Pizzo

Pizzo

La città di Bari ha sempre potuto ostentare con orgoglio un nutrito numero di “maestri” artigiani che con i loro manufatti, sin dal Medioevo, hanno fatto concorrenza alle rinomate botteghe veneziane e napoletane. Grazie agli scritti dello storico Vito Antonio Melchiorre e di Giovanna Campisi, scopriamo che Bari eccelleva anche nella moda e che in passato il “pizzo barese” era un prodotto artigianale molto ambito e conosciuto.

Il pizzo barese

Secondo lo storico ci sono diversi documenti che nominano il pregevole “pizzo barese” sin dalla fine del XIV secolo. Le piccole botteghe diventavano scuole di pizzo, dove le ragazze ancora giovanissime venivano inviate dai genitori per imparare l’arte di fare pizzilli et lavori, espressione antica per indicare lavori di pizzo e ricamo. Insomma in queste scuole, le maestre insegnavano alle giovani allieve l’arte del ricamo, del taglio e cucito e soprattutto l’uso dell’ago o dell’uncinetto per creare merletti che arrivavano a fare concorrenza a quelli armeni, fiamminghi e veneziani.

Il priore della basilica

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’arte del pizzo barese ebbe nuovo impulso grazie al lavoro del gran priore della basilica, l’abate Oderisco Piscicelli Taeggi (1840–1916),che con l’ideale di patrias artes renovare (“rinnovare le arti della patria”), e ispirato dal lavoro dell’arciduchessa d’Austria Isabella Hedwig Franziska Natalie von Croÿ (1856-1931) che per qualche tempo si era fatta promotrice in Europa dei merletti delle contadine ungheresi cosa che aveva fornito loro benefici finanziari insperati, cercò di riprendere l’antica pratica dell’uncinetto per fornire un sostentamento adeguato a quelle famiglie in difficoltà, valorizzando così “l’opera del lavoro delle donne a domicilio”.

Sin dal 1884 egli trasse alla luce del cenobio di Montecassino la genialissima Paleografia artistica, nella quale ravvivando con grande amore e molto studio vari e graziosi disegni dai codici longobardi, volle mostrare l’utilità che si può da essi ricavare applicandoli ai lavori industriali.

Il pizzo barese era molto rinomato…
… e probabilmente esistevano anche…
… scuole dove imparare l’arte

Il primo album di disegni per il pizzo era composto da 60 tavole, di cui cinque esclusivamente per il ricamo e fu ritenuto così interessante da essere premiato all’Esposizione Nazionale di Torino del 1884. A questo primo album nel 1888 ne seguì un secondo con merletti, ricavati dai codici liturgici di scrittura gotica corale e un terzo nel 1900 con 20 disegni, sempre ricavati da decorazioni e miniature di codici liturgici gotici, indirizzati alle scuole professionali.

Con un gruppo di dame del Patronato di S. Nicola fondò una scuola di pizzo che non solo insegnava alle ragazze l’arte del merletto, ma si preoccupava anche di vendere i pregiati lavori delle allieve, riconoscendo loro perfino un piccolo compenso.

Nel saggio della Campisi…
… sono presenti diversi esempi…
… di pizzo barese

Lo studio del pizzo barese

Nel 1914 Giovanna Campisi, insegnante di disegno nella Regia Scuola Normale Femminile di Bari, partendo da un documento notarile del 1663, realizzò uno studio su questo eccezionale prodotto artigianale, dove spiega le caratteristiche peculiari del pizzo barese:

La originalità del pizzo barese è dovuta tutta all’originalità dei disegni, perché generalmente tra i lavori all’uncinetto pochissimi riproducono l’antico, e, se pur lo riproducono, spesso riescono pesanti: poche trine conservano la leggerezza propria del pizzo. Con gli stessi disegni altri lavori si possono eseguire su tela a punto in croce, a punto lanciato, ad altri punti su étamine ecc. e si possono altresì imitare i lavori su tela che si eseguivano nel cinquecento.

Riproduceva il passato…
… ma con la leggerezza propria del pizzo

Sembra però che nonostante la propaganda e il lavoro delle signore del Patronato di S. Nicola già negli anni Trenta del Novecento, l’entusiasmo fosse scemato, con la conseguente cessazione dell’attività artigianale in questo campo.

Ma forse non tutto è perduto, chissà che senza saperlo in molte case, fra i tanti corredi lasciati dalle nonne, non ci siano ancora rari e originali esemplari di pizzo barese.

Potrebbero esserci ancora dei pezzi rari nei vecchi corredi

Copertina: Google Gemini rielaborazione grafica Nicola Antonio Imperiale

Foto pizzo barese: Stab. tipo-litografico Gius. Laterza & figli

Bibliografia:

  • Giovanna Campisi, Il pizzo barese, Stab. tipo-litografico Gius. Laterza & figli, 1914, Bari
  • Vito Antonio Melchiorre, Storie baresi, Levante Editori, 2010, Bari
  • Vito Antonio Melchiorre, Baresità, Adda Editore, Bari

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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.

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