Il coraggio di una donna nel dramma del genocidio armeno. Tradotto in italiano il romanzo di K. G. Apelian, “La NUORA”
La Nuora
Kevork G. Apelian, LA NUORA. Il genocidio armeno di Kessab in Siria, cura e traduzione di Kegham J. Boloyan – Daniela Musardo, Prefazione di Franco Cardini, Edizioni Radici Future
Kegham Jamil Boloyan è un siriano armeno, naturalizzato italiano, noto come docente di lingua e letteratura araba, lingua e traduzione araba presso le Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università di Bari (2000-2003) e di Lecce dal 1996. A partire dal 2012 ha iniziato il suo impegno pubblico attraverso la curatela in Italia di libri aventi per tema il genocidio del popolo armeno, in particolare in Siria, suo paese amato e martoriato da una decennale guerra civile che ha minato non solo le fondamenta del governo siriano laico e tollerante presente in Siria, ma anche la convivenza pacifica tra etnie.
Nelle sue ultime e fortunate traduzioni, che hanno visto la luce per altrettante case editrici baresi (FaL vision, Stilo, Radici Future) l’opera di divulgazione compiuta da Boloyan ha riguardato proprio i rapporti tra cultura arabo-siriana e minoranza armena. Gli armeni in Siria sono da sempre una minoranza colta e ben integrata, fedele alla Repubblica, con istituzioni proprie.
Numerose sono le testimonianze che l’autore e traduttore riporta nei volumi da lui curati: il racconto di un re-incontro casuale fra sorelle a molti anni di distanza dopo il genocidio nella Damasco degli anni ’50 (Il Richiamo del Sangue, 2013) l’indagine testimoniale sociologica e antropologica di una riflessione sulla propria condizione pubblica attraverso i pareri degli altri (Il Genocidio armeno del 1915 nel pensiero degli intellettuali arabi siriani, 2018) e infine un romanzo. L’ultima fatica di Boloyan, accompagnato nella traduzione da Daniela Musardo, è infatti La Nuora di Kevork (George) Apelian.
Nella sua opera di narratore Apelian, scomparso a 71 anni nel 2011, già docente della Haigazian University di Beirut e membro della Federazione Rivoluzionaria Armena, ripropone i drammatici fatti accaduti alla sua famiglia a partire dai primi anni del ‘900.
La società turca ottomana al bivio iniziava ad escogitare le strategie di innesco dei conflitti tra le minoranze, nel tentativo di proclamare l’etnia turca pura come unica presente nell’impero, la Sublime Porta, che si apprestava a modificarsi. Esso, infatti, scopriva l’ideologia dello Stato, così come spiegata da Hegel, la perfezionava nel tentativo, poi realmente avvenuto, di cambiarne il proprio volto. Si partiva dalle cinque dita della mano del Sultano (turchi, armeni, greci, ebrei, arabi), prendendole una alla volta, e il dito rappresentato dagli armeni era solo il primo in ordine di tempo a dover essere tagliato nella vana speranza che le altre non andassero in cancrena. Dopo quello armeno, anche quello rappresentato dai greci fu tagliato, ma solo in piccola parte rispetto alle previsioni. Le strategie di eliminazione degli ebrei furono passate alla generazione successiva, alla Germania sempre prussiana, ma nella perfetta continuità della medesima visione strategica.
Il romanzo La Nuora, tradotto da Boloyan, rappresenta un insieme di microstorie, accadute ad una medesima famiglia originaria di Kessab, avamposto armeno in Siria, un luogo di resistenti, martiri, profeti alcuni dei quali già in procinto di emigrare verso gli Stati Uniti e che solo la sorte sfavorevole aveva impedito. All’interno di questa comunità, la storia ce ne racconta una, quella della missione evangelica, il cui capo è il pastore Dikran. Il lettore si aspetterebbe qualcosa in più, il coraggio di Dikran come quello di Dikran, il grande sovrano della grande Armenia, prima in opposizione poi al fianco dell’Impero romano. Ma il pastore Dikran non è un condottiero, al massimo un osservatore, e indossa il velo nero del curato del racconto di Howtorne. Anche nel momento in cui la sciagura si manifesta nella sua totalità egli resta imperturbabile, con i pugni ben piantati in tasca: sospende qualunque giudizio, qualunque emozione critica, egli osserva, osserva, osserva e ascolta.
Intorno a lui Anna, la protagonista, cerca di essere l’artefice del suo ineluttabile destino, di sposa promessa, che caparbiamente rinuncia ad un matrimonio combinato, recandosi a casa del suo vero innamorato. Organizza ciò che nulla a che fare con una “fuitina”. Non c’è nessuna frivolezza e nessuna prurigine nel desiderio di compiere le proprie scelte. Anna – la sposa, la nuora – è il mistero stesso del “Donna Faber Fortuna suae”, anche quando gli uomini non sarebbero in grado e non avrebbero la struttura e la maturità psicologica per determinare il loro destino, lei c’è.
In questa narrazione tutti sono vinti. Gli uomini, le donne, i bambini ed anche i muli di casa. Nessuno può resistere all’ineluttabile, al destino già scritto, alla reale e talvolta comoda assenza del libero arbitrio, al silenzio di Dio, anche quando questa porta alla morte e al proprio annientamento. Alla fine le coscienze, nella loro interezza, tornano a ballare in una sorta di pacificazione, in una vera e propria, paradigmatica, Totentanz.
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Carlo Coppola (1979) cittadino della Repubblica italiana per nascita e della Repubblica d’Armenia per scelta, è dottore di Ricerca in Italiastica, Presidente del Centro Studi Hrand Nazariantz di Bari, docente di ruolo e referente del CPIA Bari sede di Molfetta.
