Storie di Puglia – L’anello di san Cataldo, i citri e il mare tarantino
citro
Nel nostro viaggio per la Puglia, torniamo alla bellissima Taranto, città ricca di leggende e tradizioni nelle quali riecheggiano le sue origini greche. Questa volta volgiamo il nostro sguardo sul golfo di Taranto nelle cui acque si verificano dei fenomeni naturali chiamati citri e il più grande dei quali è noto sin dall’antichità, a causa di una leggenda, come “L’anello di San Cataldo”.
Il citro e le sue caratteristiche
Ma prima di parlare del racconto che ha portato al nome, spieghiamo cosa è un citro.
Il nome citro deriva, secondo gli studiosi, da un termine greco che vuol dire pentola. È stato scelto per descrivere questo fenomeno naturale perché ad occhio nudo, in un preciso punto del mare, sembra vedere l’acqua ribollire come accade in una pentola sul fuoco.
Avendo il golfo di Taranto un’area carsica, nel Mar Grande e nei due seni del Mar Piccolo da cui è formato, le antiche correnti d’acqua dolce dei fiumi sotterranei, trovano, attraverso le spaccature delle rocce carsiche, la strada per la superficie creando nell’acqua salata dei visibili vortici, che creano centri concentrici nel mare.

Come sottolinea il professor Pietro Parenzan (1902-1992) nel suo libro “L’Anello di San Cataldo nel Mar Grande di Taranto” del 1972, questo fenomeno crea un ambiente particolare grazie a inusuali caratteristiche:
1) variazioni notevoli di salinità, con costante diluizione;
2) variazioni di temperatura rispetto al mare circostante;
3) maggiore profondità rispetto al mare circostante;
4) maggiore movimento delle acque, spesso vorticose.
Sembra infatti che proprio la mescolanza di acqua salmastra e dolce favorisca le coltivazioni di cozze e ostriche per le quali Taranto è tanto nota.

Torniamo però ora alla leggenda del citro ben visibile nel Mar Grande fino alla metà degli anni ’60 del 1900, quando l’acqua sgorgava in un cratere di oltre 50 metri di profondità, poi parzialmente ostruito dalla costruzione di quelle opere portuali che hanno portato anche alla scomparsa dell’isolotto di San Nicolicchio negli anni ’70.
La leggenda di san Cataldo
La storia vuole che san Cataldo (610/620- 685), vescovo di Taranto di origini irlandesi, di ritorno da un viaggio dalla Terra Santa, si ritrovò coinvolto con l’equipaggio della nave che lo trasportava, in una violenta tempesta. I poveri marinai in preda al panico si rivolsero al sant’uomo, il quale senza timore si sfilò dal dito il suo anello pastorale e, con una preghiera, lo gettò in mare.

Le acque si chetarono all’istante e laddove l’anello era affondato si formò un vortice di acqua visibile anche alla ciurma dell’imbarcazione. Per questo quel particolare citro fu soprannominato in dialetto tarantino “Anijedde de San Catavete”.
Per concludere, vogliamo ricordare che, dato il forte legame dei tarantini con le loro tradizioni, per omaggiare il santo patrono della città dal 2007 esiste anche un dolce “L’anello di San Cataldo”, una grande ciambella costituita da pasta frolla e pasta sfoglia salata impastata a marmellata di limone, ricoperto di noci, mandorle e zucchero caramellato.
Link Wikipedia Citro:
https://it.wikipedia.org/wiki/Citro
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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.