La leggenda di Romana Chiuri Dottola, la madre che attraversò il mare per salvare suo figlio
La città di Bari è stata terra di conquista di diverse popolazioni straniere, ognuna di queste ha lasciato tracce nella storia della città, attraverso documenti, monumenti e racconti di vita. Quello che vogliamo narrare oggi è la storia di una donna coraggiosa che ha sfidato senza paura ogni difficoltà per poter riabbracciare suo figlio. Protagonista del nostro racconto è una nobildonna di origine greca vissuta a Bari approssimativamente fra il VIII e il IX secolo: Romana Chiuri Dottola.
Il racconto di Beatillo
Ci parla di lei lo storico Antonio Beatillo (1570-1642), che dichiara di aver letto la sua storia fra le scritture dell’Archivio della Città di Bari. Da quel che racconta il gesuita all’epoca di Carlo Magno (742-814), fu inviato dall’Imperatore d’Oriente un emissario di Costantinopoli a Bari, un certo Giovanni Dottula.
Questo nobile, dopo aver preso dimora nella città pugliese, invitò altre famiglie greche a prendere casa a Bari: gli Ioannacci, Gizzinosi, Effrem, Elia, Nai e Sergij. A queste se ne aggiunsero con il tempo altre e per distinguersi dalle famiglie del posto, aggiunsero al loro nome il titolo Chiuri, come spiega Beatillo:
Di commen consenso a distintione delle famiglie Longobarde et Italiane più antiche che haveano il titolo di Sire, si presero quel di Chiuri, che nel Greco volgare vuol dir Signore, e si chiamavano per essempio, Giovanni Chiuri Dottola, Pietro Chiuri Ioannaci, Andrea Chiuri Carofilli, e simili, come se ne vedono fin Hora scritture autentiche.
La scelta di Romana
Dalla famiglia Chiuri Ioannacci nacque il nobile Barda che sposò Romana Chiuri Dottola. I due ebbero un figlio ma la donna restò presto vedova. La nobildonna per completare l’educazione di suo figlio pensò di mandarlo alla corte del re di Albania “o altro simile Signore di gran potenza”, come specifica Beatillo che sembra non avere la certezza del titolo nobiliare.
Ma le cose presero una strana piega: la figlia del re s’invaghi del giovane, che timoroso di Dio e rispettoso del signore che lo ospitava, la respinse. Lei per vendetta dichiarò di essere stata insidiata. Così il signore fece imprigionare il giovane nella torre.
Inizia il viaggio
La notizia giunse fino a Bari e quando sua madre venne a conoscenza del torto subito da suo figlio, certa della sua onestà, si raccomandò alla Vergine Madre di Dio e senza esitare si imbarcò per l’Albania. Durante il viaggio però, prima di raggiungere la sua meta, l’imbarcazione si fermò su un’isoletta “forse per mitigar la nausea del mare”. Qui un servitore di Romana, si ferì e nonostante le medicazioni e altri rimedi solo un’erba presente sul posto poté guarire istantaneamente la ferita.
Stanca la nostra Romana, si lasciò andare a un breve riposo e all’improvviso le comparve in sogno la Madonna che le disse di prendere una gran quantità di quell’erba e di portarla con sé in Albania e che grazie a essa avrebbe liberato “suo figlio dalla carcere e dall’infamia”. Le rivelò, infatti, che a causa della sua menzogna la figlia del re era stata colpita dall’orrore della lebbra e solo il tocco di quell’erba avrebbe potuto guarirla.
La guarigione miracolosa
Romana chiaramente obbedì e arrivata in Albania fu accolta con cortesia dal signore del posto. E, come aveva predetto la Vergine Maria in sogno, bastò che la figlia del re ammettesse il suo crimine e fosse toccata dall’erba miracolosa per guarire completamente.
Il giovane fu subito liberato e il re inoltre offrì a sua madre “di chiedergli qualsivoglia gran cosa, con sicura promessa d’haverla subito ad ottenere”. La donna che aveva visto strada facendo un tempio che “era stato anticamente dedicato a molti Idoli”, chiese che fosse diroccato e portato sulla sua imbarcazione.
Tornata a Bari, grazie alle colonne di quel tempio, fece costruire sulla proprietà del figlio una chiesa in onore della Vergine Maria, ponendo sulla facciata l’effige “Santa Maria de’ Chiuri Ioannacci”.
La chiesa nei secoli cambiò nome diverse volte e secondo un ipotesi di Vito Antonio Melchiorre era l’antico tempio sul quale ora sorge la chiesa di San Giuseppe.
L’epitaffio dedicato a Romana
Inoltre, Beatillo ci rivela un particolare, in ricordo della nobildonna nella chiesa sul pavimento in marmo dell’altare maggiore era presente questo epitaffio:
Hic pia licta iacet, meritis generosaque valde,
Barde sublimi iuncta…
Da proli terrae, Christe Deus, requiem. Mo. S.
Che lui traduceva con:
Qui giace la licta (cioè relicta, ovvero vedova) pietosa e molto abbondante di meriti, che fu congiunta in matrimonio col sublime Barda… Da’, o Christo Dio, requie alla figliuola della terra. Monumento del sepolcro.
Che la vicenda appartenga alla storia o alla leggenda è difficile stabilirlo con certezza. Resta il valore di un racconto che, tramandato nei secoli, celebra il coraggio di una madre pronta a sfidare il mare e ogni avversità pur di salvare suo figlio.
Copertina: Gemini Google, ChatGpt e Photoshop rielaborazione grafica Nicola Antonio Imperiale
Bibliografia:
- Vito Antonio Melchiorre, Storie baresi, Levante Editori, 2010, Bari
- Antonio Beatillo, Historia di Bari, Cacucci Editore, 2018, Bari
Link Wikipedia Storia di Bari:
https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Bari
© 2026 Tutti i diritti riservati
Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.