Quando essere “sfaccendati” a Bari significava finire sotto le armi
Bari
Fra le tante curiosità del passato, una in particolare ha destato la nostra attenzione, perché riguarda una decisione molto “illuminata” da parte del governo della città di Bari. Grazie alle note dello storico Vito Antonio Melchiorre (1922-2010), riportiamo qui una storia di arruolamento poco volontario ma sicuramente efficace.
Il tutto si svolge all’inizio del XVIII secolo, nel novembre del 1705.
Bisogna sapere che per reintegrare le reclute nei reggimenti del regno, le nuove leve erano calcolate in base al numero degli abitanti di ogni città e paese. Le università, cioè le amministrazioni cittadine dell’epoca, si preoccupavano di richiedere ai parroci di ogni chiesa il numero dei battezzati e, in base a questi elenchi, privilegiando le famiglie numerose, si sorteggiavano i giovani che avessero già raggiunto l’età prescritta per la leva.
La leva non era di un anno ma di otto, di conseguenza per una famiglia di lavoratori, magari con una piccola attività, perdere due braccia per tanto tempo poteva essere un grande problema, così a questo arruolamento coattivo c’erano delle alternative.
Si potevano trovare dei volontari per la sostituzione dei “coscritti” o pagare la propria libertà all’esercito con la cessione di un cavallo o con una somma di denaro.
La convocazione del 1705 a Bari
Il 26 novembre del 1705 fu convocato il consiglio dai sindaci Marcello Celentano e Giovanni De Gregis, alfine di calcolare i nuovi contingenti, dato che era arrivato, in tal senso, un ordine da parte del viceré Juan Manuel Fernández Pacheco (1650-1725), duca di Escalona e marchese di Villena.

Dopo qualche discussione e verifica, venne fuori che le nuove reclute dovevano essere 23, delle quali 11 erano già partite qualche mese prima. A questo punto bastavano 12 giovani con le caratteristiche richieste o pagare per ogni uomo mancante 40 ducati.
L’università si accorse di avere carenza di uomini in età di leva disponibili e, ancor più grave, insufficienza di fondi. Come potevano risolvere il problema?
Chiaramente imponendo un nuovo balzello ai cittadini, più alto per le famiglie ricche e più basso per quelle meno agiate.
La prorposta del decurione
La decisione era quasi presa, quando a uno dei decurioni, Giobatti Massimi, arrivò il classico colpo di genio. Invece di tassare ulteriormente il popolo, propose di mandare a servire nell’esercito regio tutte le persone sfaccendate e insubordinate della città.
Soluzione ideale per risolvere in un sol colpo il problema della disoccupazione e dell’ordine pubblico.
La proposta, come si può immaginare, piacque molto, e il decurionato deliberò di redigere le liste dei soggetti che, come scrive Melchiorre, “si comportavano abitualmente da discoli”.
Ripensandoci, adeguando certe decisioni ai nostri tempi, forse non sarebbe una cattiva idea riproporre anche oggi certe disposizioni.
Copertina: ChatGpt rielaborazione grafica Nicola Antonio Imperiale
Bibliografia:
- Nicolaus studi storici, Anno XV 2004 fasc. 2, 29, Levante Editori, 2004, Bari.
- Vito Antonio Melchiorre, Storie baresi, Levante Editori, 2010, Bari
Link Wikipedia Juan Manuel Fernández Pacheco:
https://it.wikipedia.org/wiki/Juan_Manuel_Fern%C3%A1ndez_Pacheco
© 2026 Tutti i diritti riservati
Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.