“Giornata Nazionale del Dialetto”: il ricordo della prima edizione barese

Giornata Dialetto Barese

Giornata Dialetto Barese

Fu nel 2013, il 17 gennaio, che ebbero inizio le Giornate nazionali dei dialetti indette dall’Unione delle Pro Loco Italiane*, e l’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine” non si fece sfuggire l’occasione per evidenziare la nobiltà delle parlate locali. Non pochi testimoni della Terra di Bari portarono il loro contributo alla manifestazione che si tenne nell’aula consiliare del Comune di Bari.

Un momento della prima edizione barese del 17 gennaio 2013
L’accademia della lingua barese. Da sinistra: Gianni Serena, Felice Giovine, Rino Bizzarro, Gigi De Santis

Purtroppo sono due anni di fermo e speriamo che questo sia l’ultimo. Ma vogliamo in ogni caso far sentire la nostra presenza con questa “Briciola di Baresità“. 

Abbiamo detto “nobiltà” della nostra parlata, perché va rivendicata la primogenitura rispetto all’italiano: prima di Dante, infatti, i nostri abitanti non parlavano di certo a gesti!

Per avvalorare tale assunto e celebrare il barese, quale dimostrazione migliore che parlare di lemmi di origine araba del nostro idioma. A tal proposito diamo seguito al primo di tre articoli, che Alfredo Giovine scrisse nel 1992.


Il dialetto barese, come altri suoi confratelli, è composto da vocaboli autoctoni, da termini alterati della lingua dotta e da altri elementi. Oltre a termini con influenze francesi e spagnole nel volgare di Bari, vediamo quelli con attinenza o origine araba.

Il vocabolo gabbullòtte, ad esempio, era abbastanza diffuso fino al 1900 nel dialetto barese. Stava ad indicare un ufficio dello Stato o del Comune, ovvero l’impiegato dello stesso ufficio, addetto alle riscossioni di imposte, tasse o dazi, abilitato, altresì, ad accettare giocate del Lotto (gabbullòtte dall’arabo “qabala”: contratto).

Vocaboli molto più comuni del precedente sono caravàne (compagnia di facchini; ar. “qayrawan”: gruppo di viaggiatori, carovana) e duàne (dogana, ufficio di Stato per sdoganare merci; arabo e persiano “diwan”: registro, ufficio).

Un po’ attenuato rispetto al passato, risulta l’uso di felùse (voce gergale barese): “denaro” (ar. “fulus”: monete metalliche). Frequente, in passato, era fùnneche (voce molto viva fino al 1930, dall’arabo “funduq”: esercizio commerciale, deposito tabacchi dello Stato). I tabaccai, prima di ritirare i tabacchi lavorati li sfenecàvene (pagavano quanto dovuto per poterli smerciare nelle loro rivendite).

Vocabolo comune è scialè o scialème (scemo, minchione; da “salam”: saluto, ‘salùte’). Altro termine interessante è zagàgghie (arma bianca posta su un’asta; “Zagàgghie”, dall’ar. berbero “zagaia”: giavellotto). Ad esempio:

m’avonne cercondàte o scure quàtte malacàrne e m’avònne azzagàte bbùune bbùune” (mi hanno circondato al buio quattro malviventi e mi hanno accoltellato ben bene)

In senso figurato:

A mangià chisse prune iàggre me sènghe d’azzagà tutte le dìinde” (a mangiare queste prugne acerbe mi sento di alligare tutti i denti).

Diffuso fino al 1930-40 era mammalùcche (anche “babbalùcche”): stupidone, (da “mamiuk”: schiavo). A Bari vi erano persone perfino con tale cognome. Alcune di esse lo modificarono conservando il “Ma” iniziale del vecchio casato e variando il resto. 

Ancora oggi usato sanzàre (o sanzàle”, mediatore di compravendita di cose; da: “simasar”, mediatore, cozzone, agente di affari che potrebbe essere anche mediatore de la catràme che si dà alle barche, sui lastrici solari, per renderli impermeabili; da: “qatran”, catrame). Impermeabilità che viene insidiata dal vento caldo di sceròcche (da: “saluq”, “saluk”, vento caldo dal Sud-Est). Se si è in inverno e qualcuno vuol ripararsi dal vento gelido va a porsi a la recòve, posto adatto per proteggersi dal vento (da: “al-qubba”, ma tramite lo spagnolo ‘alcoba’, camera da letto).

Seguono alcune voci molto familiari, magazzine (locale per depositare merci; da: “mahzan”, “mahzin”, posto per tenere merci); sofà (specie di divano; da: “suffa”, scanno per riposare o dormire); giàrre, vaso di terracotta, di vetro per acqua ed anche bicchiere di vetro pesante usato verso gli anni ’20 dai gelatai per contenere la lemenàte (granita di limone; da: “garra”, brocca)

Ed ancora matàffe nel modo di dire in gergo furbesco barese paròle sotte matàffe. Matàffe (o “mataffòne”) era un arnese pesante in legno che, battendo dall’alto in basso, serviva a comprimere la terra smossa. Da qui all’interesse di tenere segrete parole compromettenti, il passo è breve, (da: “madaqqa”, mazzapicchio).

Continua

(Alfredo Giovine)

*L’UNPLI-Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia riunisce circa 6.000 Pro Loco diffuse sull’intero territorio nazionale

Bibliografia: G.B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine, Paideia, Brescia 1972.

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Felice Giovine è nato a Bari. Nel 1985 ha creato il Centro Studi Baresi, il Comitato per l’eliminazione del J (gei) dall’italiano e dal barese; nel 2009 ha pubblicato e diretto U Corrìire de BBare (fino a febbraio 2012); nel maggio 2012, l’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine” (con Rino Bizzarro, Gigi De Santis e Gianni Serena). È figlio di Alfredo da cui ha ereditato l’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi e la Sezione Civiltà Musicale Pugliese, oltre a la crosce de mbarà a le barise a llègge e a scrive come se dève la lèngua noste.

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