Storie di Puglia – Conversano: la Porta dei Cento Occhi e l’amore proibito di Dorotea e Rodolfo
Cento Occhi
Il nostro viaggio alla ricerca di racconti e leggende pugliesi ci porta oggi nella mirabile Conversano, città con una lunga storia alle spalle.
Nel Museo Archeologico di questa ridente cittadina è presente, in bella mostra, un oggetto che potremmo tranquillamente definire sinistra: la Porta dei Cento Occhi.

La descrizione della Porta dei Cento Occhi
Sulla vecchia porta del’600 ritrovata casualmente in una legnaia, restaurata ed esposta il 13 dicembre del 2014, dipinta sul suo legno c’è una figura umana, presumibilmente una donna senza abiti dalla vita in su e ricoperta di occhi, per tutto il corpo.
Nella mano destra porta un coltello e nella sinistra un fagotto o il vello di un animale grondante di sangue. La figura ricorda quella di Argo, il guardiano con i 100 occhi della mitologia greca.

Figura già di per sé alquanto spaventosa, se poi a questa aggiungiamo che sotto l’immagine in un cartiglio c’è la scritta in latino “Qui potest capere capiat”, che vuol dire “chi può comprendere, comprenda”, e specifichiamo che era la porta della cella di una suora del monastero, diciamo che il quadro è completo e un brivido ci percorre la schiena.

Fra gli occhi dipinti tutti uguali sul pannello c’è una fessura nascosta da cui si può guardare attraverso la porta, un modo chiaro per far capire che le suore sono sempre sotto l’occhio vigile di Dio e, in questo caso, anche delle altre sorelle.

I due casati
Questo oggetto è noto perché si lega strettamente con una storia che coinvolge le famiglie nobili degli Acquaviva d’Aragona, conti di Conversano, e i Carafa, duchi di Noja.
Sembra infatti che la giovane Dorotea Acquaviva d’Aragona fosse stata costretta alla vita monastica dopo essersi macchiata della colpa di aver iniziato una relazione, sgradita alla sua famiglia, con don Rodolfo (o Ridolfo) Carafa.
Don Rodolfo era considerato un uomo pericoloso perché con un gruppo di briganti controllava le esportazioni di olio e grano di Bari e provincia.
Dorotea al monastero di San Benedetto
La donna portata nel “Monstrum Apuliae”, cioè il monastero di San Benedetto, famoso per le sue badesse mitrate che godevano di privilegi particolari, fu relegata in una cella, secondo la tradizione, chiusa proprio dalla Porta dei Cento Occhi.
Pare che qui venissero “ospitate” le ragazze di famiglia nobili e benestanti che venivano costrette alla vita monastica contro la loro volontà, fra queste c’erano anche giovani già macchiate dal peccato, alcune addirittura in stato interessante.

La fuga degli amanti
Ma Dorotea non accettò il suo destino in silenzio e grazie al suo amante, concepì una rocambolesca fuga. Sfruttando l’avidità di un falegname che aveva la sua attività al convento, crearono un buco nel muro e la donna fuggì su un calesse travestita da uomo.

Nel 1697 questa fuga creò un grande scandalo, come riportato da Domenico Confuorto cronista, diarista napoletano e avvocato dell’epoca, che descrive i fatti:
[…] È successo in questi giorni un gravissimo eccesso nella città di Conversano. Il sig. don Rodolfo Carafa, della casa di Noja, ha rapito dal monastero di San Benedetto di Conversano, con il suo consenso, donna Dorotea Acquaviva, monaca professa […]
Le due versioni
A questo punto ci sono due versioni dell’esito di questa storia.
La leggenda vuole che i due amanti in fuga per Venezia ebbero un figlio, ma Rodolfo poco dopo morì in battaglia e la povera Dorotea, priva di mezzi di sussistenza, fu costretta a tornare a Conversano dove passò il resto dei suoi giorni nel monastero, scrutata dalle altre suore attraverso la fessura della Porta dei Cento Occhi.
L’altra, quella più attendibile, riportata invece dallo storico Vito Di Donna nel suo libro “La leggenda della porta dei 100 occhi” è diversa.
Per evitare che si riaccendessero le antiche tensioni fra la famiglia Acquaviva e i Carafa, la contessa di Conversano, cognata della suora e sua omonima, pregò il vescovo Brancaccio di intervenire presso papa Innocenzio XII affinché cancellasse i voti presi da Dorotea in monastero e rendesse valido il matrimonio fatto in forma privata dalla coppia.
Così riporta la conclusione della vicenda lo storico Vito Didonna:
Finalmente, dopo tante preghiere, nel mese di luglio 1698 la Chiesa invalidò la professione monacale di Dorotea, confermando il matrimonio con il nobile nojano don Rodolfo. I due novelli sposi, pur non avendo più da temere dai poteri costituiti, si trasferirono a Roma.
Insomma, un bel lieto fine, una passione alla Romeo e Giulietta che invece di finire in tragedia, come la storia ci ha abituato, si conclude con la vittoria dell’amore sopra ogni difficoltà.
Link Museo Conversano:
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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.