Gli ebrei baresi dimenticati: la storia di Davide Calonimos, l’ “arcium et medicine doctor fisicus”
DaBariUsciraLaTorah
Quando si parla di storia di Bari e si narrano i vari avvenimenti della città, vengono spesso ricordati nomi di famiglie illustri. Nomi che ritornano sempre: Filioli, Effrem, Zeuli, Calo’, Carducci, Gironda, Boccapianola, Lamberti, Incuria, Sagges, Tanzi, Chyurlia, ecc. Ma mai vengono citati altri nomi di personaggi che pure hanno dato lustro alla nostra città nel campo economico e culturale: quelli di cittadini baresi ebrei.
Un’inconsapevole rimozione della memoria collettiva, che solo in parte si può giustificare obiettando che si tratta di fatti che risalgono a seicento anni fa. Considerando che è ormai un trentennio che, grazie agli studi di Cesare Colafemmina, abbiamo a disposizione un’ampia documentazione sulla presenza ebraica in città, molto attiva nel commercio, nell’artigianato e nel mercato dei prestiti, che tra l’altro costituivano una cospicua fonte di introiti per la dogana e per l’Università cittadina.
Tra i tanti nomi che si possono incontrare, uno mi ha colpito. Ma prima di delineare sommariamente la figura dell’illustre barese, l’ebreo Davide Calonimos, devo sfatare una ahimè consolidata idea sbagliata.
È sbagliato indicare il luogo di residenza degli ebrei con il termine “ghetto” . Contrariamente a quanto generalmente si crede, la nostra città non ha mai avuto un ghetto ma una Giudecca (quartiere ebraico), circoscritta nella zona compresa tra le strade S. Sabino, S. Gaetano, Incuria e casa della Pietà, in cui viveva la maggior parte dei giudei.
Gli israeliti baresi infatti non erano costretti ad abitare in una zona riservata a loro, ma erano liberi di abitare e svolgere le loro attività nelle altre zone della città. Cito una serie di esempi fra il ‘400 e ‘500:
“Mininno de la Franzosa abitava nel vico del Lauro; Catullo de Leone presso S. Nicola, David de Vitale – in vicinio Sancti Gregorio de Falconibus -; Chasday de Toros aveva la bottega nei pressi della chiesa di S. Ambrogio e Salomone Zizo aveva l’abitazione e la casa presso la Chiesa di S. Benedetto, vicino alla casa di Beniamino Calonimos”. (nota 1)
Ma torniamo al Nostro. Fra i nomi illustri delle famiglie ebree di quel periodo emerge la figura di Davide Calonimos, medico barese trasferitosi a Napoli. Qui divenne medico di corte ed amico personale del re Ferrante. Fu un popolarissimo “arcium et medicine doctor fisicus” (dottore in arti mediche). Nel 1497 ottenne la cittadinanza napoletana con i figli Jacob, Elice Aym, Calonimos, Elieczer e suo genero Giuseppe Bellinfante, tutti baresi grazie alla sua “ virtuosa opera”. Tale concessione comportava il favore di molti privilegi fra i quali l’esenzione fiscale
“l’essere immuni de tucti diricti, dacii, passi, scali, dohane et qualsevoglia gabelle per tucto lo regno”.
Inoltre, gli fu concesso un privilegio unico rispetto a tutti gli altri ebrei, ai quali era vietato svolgere tutte le professioni tranne l’usura, l’artigianato ed il commercio, di
“negotiare mercancie et fare onne manere de facende lecite in qualsevoglia cità, castello e loco del regno, et non essere prohibiti ad instanciam de qualsevoglia particolari persona”. (nota 2)
Eppure anche un personaggio di tale levatura culturale, che in vita godette di tanti privilegi, niente ha potuto contro l’inclemenza del tempo e sembra ormai destinato ad essere dimenticato.

Bibliografia:
- nota 1: Storia di Bari, Dalla conquista normanna al ducato sforzesco, 2 voll., Laterza 1970, p. 253.
- nota 2: Nicola Ferorelli, Gli ebrei nell’Italia meridionale, Torino 1915, pag. 120.

Francesco Loseto è nato nella città vecchia di Bari nel 1952. È laureato in Lettere. Dal 1980 ha insegnato italiano e storia. Quasi tutta la sua carriera scolastica si è svolta nei corsi serali per studenti-lavoratori.

ciao francesco, bello il tuo articolo, ricordo che poco prima che scoppiasse la pandemia ci eravamo sentiti proprio per la tua ricerca sugli ebrei a Bari … poi le cose hanno preso una piega diversa e ci siamo persi di vista!
sono contento che collabori pure tu a questo giornale …
prima o poi (sic!) cobbiamo vederci, pure con Eugenia!!!
A presto FQ
Articolo interessante, complimenti
Quando ho iniziato a lavorare come geometra in un cantiere edile, un carpentiere di Bari vecchia per sfottere il suo manovale che si era fatto crescere la barba come andava di moda ancora negli anni ’70 gli disse: c’è ve facenne ch Chessa barba, pare a vedé nu giudé d’ la vallis!
Un saluto
Gentile lettore, l’espressione barese “le Gediè de la Vaddise!” (questa è la forma corretta), usata giustamente per indicare una persona barbuta e particolarmente inquietante, nasce nel contesto della processione dei misteri, il cui corteo anticamente a Bari vecchia prendeva avvio dalla chiesa della Vallisa. Alcuni quadri di statue venivano accompagnate da attori che personificavano appunto i Giudei che scortarono Gesù al Calvario. Per rappresentare la loro presunta ferocia, si sceglievano persone barbute e particolarmente di brutto aspetto. Al calare del buio della sera, i riflessi delle candele rendevano il loro aspetto ancora più terrificante da far rabbrividire i partecipanti. Per esorcizzare la paura gli spettatori gridavano “Ècche le Gediè de la Vaddise! Mbàme! BBrutte Gediè, sciatavìnn’a ccase de diàuue”, cioè “Ecco i giudei della Vallisa! Infami! Brutti Giudei, andate all’inferno”. (cfr. Alfredo Giovine, “Ricorrenze Notevoli del Popolino barese”, Biblioteca dell’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi, Bari 1966).
Ben inteso, questo detto popolare niente a che fare con presunti pregiudizi etnici o atti d’intolleranza razziali, in una città che nella sua storia ha dato sempre forte e coraggiosa testimonianza di integrazione a accoglienza multietnica.