Consumo di suolo. Puglia: in tre anni scomparsi 1500 ettari. I dati dell’ISPRA – L’intervista

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Due metri quadri di suolo consumato ogni secondo. È il dato allarmante che emerge dall’edizione 2021 del rapporto dell’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale: “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”. Dal confronto i numeri del consumo di suolo in Italia tra il 2019 e 2020, con quelli della precedente edizione si scopre che a livello nazionale le colate di cemento e asfalto non hanno rallentato neanche nell’anno assopito dalla pandemia. Abbiamo consumato nel solo 2020 quasi 60 chilometri quadrati, arrivando a impermeabilizzare così oltre il 7% del territorio nazionale e più che raddoppiando la superficie artificiale rispetto alla popolazione: un italiano oggi ha in “dote” circa 360 metri quadri di cemento mentre negli anni ’50 erano 160 metri quadri. L’incremento maggiore quest’anno è in Lombardia, che torna al primo posto tra le regioni con 765 ettari in più in 12 mesi, seguita da Veneto (+682 ettari), Puglia (+493), Piemonte (+439) e Lazio (+431).

Giuseppe Milano, Segretario Generale

Abbiamo intervistato Giuseppe Milano, Segretario Generale dell’associazione “Greenaccord”, relatore al seminario “CONSUMO DI SUOLO IN PUGLIA” organizzato il 16 dicembre dall’Ordine dei Geologi della Puglia, dal Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università di Bari e dalla Sezione Puglia della SIGEA-APS.

I rapporti ISPRA sul consumo di suolo degli ultimi anni ci dicono che la tendenza in Italia, con un consumo di suolo di 2 metri quadri al secondo, non cambia. Quali sono i dati per la Puglia?

«La Puglia, negli ultimi tre anni, ha impermeabilizzato più di 1500 ettari (493 solo negli ultimi 12 mesi rilevati): è come se in appena 36 mesi avessimo raso al suolo una area naturale quasi secolare come la foresta Mercadante di Cassano delle Murge. Nello specifico, la situazione regionale è molto eterogenea: in un’escursione ideale osserveremmo prima il territorio foggiano nel quale oltre l’80% dei suoli agricoli, sottratti all’agricoltura, è destinato alla posa in opera di mega-impianti di energie rinnovabili; poi nell’Area Metropolitana di Bari verificheremmo l’espansione dello sprinkling – ossia l’atomizzazione del costruito, trasformando i comuni contermini del capoluogo in quartieri “dormitorio” – e, infine, constateremmo la progressiva alienazione del paesaggio salentino nel quale per i processi di turistificazione di massa si sta sostanzialmente tollerando l’abusivismo edilizio e si sta consentendo la devastazione di aree costiere dall’alto pregio naturalistico».

Quali sono gli effetti del consumo di suolo sull’ambiente e sul benessere dei cittadini?

«Il suolo, risorsa naturale pressoché non rinnovabile per i suoi lunghi tempi di formazione, continua a essere un oggetto sconosciuto a giornalisti e amministratori, mentre per gli imprenditori continua a essere la perfetta moneta di scambio nel mercato della speculazione economica e politica. Il capolavoro del neorealismo italiano del 1953 “Le mani sulla città” di Franco Rosi continua a essere di straordinaria attualità. Dalla salute del suolo dipende, infatti, non solo la nostra stessa sopravvivenza per la capacità della “pelle del pianeta” di assicurare i cosiddetti servizi ecosistemici – tra i quali la capacità di alimentarci, oltre a quella di sequestrare nel sottosuolo un gas serra pericoloso come l’anidride carbonica e di custodire la biodiversità – ma anche la resilienza delle nostre città sempre più fragili e vulnerabili per l’accelerazione dei cambiamento climatico con eventi estremi sempre più intensi e frequenti. Un suolo degradato e impermeabilizzato è una minaccia seria per le comunità che ambiscono a essere sostenibili».

Perché non si riesce a fermare il consumo di suolo in una città come Bari dove ci sono molte aree dismesse da recuperare?

