Il seme della non violenza nella scoperta del proprio volto
violenza
Per la rubrica sul benessere, oggi riportiamo l’attenta e approfondita analisi, su argomenti di cronaca quali il fenomeno sempre più gravoso del dilagare della violenza, il femminicidio e il conseguente bisogno di una rieducazione sentimentale, proposta dalla dottoressa in Educazione Socio Culturale e Interculturale e insegnante di Mindfulness Maria Bruno.
I numerosi femminicidi che non sembrano arrestarsi hanno reso sempre più doverosa, negli ultimi anni, una riflessione sulla prevenzione dei gesti estremi di violenza, di genere e non. In merito a questo si sono espressi svariati professionisti come psicologi, educatori, insegnanti, criminologi, avvocati e medici. Tra le proposte più frequenti compare la possibilità di educare ogni essere umano, sin da tenera età e quindi a partire dalla scuola primaria, ad un corretto modo di relazionarsi con gli altri.
I programmi e centri contro la violenza
È per questa ragione che, da circa un anno, si sono moltiplicati in tutta Italia, ed anche in numerosi comuni della provincia di Bari, progetti scolastici per promuovere la cultura delle pari dignità e opportunità tra uomo e donna. La maggior parte di questi programmi ha visto protagonisti i centri antiviolenza, sostenuti dagli enti locali dei vari paesi coinvolti, con lo scopo di favorire la prevenzione di comportamenti violenti, soprattutto nell’ambito delle relazioni interpersonali di tipo romantico e familiare.
Ma, seppur appaia opportuno e imprescindibile guidare ogni persona al modo più genuino di stare in relazione, è davvero questo il primo passo da compiere per arginare i comportamenti violenti? Va bene guardare direttamente al modo in cui ci si relaziona con gli altri o dovrebbe esserci uno step precedente?
Di certo sappiamo che l’uomo è il più sociale degli animali presenti in natura; ha bisogno degli altri per sopravvivere (basti pensare ad un neonato che morirebbe in poco tempo senza le cure di un adulto) ed ha bisogno della comunità per scoprire ed esprimere il suo potenziale. L’unicità di una persona, infatti, viene fuori quando entra davvero in relazione con altri individui. Per non parlare della natura fisica, dei neurotrasmettitori e degli ormoni che si scatenano in autonomia spingendoci all’attrazione fisica per qualcuno. Ne deriva l’importanza dello stare insieme e, quindi, la necessità d’imparare a stare insieme nel modo più genuino possibile.
Meccanismi malsani che portano alla violenza
Il filo che ci unisce tutti, però, è così ingombrante da rendere elevato il rischio d’inciampare. È facile che s’inneschino meccanismi malsani come la dipendenza affettiva, l’esagerazione delle aspettative o la ricerca d’approvazione. Nasce, in altre parole, la paura della solitudine, così come il timore di non essere abbastanza, e il conseguente desiderio di legarsi a qualcuno che ci appartenga, che sorregga la nostra identità, che colmi un vuoto di cui non si comprende la natura. Qualcuno, insomma, che doni sensazioni piacevoli in un momento storico in cui siamo portati a credere che senza il piacere la vita non abbia senso.
Non a caso, durante gli interrogatori sostenuti dai più crudeli assassini degli ultimi tempi, come nel caso dell’omicidio Cecchettin per esempio, emerge sempre l’incapacità del carnefice di affrontare la solitudine, è chiara la non accettazione del non essere in una relazione romantica, il desiderio di controllare totalmente la vita del partner per non dover fare i conti con il proprio io, con un’identità straniera, con il dolore provocato dalla mancanza e dall’insoddisfazione.
Sconosciuti a noi stessi
In altri termini, da essere animali sociali che si arricchiscono nella comunità, diventiamo sconosciuti a noi stessi che si servono dell’altro per provare ad essere felici, tanto da rendere chiunque (in ogni contesto) non persona ma strumento di un piacere capace di nascondere temporaneamente quanto c’è di non risolto nella propria esistenza e coscienza.
