Re Lear e Alcesti: amore, potere e sacrificio nelle tragedie classiche in chiave moderna

recensioni dello spettacolo Re Lear e Alcesti

In un’epoca dominata dalla velocità dei social, dalle serie in streaming e da un’offerta infinita di intrattenimento, il teatro continua a proporre delle tragedie rivisitate in chiave moderna in luoghi suggestivi a livello naturalistico o per la storia dell’antichità – come le grotte di Castellana in Puglia, il teatro dei Calanchi in Basilicata, il teatro greco di Siracusa, il teatro romano di Verona –  portando sul palco temi profondi che riguardano la vita di tutti gli esseri umani, come l’amore, la morte, la verità, la sete di potere. Sono proprio questi gli argomenti che hanno riguardato due tragedie di autori lontanissimi nel tempo, ma rivisitate in chiave moderna, il Re Lear di Shakespeare e l’Alcesti di Euripide, rappresentate a settembre al teatro romano di Verona.

La prima parla di un re che perde il potere, la famiglia e ogni certezza; l’altra tratta di una donna disposta a sacrificare la propria vita per amore.

Una nuova interpretazione scenografica per il Re Lear

Il Re Lear è stato portato in scena in prima nazionale nella serata del 3 settembre, dopo l’anteprima al teatro Goldoni di Venezia, con il titolo Rex Destruens, Re Lear. La particolarità di questa interpretazione ha visto una scenografia praticamente inesistente – eccetto alcune proiezioni in digitale sullo sfondo – con attori vestiti di nero (Arianna Calgaro, Simone Pedini, Andrea Sadocco, Magdalena Soldati e Daniele Tessaro) che hanno letto con enfasi le loro parti da dei leggii, spostati o gettati a terra a seconda di quello che si voleva trasmettere. Le scene sono state spesso intervallate da riflessioni e interpretazioni del famoso filosofo Massimo Cacciari.

Il Re Lear in chiave moderna

Al centro della tragedia c’è Lear, un sovrano ormai anziano che decide di dividere il proprio regno tra le tre figlie. Prima di farlo, però, chiede loro di dimostrare pubblicamente quanto lo amino.

Le figlie e le scelte del re

Goneril e Regan rispondono con dichiarazioni esagerate e adulatrici; Cordelia (la figlia minore), al contrario, sceglie la sincerità e rifiuta di trasformare il proprio affetto in una gara di parole. Lear non accetta la risposta della figlia minore e, accecato dall’orgoglio, la allontana.

Da questa decisione prende avvio la sua caduta: il re che sembrava avere tutto perde progressivamente il potere, la sicurezza e il controllo sulla propria vita. La sua vicenda diventa così quella di un uomo costretto a confrontarsi con la propria fragilità. Il titolo Rex Destruens, “Il re che distrugge”, richiama proprio questo processo: Lear è colui che, attraverso le proprie scelte, contribuisce alla distruzione dell’ordine che egli stesso aveva costruito. Questi vive in un’epoca di passaggio, in cui i vecchi valori sono in crisi, infatti il re crede che possa mantenere auctoritas (autorità) senza avere più potestas (potere) che viene concesso alle figlie, le quali si riveleranno solo assetate di potere, un potere che non vogliono amministrare con autorità. Ecco che viene meno anche la patria potestas, il padre non ha più autorità spirituale e per questo non viene più rispettato.

Il contrasto fra la verità e la menzogna

Queste sono riflessioni e interrogativi incredibilmente attuali, come il contrasto tra verità e menzogna che viene messo in luce nel rapporto tra Cordelia e le sorelle. Le prime due comprendono che Lear vuole sentirsi dire di essere amato e utilizzano le parole per ottenere ciò che desiderano, ovvero il potere. Cordelia, invece, non accetta di fingere, anche se la sua sincerità viene inizialmente punita dal padre e solo successivamente riconosciuta, ma è ormai troppo tardi. Ecco che emerge un altro tema importante: è sempre la verità a essere premiata oppure, in alcune situazioni, sono più efficaci le parole che gli altri vogliono ascoltare?

Particolarità di questa interpretazione dell’opera: poca scenografia con proiezioni digitali sullo sfondo

Le conseguenze delle scelte nella tragedia

In questo caso è proprio l’intreccio tra bugie e sete di potere che porta al tragico epilogo della vicenda, in cui muoiono tutti i protagonisti della vicenda e con loro anche i valori di una società, in cui il potere non garantisce più obbedienza e nemmeno amore.

