Mindfulness: la felicità dell’essere nel presente

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Viviamo nell’epoca dei social media e, sempre più regolarmente, affidiamo molti aspetti della nostra quotidianità ai contenuti che essi ci propongono. Basta lasciarsi ipnotizzare dai Reels di Facebook o Instagram per ottenere la ricetta più gustosa da preparare a pranzo, i cinque consigli strategici per conseguire un’ottima forma fisica e persino qualche decalogo da tenere a mente per raggiungere l’agognata meta della felicità.

La ricerca della felicità

Proprio quest’ultimo punto, l’ottenimento della felicità, sembrerebbe essere il motore che muove le azioni di tanti, nonché l’obiettivo più difficile da raggiungere. Esiste, però, una disciplina che stravolge il modo di vedere le cose e che rende la felicità non una meta, non un viaggio, bensì una dimensione dell’essere, sempre presente, costantemente a portata di mano, anche nei giorni più difficili. Si tratta della Mindfulness.

Come è nata la Mindfulness

Proposta e diffusa in occidente alla fine degli anni ‘70 dal biologo statunitense Jon Kabat-Zinn, la Mindfulness nasce per ridurre la sofferenza legata ad una percezione alterata della realtà e affonda le proprie radici nella filosofia buddista e nel concetto di “retta consapevolezza”. Per praticarla, però, non è assolutamente necessario cambiare il proprio credo poiché questa tecnica è uno strumento libero da ideologie che può essere utilizzato per vivere in modo pieno la spiritualità, sia essa legata o no ad una qualsiasi religione.  

Il cuore della disciplina è il vivere nel presente, nel qui e ora, in una piena consapevolezza che diventa tale perché sorretta da pilastri fondamentali: assenza di giudizio, accettazione, pazienza, fiducia, non cercare risultati, mente del principiante e lasciar andare. Quindi, osservazione realistica del momento che si vive, con uno sguardo libero da pregiudizi, attese, supposizioni, stereotipi, bramosia o ansie di ogni genere; tutte cose che tolgono serenità, che rendono difficili le relazioni interpersonali e che vengono individuate come principale causa di sofferenza autoindotta.

L’acquisizione di attitudini genuine, però, non si verifica in una manciata di ore ed è per questo che il protocollo ideato da Jon Kabat-Zinn (Mindfulness Based Stress Reduction) propone un programma della durata di otto settimane. Non un numero di giorni a caso, bensì il tempo necessario individuato dalle neuroscienze per attivare la neuroplasticità: la capacità del sistema nervoso umano di adattarsi (trasformandosi) ai nuovi stimoli.

Un percorso di consapevolezza per la felicità

Iniziare un percorso di consapevolezza, pertanto, richiede un impegno costante e giornaliero che non si limita a sessioni di meditazione formale. La pratica va estesa alle azioni quotidiane, da vivere concentrando l’attenzione su quel che si fa, sulle sensazioni che si provano (per esempio, durante la camminata, lavando le mani o mangiando), senza distrazioni, in sostituzione all’abitudine di fare più cose nello stesso momento, sovraccaricando inutilmente il sistema nervoso.

Ascoltare il presente, toccarlo, annusarlo, vederlo, sentirlo con ogni parte di sé, senza pensare ad altro, senza ruminare su eventi passati ed evitando di preoccuparsi per il futuro: è questo ciò che la Mindfulness può donare, non nell’ottica di obiettivi da raggiungere, bensì nella gratitudine di momenti vissuti con pienezza e presenza reale.

Diversi studi, nell’ambito della psicoterapia e delle neuroscienze, infatti, hanno osservato che la principale causa di depressione e tristezza è l’abitudine, meccanica e non genuina, di vivere con la mente nel passato o nel futuro. La più diffusa trappola della psiche, invece, è quella che nel mondo della Mindfulness viene definita “visione a tunnel”, ossia, pensare che la felicità possa arrivare solo al raggiungimento di specifici traguardi (fidanzamento, ricchezza materiale, bellezza esteriore, e così via).

Vivere aspettando qualcosa e vivere nel ricordo, quindi, tolgono valore al presente, l’unico tempo reale, l’unico tempo in cui la felicità è già insita poiché è la felicità dell’essere, dell’esistere veramente, del poter toccare tutto ciò che si offre a noi. Una felicità che non svanisce alla constatazione del dolore poiché anche questo, grazie all’accettazione, diventa un elemento da osservare senza giudizio, parte inevitabile della vita di ogni persona.

La gestione del dolore

E in particolare per la gestione del dolore (fisico e mentale) la Mindfulness di Jon Kabat-Zinn è nata. Ogni inspirazione consapevole, così come ogni espirazione consapevole, è pensata, anche e soprattutto, per gestire proprio ciò che fa male, in ogni senso. Sì, perché la Mindfulness non è un mantra da recitare o una formula scacciapensieri, ma è un esistere pienamente nel qui e ora ancorandosi proprio all’azione che ci tiene in vita: il respiro, unico attrezzo di cui bisogna essere forniti per praticare.

Bombardati da stimoli di ogni genere, in un tempo storico che ci propone centinaia di canoni a cui appartenere, è facile perdersi, confondersi. È facile credere di stare ovunque senza essere davvero da nessuna parte, neppure dentro se stessi o nel proprio esistere. La Mindfulness, in questo caos, può diventare antidoto alla dispersione del sé e può aiutarci nella consapevolezza del fatto che la felicità non è l’oggetto da trovare in una caccia al tesoro, ma è semplicemente l’arte di esserci e di esserci davvero.


Link di Wikipedia Mindfulness:

https://it.wikipedia.org/wiki/Mindfulness

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Maria Bruno è redattrice, scrittrice e dottoressa in Educazione Socio Culturale e Interculturale. In passato ha collaborato con le testate giornalistiche "Il quotidiano italiano" e "Barinedita". Dal 2021 è insegnante Mindfulness (protocollo MBSR e protocolli personalizzati) e coach personale e spirituale. Da luglio 2020 è impegnata in svariati progetti a supporto delle persone vittime di abuso e violenza. Ha uno spirito nomade e il suo posto nel mondo è il mondo.

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