cultura a 360°».

Oltre alla scuola d’improvvisazione teatrale e agli spettacoli della compagnia, quali attività avete svolto nell’ultimo decennio?

«Avevamo molte rassegne teatrali, moltissime compagnie (anche provenienti dal Nord Italia) sono venute da noi e abbiamo messo a disposizione di tutti il nostro spazio. Svolgevamo attività ludico-ricreative, yoga, yoga della risata, vari corsi di formazione, anche di danze popolari, spettacoli di cabaret, workshop di psicologia, corsi di fotografia, cineforum e tanto altro. Tutti si sentivano a casa e in ogni situazione si creava una “magia” particolare. Per alcuni spettacoli ci siamo ritrovati con un pubblico formato da settanta persone, mentre avremmo potuto ospitarne solo quaranta. Ci stringevamo ed era bellissimo».

«Ci siamo ritrovati con un pubblico formato da settanta persone, mentre avremmo potuto ospitarne solo quaranta. Ci stringevamo ed era bellissimo»

Non ci resta che aspettare, quindi, per riprendere a vedervi in azione…

«Come dice il nostro maestro, Ian Algie, questa situazione che viviamo è soltanto un cambiamento, una mutazione.  Ritorneremo. Quando un sogno è condiviso, quando è di tanti, si realizza, nonostante tutto».

«Ritorneremo. Quando un sogno è condiviso, quando è di tanti, si realizza, nonostante tutto».

Foto: Teatro Osservatorio

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Maria Bruno è redattrice, scrittrice e dottoressa in Educazione Socio Culturale e Interculturale. In passato ha collaborato con le testate giornalistiche "Il quotidiano italiano" e "Barinedita". Dal 2021 è insegnante Mindfulness (protocollo MBSR e protocolli personalizzati) e coach personale e spirituale. Da luglio 2020 è impegnata in svariati progetti a supporto delle persone vittime di abuso e violenza. Ha uno spirito nomade e il suo posto nel mondo è il mondo.

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