«Perché con la crisi della politica rappresentata dalla cronica sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti e con il consolidamento dell’astensionismo si è plasticata anche la crisi pre-politica per definizione: la crisi etica delle nostre classi dirigenti che hanno smesso di essere “classi pensanti” al benessere della comunità che amministrano e a quella delle prossime generazioni. Oggi a Bari esiste un partito unico del cemento che impedisce alla città di avere, dopo quasi 40 anni, un nuovo Piano Urbanistico che, recependo le indicazioni del Piano Paesaggistico Regionale, curi le diffuse ferite sociali e ambientali del territorio: riducendo di almeno il 50% le volumetrie ancora previste dal sovradimensionato Piano Quaroni; predisponendo una visione strategica ed ecosistemica oggi assente incardinata sulla piattaforma abilitante della rigenerazione strutturale e funzionale dell’ingente e spesso sottoutilizzato patrimonio edilizio esistente; aumentando esponenzialmente il verde urbano, per la cui scarsa dotazione pro-capite siamo tra i peggiori capoluoghi italiani».

Grandi interventi edilizi necessari come la “Cittadella della Giustizia” potrebbero avere soluzioni meno impattanti e senza sottrarre spazi verde ai cittadini?

«Certamente. Il nascente “Diritto alla Città – Laboratorio critico sulle politiche urbane” nei giorni scorsi, richiamando una pluralità di documenti e informazioni, ha dimostrato – o meglio ricordato ai più distratti – non solo che ci potrebbero essere soluzioni ambientalmente ed economicamente più sostenibili, ma anche che la soluzione scelta – tra nuove costruzioni e nuove bretelle stradali – impatterà profondamente sul paesaggio di Lama Fitta che andrebbe, invece, tutelata e valorizzata».

Il 16 dicembre, lei ha trattato il tema della rigenerazione ecologica come cura al consumo di suolo, ci può spiegare di cosa si tratta?

«Dalla chiusura della Conferenza sul Clima di Glasgow è trascorso quasi un mese. Nonostante alcune importanti decisioni siano state rinviate al prossimo anno, l’Unione Europea ha deciso che è arrivato il momento di tutelare il suolo, come già da anni si fa con il mare, l’acqua e l’aria. Solo pochi giorni fa, ricordando l’obiettivo dell’azzeramento del consumo di suolo netto entro il 2050, è stata diffusa una nuova Strategia tematica che se sarà confermata nella nuova Direttiva in elaborazione obbligherà gli Stati membri a riscrivere le normative nazionali e territoriali orientandole verso la custodia e la rigenerazione. Il suolo non è una merce. A partire da queste novità e dalla connessione tra suolo e cambiamento climatico urbano, pertanto, ho provato ad illustrare alcune esperienze innovative di valorizzazione ecosistemica essendo oggi le sfere del benessere sociale, ambientale, culturale ed economico intimamente interconnesse».

L’Europa e le Nazioni Unite hanno richiamato gli Stati alla tutela del suolo, del patrimonio ambientale, del paesaggio, al riconoscimento del valore del capitale naturale e hanno chiesto di azzerare il consumo di suolo netto entro il 2050, di allinearlo alla crescita demografica e di non aumentare il degrado del territorio entro il 2030 (UN, 20154). Crede si riusciranno a raggiungere questi obiettivi?

«Non lo so, sinceramente. Oggi, citando impropriamente De Gasperi, i politici pensano esclusivamente alle elezioni successive. Oggi servirebbero statisti illuminati e appassionati e competenti che guardando alle prossime generazioni, e raccogliendo le eredità dolorose di una crisi pandemica non del tutto ancora superata, ci portino in un diverso presente dove si possa vivere in armonia con gli ecosistemici, perché la natura senza di noi e dopo di noi continuerà a vivere benissimo, mentre siamo noi che non possiamo vivere senza la natura, anche se continuiamo a dimenticarcelo pensando di poterla sfruttare all’infinito. Confido enormemente nelle nuove generazioni perché, riconoscendo il potere della cooperazione e dell’inclusione, stanno lottando per un pianeta più sano e più giusto».

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Antonello Fiore, geologo da anni impegnato per la promozione del ruolo delle Scienze della Terra nella protezione della salute e dell’ambiente. Ha organizzato numerosi eventi di disseminazione per promuovere la tutela dell’ambiente e della vita che esso ospita. Di particolare rilevanza sono le iniziative sulla prevenzione del rischio sismico, del rischio geo-idrologico, sulla valorizzazione del patrimonio geologico e per comprendere e mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

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