L’Alcesti in chiave moderna

Ma l’amore può portare anche al sacrificio di una donna, protagonista di un’altra tragedia, si tratta dell’Alcesti di Euripide, rappresentata prima al Teatro Greco di Siracusa, poi al Teatro Grande di Pompei e al Teatro Romano di Ostia Antica e infine al Teatro Romano di Verona il 17 e 18 settembre, con la regia di Filippo Dini, produzione Fondazione INDA e del Teatro Stabile del Veneto con musiche del famoso jazzista Paolo Fresu.

L’Alcesti con scenografia moderna

Al centro della vicenda c’è Alcesti (interpretata dall’attrice Deniz Özdoğan), moglie di Admeto (Aldo Ottobrino), re di Fere. Quando il marito è condannato a morire, gli viene concessa una possibilità: qualcuno può prendere il suo posto e morire al posto suo. Nessuno è disposto a farlo, nemmeno i suoi genitori, quindi sarà proprio sua moglie ad accettare il sacrificio. Tutta la vicenda ruota attorno al dramma di questa morte ineluttabile, al dolore di un uomo costretto a confrontarsi con le conseguenze della propria scelta, che continua a vivere grazie alla morte di qualcun altro.

L’opera è stata portata in scena al Teatro Romano di Verona

Il dramma al centro della tragedia

Proprio questo è il dramma che porta il re a scontrarsi con l’anziano padre (interpretato proprio dal regista Filippo Dini) che non ha accettato di morire per il figlio, perché la vita è un dono troppo prezioso e breve per poterla abbandonare e perché in fondo i padri non dovrebbero avere nessun debito nei confronti dei figli dopo che li hanno messi al mondo. Ancora una volta entra in crisi il rapporto tra genitori e figli che culmina con una forte accusa di Ferete nei confronti di Admeto, ovvero di essere un uomo vile e il vero assassino di sua moglie.

Nell’opera Alcesti si sacrifica per Admeto

La storia, però, non procede secondo i meccanismi della tragedia più tradizionale: dopo la morte di Alcesti entra in scena Eracle, interpretato da Denis Fasolo, e il tono dell’opera cambia. L’eroe – che sembra presentarsi spavaldo e superficiale – riesce inaspettatamente a riportare Alcesti dall’Ade, che conduce con sé il mistero di ciò che è accaduto oltre il confine della vita.

Alcesti sarà poi riportata indietro dall’Ade grazie all’intervento dell’eroe Eracle

Attrezzi e costumi contemporanei nelle tragedie

L’opera è stata presentata in chiave moderna: sulla scena sono presenti attrezzi da palestra usati da Eracle per dimostrare la sua forza o da Admeto per sfogare il dolore per la perdita di Alcesti; i personaggi spesso fanno il loro ingresso dal pubblico con costumi contemporanei (tacchi, tailleur, smoking, pellicce); il linguaggio presenta alle volte delle cadenze regionali, per esempio Eracle parla in dialetto veneto, mentre un servo in dialetto pugliese, espedienti che attirano l’attenzione e il riso del pubblico.

Un’opera che usa costumi contemporanei

Linguaggio e strumenti scenici per portare in scena queste tragedie

Queste due tragedie ripresentano con linguaggi e strumenti scenici nuovi temi profondi e antichissimi, ma che sono ancora in grado di interrogare profondamente l’uomo odierno, perché il sacrificio, la paura della morte, il bisogno di essere amati e il peso delle proprie scelte non appartengono a un’epoca precisa.

Quindi sorgono spontanee varie domande: ha ancora senso andare a teatro per vedere una tragedia e riflettere su temi profondi? È giusto rappresentare dei classici in chiave moderna e in che maniera? Proveremo a rispondere a questi quesiti nei prossimi articoli.


Link Teatro Romano di Verona:

https://www.spettacoloverona.it/

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Martina
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Martina Ragone è nata a Triggiano, ora vive a Verona dove insegna e fa volontariato. Si è laureata in lettere classiche alla triennale e in lettere moderne alla magistrale a Siena. Appassionata di cultura, poesia, arte e musica. Collabora con “In città” di Giovinazzo e ha diretto “Nero su Bianco”, il giornale della Cappella Universitaria di Siena.

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