“La grazia”, il nuovo film di Sorrentino: quando il potere dubita e l’umanità chiede ascolto

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In una società in cui si ricercano costantemente certezze, il celebre regista Paolo Sorrentino – autore di capolavori come La grande bellezza, film vincitore dell’Oscar nel 2014 come Miglior Film Straniero – ci vuole far riflettere sull’esercizio del dubbio con il suo nuovo film La grazia, presentato all’apertura dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e disponibile nelle sale cinematografiche dal 15 gennaio.

La trama

Il protagonista è un fittizio Presidente della Repubblica e giurista, Mariano de Santis – interpretato magistralmente da Toni Servillo (alla sua settima collaborazione con Sorrentino) – un uomo che affronta il presente con responsabilità, riflettendo molto (a volte troppo) sulle sue decisioni. Cattolico e vedovo, vive nella nostalgia costante di sua moglie Aurora, di cui è ancora profondamente innamorato, ma anche ossessionato da un tradimento avvenuto quarant’anni prima. Accanto a lui c’è sua figlia Dorotea – interpretata dalla bravissima Anna Ferzetti – anche lei giurista, che ha dedicato interamente la vita a suo padre – e una sua vecchia compagna di scuola, Coco Valori – impersonata da Milvia Marigliano – una critica d’arte simpatica ed esuberante.

Nonostante Mariano De Santis si trovi quasi alla fine del suo mandato, deve prendere delle decisioni importanti: firmare o meno la legge sull’eutanasia e concedere o meno la grazia a due persone. Si tratta di due omicidi premeditati: il primo riguarda una donna, Isa Rocca, che – stanca e disperata per le frequenti violenze subite dal marito – è arrivata ad ucciderlo nel sonno, e il secondo riguarda Cristiano Arpa, un ex insegnante che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. Quest’ultimo episodio si rifà ad un caso realmente accaduto, ovvero la concessione della grazia nel 2018 da parte dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Gastone Ovi che nel 2012 aveva soffocato la moglie Ester Chenet, gravemente ammalata.

Il conflitto del protagonista

Queste scelte mettono in crisi la coscienza di De Santis e fanno emergere il conflitto tra il ruolo istituzionale di presidente, i principi morali e la sua esperienza umana. Per questo motivo rimanda costantemente la decisione, mettendo in evidenza come il dubbio non è un sintomo di fragilità, ma è un valore prezioso che induce ad aprirsi e mettersi in discussione. Il suo conflitto lo porta a guardare oltre le etichette e le regole che è tenuto a rispettare come politico, per accogliere l’umanità che si cela dietro le storie con cui viene a contatto.

Il significato del titolo: La grazia

Ecco che quindi il titolo stesso, “La grazia”, ha un doppio significato: potrebbe riferirsi alla concessione giuridica di clemenza che può svolgere solo il Presidente della Repubblica, ma anche ad un atteggiamento umano di comprensione e compassione, di leggerezza e libertà. Questa leggerezza è rappresentata anche dal fatto che De Santis ascolta di nascosto musica leggera, in particolare il famoso rapper Guè Pequeno – che nel film alla fine è nominato ironicamente cavaliere del lavoro. Quest’abitudine inaspettata è un tentativo di riallacciare il legame con i suoi figli che sente molto distanti e in generale con la generazione dei giovani.

Si mette in evidenza una questione cruciale: può la politica interpretare il linguaggio del presente in una nazione che sta ormai pesantemente invecchiando? È una questione che rimane irrisolta, ma che Sorrentino pone in maniera sottile e provocatoria.

Il rapporto genitori e figli

Un altro tema cardine è poi il rapporto tra genitori e figli, messo in evidenza nella relazione tra Mariano e sua figlia Dorotea che lo ha seguito e accudito per tutta la vita. Sebbene i figli seguano i genitori, nella vita arriva un momento in cui “i genitori devono seguire i figli”, infatti sarà proprio Dorotea a stimolare le riflessioni morali del padre e a guidarlo in un percorso di maturazione interiore. Mariano riuscirà ad uscire dai propri schemi e iniziare a vivere con uno sguardo più umano e coraggioso, andando oltre la rigidità delle regole e ammorbidendo il suo “cemento armato” (soprannome attribuitogli da tutti i suoi conoscenti).

Dubbi e decisioni

Dal momento in cui sua figlia Dorotea pone la domanda: “Di chi sono i nostri giorni?”, Mariano viene messo in crisi e anche lo spettatore è indotto a riflettere su come viviamo il nostro tempo, su chi è il reale padrone della nostra vita emotiva e biologica (e quindi riemerge il tema dell’eutanasia). Questa domanda riecheggia in tutto il film in varie occasioni, fino a quando De Santis riesce a trovare una risposta alla fine: “I giorni sono nostri ma non basta tutta la vita per comprenderlo”, simbolo del fatto che solo noi siamo i veri padroni della nostra vita e di come vogliamo viverla, con i dubbi, gli imprevisti e le scelte che ne derivano.

Una vita fatta anche di sofferenza, come simboleggia il cavallo in agonia in un maneggio con la scritta “Virtus in periculis firmior” (il coraggio è più forte nelle difficoltà), ma è proprio nelle difficoltà che siamo chiamati a mettere in campo i sentimenti, dove la legge non riesce a dare tutte le risposte. Per questo motivo alla fine De Santis decide di agire seguendo questa strada rispetto alla legge sull’eutanasia e alla grazia verso i due condannati. Nel secondo caso, solo dopo averli incontrati, averli guardati negli occhi e ascoltato con attenzione le loro storie, riesce a “vedere la verità da vicino, mentre il diritto te la mostra sempre da lontano”.

Le location del film

Dal punto di vista della scenografia, i luoghi del film sono molto curati ed eleganti; le scene sono state girate principalmente a Torino, tra Palazzo Reale, Palazzo Chiablese, Castello del Valentino, l’Accademia delle Scienze e Castello di Moncalieri, e poi a Roma. In particolare risulta manieristica la scelta di luoghi come il Ninfeo di villa Giulia e il camminamento balaustrato tra le due torrette in cima alla facciata di Villa Medici – luogo pensato come terrazza del Quirinale che assume una valenza fortemente simbolica come spazio di riflessione del protagonista. Un altro posto particolare è il giardino botanico di Roma, in cui Servillo dialoga sulla legge dell’eutanasia con il papa, rappresentato in maniera particolare e provocatoria: è un papa di colore, con l’orecchino e i rasta, che usa lo scooter per i suoi spostamenti.

Un film molto denso e particolare, dai numerosi significati, dettagli e momenti inaspettati. Ancora una volta Sorrentino – già noto per la sua filmografia densa di peculiarità estetiche, introspezione psicologica e riflessioni esistenziali – si dimostra abilmente capace di portare sugli schermi temi importanti, inducendo lo spettatore a riflettere sulla propria vita e sui propri valori.


Copertina: Locandina del film La grazia

Link Wikipedia 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia:

https://it.wikipedia.org/wiki/82%C2%AA_Mostra_internazionale_d%27arte_cinematografica_di_Venezia

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Martina
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Martina Ragone è nata a Triggiano, ora vive a Verona dove insegna e fa volontariato. Si è laureata in lettere classiche alla triennale e in lettere moderne alla magistrale a Siena. Appassionata di cultura, poesia, arte e musica. Collabora con “In città” di Giovinazzo e ha diretto “Nero su Bianco”, il giornale della Cappella Universitaria di Siena.

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