Il Nabucco: l’opera nella sua ultima versione porta a riflettere sulle atrocità e il divisionismo della guerra

Nabucco

Nabucco

In occasione della Giornata Mondiale della Musica, il 21 giugno è stato trasmesso su Rai Tre, in collaborazione con il Ministero della Cultura e Fondazione Arena di Verona, il Nabucco di Giuseppe Verdi, nel particolare allestimento firmato da Stefano Poda, con la direzione di Pinchas Steinberg. La scelta di trasmettere quest’opera ha un forte valore simbolico: celebrare l’importanza dell’opera come patrimonio dell’umanità per parlare della nostra identità, ma anche dell’attualità. Infatti, il Nabucco si ricollega alle atrocità e al divisionismo della guerra, che imperversa con le sue esplosioni distruttive, come quelle causate dalla bomba atomica. Quest’anno ricorrono infatti gli 80 anni dallo sgancio della bomba atomica sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki e a parte questo, purtroppo, ogni giorno continuano ad esserci esplosioni e guerre incessanti in ogni parte del mondo.

Il particolare allestimento del Nabucco

Lo scontro tra le due polarità emerge sin dall’allestimento del palcoscenico, in cui sono presenti due metà sferiche luminose che si attraggono e si respingono durante tutta l’azione scenica, ruotando su se stesse, fino ad un definitivo ricongiungimento finale. Queste due metà simboleggiano le particelle atomiche che hanno dato origine alla bomba atomica, ma rappresentano anche la divisione tra Ebrei e Babilonesi e quella di molti popoli oggi dilaniati dalle guerre.

Particolare allestimento

La storia

La trama dell’opera mette in scena l’assedio della città di Gerusalemme da parte del re babilonese Nabucco, Nabuconodosor interpretato dal baritono Amartuvshin Enkhbat, la cui figlia Fenena, il soprano Vasilisa Berzhanskaya, è stata presa in ostaggio e affidata ad Ismaele nipote del re di Gerusalemme, interpretato dal tenore Francesco Meli.

I due, in realtà, sono segretamente innamorati e vorrebbero fuggire insieme, ma irrompe Abigaille, sorella adottiva di Fenena interpretata dal soprano Anna Pirozzi, anche lei innamorata di Ismaele, la quale gli propone la salvezza, a patto che contraccambi i suoi sentimenti, ma lui rifiuta.

Nel frattempo Nabucco entra a Gerusalemme e distrugge il tempio, mentre a Babilonia Abigaille scopre di essere una schiava adottata e, dopo un commovente monologo in cui rimpiange la sua infanzia, decide per vendetta di impossessarsi del regno con l’inganno.

Una scena dell’opera

Fenena, nel frattempo, si converte alla fede ebraica e si diffonde la falsa notizia della morte di Nabucco. In seguito il re compare sulla scena, proclamandosi unico dio, e un fulmine lo colpisce. L’effetto del fulmine è reso in maniera spettacolare con un’esplosione di una bomba fittizia sul palco che ha sorpreso tutti gli spettatori. Abigaille continua con le sue losche trame e fa firmare a Nabucco un documento che condanna il popolo ebraico e poi lo fa arrestare. Nel frattempo, sulle sponde dell’Eufrate, gli ebrei ricordano la patria perduta, cantando con nostalgia e speranza il famoso “Va’ pensiero” che ha commosso il pubblico presente, grazie anche alla preziosa direzione del maestro del coro Roberto Gabbiani.

Il finale

Alla fine Nabucco, prigioniero disperato, invoca il dio degli Ebrei e, durante la sua conversione, l’idolo di Belo dei Babilonesi cade infranto. Questo forte momento di rottura dà inizio ad una rinascita e viene messo in scena dall’apertura della clessidra con la scritta Vanitas posta sin dall’inizio dello spettacolo al centro del palco, simbolo dell’invincibilità del tempo.

Tanti i giochi di luce…
… sul palco

Con la rottura di questa gli uomini rimangono sospesi nella scelta tra il bene e il male e alla fine scelgono il ricongiungimento: le due metà sferiche luminose finalmente si abbracciano e i popoli si riappacificano indossando abiti luminosi uguali per tutti.

L’inchino finale

I costumi di scena del Nabucco

La scelta dei costumi, infatti, è di forte impatto simbolico: all’inizio i due popoli hanno costumi nettamente distinti, da un lato ci sono i Babilonesi, alla ricerca di un progresso spietato simboleggiato da costumi molto tecnologici – le maschere infatti sono tratte e riadattate dal mondo della scherma professionale – dall’altro ci sono gli Ebrei, dagli abiti consunti e umili, alla ricerca di una semplice e naturale spiritualità. Questa netta dicotomia è andata piano piano sfaldandosi a partire dalle conversioni dei personaggi – per esempio quando Fenena si è convertita all’ebraismo ha assunto i vestiti del popolo ebraico – fino a giungere ad un’uniformità finale, in cui i due popoli si spogliano dei loro costumi per indossare nuovi mantelli luminosi, simbolo di una rinascita.

Molto particolari… (ph @ Fondazione Arena di Verona)
… i costumi degli attori (ph @ Fondazione Arena di Verona)

La ricerca dei costumi ha rappresentato un’audace esperimento per il mondo dell’opera: i prototipi sono stati infatti realizzati da imprese italiane che hanno ricercato materiali particolari, adattandoli con innesti di parti elettriche innovative.

Il coro dell’opera

Nonostante alcuni imprevisti metereologici che purtroppo hanno interrotto frequentemente lo spettacolo, il Nabucco è stata un’opera ben riuscita, dai tratti forti e commoventi, soprattutto nel coro di “Va’ Pensiero” che nell’Ottocento divenne simbolo di speranza di libertà per l’Italia frammentata sotto il dominio austriaco e oggi è simbolo di speranza di pace per i popoli divisi, o nel monologo della conversione di Nabucco che dimostra tutta la fragilità di un uomo forte che crolla dinanzi alla precarietà della vita e alla violenza della guerra.

Un’opera che porta a riflettere

L’allestimento scenico si è dimostrato molto originale, con l’uso di varie tecnologie ed effetti speciali, ma al contempo è stato possibile creare una dimensione spaziale spoglia ed essenziale, contesto adatto per una riflessione profonda. Una riflessione che verte sugli scontri che opprimono popoli diversi da sempre e che continuano ancora oggi, scontri presenti anche dentro di noi che «generano quella paura del diverso da cui ci difendiamo per mantenere intatta la nostra identità», come afferma il regista Stefano Poda.

È, quindi, necessaria una riconciliazione interiore che possa anche riflettersi in una pace esteriore, in quell’abbraccio finale e risolutore tra i due poli opposti con cui si conclude lo spettacolo.

Un’opera che fa riflettere… ((ph @ Fondazione Arena di Verona)
… sul bisogno di una riconciliazione fra i popoli (ph @ Fondazione Arena di Verona)

Con la collaborazione di Daniela Zambonini

Link sito Arena di Verona:

https://www.arena.it

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Martina
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Martina Ragone è nata a Triggiano, ora vive a Verona dove insegna e fa volontariato. Si è laureata in lettere classiche alla triennale e in lettere moderne alla magistrale a Siena. Appassionata di cultura, poesia, arte e musica. Collabora con “In città” di Giovinazzo e ha diretto “Nero su Bianco”, il giornale della Cappella Universitaria di Siena.

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