Le istituzioni che sorreggono la società in cui ci muoviamo, d’altro canto, non rendono le cose più genuine. Avere una moglie o un marito resta ancora un tacito obbligo, altrimenti si passa nella schiera (da molti malvista) degli outsiders. Primeggiare a scuola o nel lavoro è atto dovuto per ricevere stima. Nessuno viene a sincerarsi di quanta consapevolezza abbiamo acquisito, di quanto siamo in grado di gestire le inevitabili emozioni che fanno parte della natura umana. Nessuno ci domanda se abbiamo capito chi siamo o quale senso stiamo dando al nostro esistere.
Scoprire il proprio “volto”
Si guarda, senza dubbio giustamente, a come ci relazioniamo in comunità, ma non conta in nessun ambito l’aver scoperto o no il proprio volto nel mondo. E una persona che non ha trovato il proprio volto lo cerca, inevitabilmente, in quello degli altri, sino a vederli come strumento indispensabile per trovare risposte, per accollare responsabilità e colpe, per credersi felice attraverso un piacere placebo.
Quasi ogni episodio di violenza ci ha rivelato l’identità sgretolata del carnefice, la sua individualità malata. E se questo è ciò che conduce al rubare la vita degli altri, allora è su questo che si dovrebbe lavorare per iniziare a piantare i semi della non violenza.
La consapevolezza
La consapevolezza come osservazione oggettiva della realtà (e quindi di sé), l’accettazione del dolore e delle emozioni tutte, la valorizzazione dei periodi di solitudine, la gratitudine per quello che c’è e non l’ansia di ottenere qualcosa che manca e che, magari, neppure serve davvero. Il riconoscimento dei propri valori guida e la fermezza di porli al di sopra del resto. Sono questi alcuni degli step che aiutano una persona a conoscersi, a saper stare bene nel proprio spazio individuale, a spianare la strada ad un inserimento genuino nella comunità. Tutte attitudini che possono essere apprese, insieme a molte altre, attraverso un percorso di psicoterapia o tramite altre discipline come la Mindfulness ad esempio.
Fermarsi a respirare, ad ascoltare le proprie emozioni senza giudicarle; imparare a comprendere che nel respiro e nell’esistere abbiamo già tutto quello che serve; silenziare un mondo, che ci vuole stereotipati, per sentire la propria autenticità che parla; comprendere che la felicità non ha bisogno di niente, né di mete lontane né dell’accumulare inutilità. Educarci ad amarci così come siamo, con le nostre imperfezioni, ignorando lo sguardo giudicante di chi ci accusa d’insuccesso, poiché l’unico successo che conta davvero è la coerenza con i propri valori guida.
“Ritrovare la centratura”
In psicologia si dice “ritrovare la centratura”. Nell’ottica spirituale altro non è che il “raccoglimento”: recuperare i pezzi del proprio “io”, disperso qua e là, e posizionarli in un punto solo, in uno spazio individuale ben definito nel quale imparare a sentirsi comodi e grati. Tutto attraverso il respiro, la meditazione, la connessione con la propria anima, luogo dell’essere che possiede già il necessario per stare bene.
Solo dopo si potrebbe pensare di riconnettersi con gli altri, passando attraverso la porta dell’amore universale, prima che da quella dell’amore di coppia. Imparare ad amare ogni persona così com’è, donando la propria genuinità, non pretendendo qualcosa in cambio, è un esercizio indispensabile per allenarsi a vivere anche l’amore romantico. Forse, solo così s’imparerebbe ad entrare nella vita degli altri esclusivamente per donare quel che già si possiede e non per derubarli di quel che manca al proprio io.
Link Wikipedia Minfulness:
https://it.wikipedia.org/wiki/Mindfulness
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Maria Bruno è redattrice, scrittrice e dottoressa in Educazione Socio Culturale e Interculturale. In passato ha collaborato con le testate giornalistiche "Il quotidiano italiano" e "Barinedita". Dal 2021 è insegnante Mindfulness (protocollo MBSR e protocolli personalizzati) e coach personale e spirituale. Da luglio 2020 è impegnata in svariati progetti a supporto delle persone vittime di abuso e violenza. Ha uno spirito nomade e il suo posto nel mondo è il mondo.