Via Niccolò dall’Arca: dal mistero delle origini all’eco del dolore scolpito nella terracotta

Niccolò

Niccolò

Il nostro viaggio alla riscoperta dei personaggi che hanno ispirato la toponomastica barese, ci porta oggi in via Niccolò dall’Arca nel quartiere Murat, strada che porta da piazza Umberto I a piazza Moro. Per chi conosce un po’ di storia barese, questa strada è tristemente nota per l’eccidio del 28 luglio 1943 da parte dell’esercito fascista contro i manifestanti, ma oggi non parleremo di questi infausti fatti e cercheremo di scoprire qualcosa di più sullo scultore che ha meritato il suo nome sulla targa della strada.

Niccolò
Via N. dall’Arca nel quartiere Murat

Poche informazioni sulla vita di Niccolò dell’Arca


Come nel caso del cronachista Lupo Protospata, poco sappiamo di lui, è ricordato come Niccolò d’Apulia, di Bari, dall’Arca o dell’Arca (quest’ultimi soprannomi guadagnati grazie alla sua prima grande opera nota), gli altri attributi fanno pensare che sia nato in Puglia o addirittura a Bari fra il 1430 e il 1440 circa.


Lo storico V. A. Melchiorre nei suoi scritti ci rivela che:

Nel 1897, Giovanni Battista Nitto de Rossi, in una nota a pag. LVI del Codice Diplomatico Barese, vol. 1, fece cenno di una carta del monastero di S. Scolastica, datata 1466, nella quale si parlava di Niccolò lo Schiavo, identificabile con Niccolò dalmata o schiavone, il futuro Niccolò dell’Arca: aggiungeva lo scrittore che Niccolò, insieme al padre Antonio, perseguitato dal Principe di Taranto, si era rifugiato a Bologna, dove aveva scolpito la celebre arca di S. Domenico. Di tale documento non esiste più traccia in alcun archivio.


Certo un po’ poco per avere delle certezze, lo storico Carabellese nel 1898 aggiunse solo che era nato intorno al 1440 ed era figlio di un certo Antonio lo Schiavo o Schiavone.

Studi e ricerche successive fatte negli archivi notarili bolognesi portarono un barlume di luce in più su questo personaggio, rivelando che intorno al 1478 sposò una certa Margherita de’ Boateri, ebbe due figli Cesare e Aurelia, abitò in “contrada vocata Piazza Mazore”, oggi identificabile con piazza Maggiore, e aveva una bottega nei pressi di San Petronio, dove lavorava come maestro di figure in terracotta.


Questo è quanto certo o più o meno tale, dato che alcune informazioni, come suddetto, non sono più riscontrabili.


Nulla si conosce della sua formazione, probabilmente soggiornò a Napoli dove forse ebbe contatto con i maestri scultori provenienti dalla scuola di Claus Sluter. L’unica cosa certa è che le sue opere resteranno eterne anche oltre il suo ricordo.

Niccolò all’opera (immagine @ Chatgpt rielaborazione N. A. Imperiale)

Le altre opere


L’opera che gli valse il soprannome è la cimasa dell’arca di San Domenico nella basilica di San Domenico a Bologna, l’opera monumentale iniziata da Nicola Pisano ben due secoli prima, grazie all’intervento di Niccolò nel 1469-73 ora comprendeva ben 16 nuove figure fra le quali le statue di Dio all’apice, i quattro evangelisti, angeli e santi.

Arca di San Domenico (ph @ Beni Culturali Standard (BCS) CC-BY 4.0)

A questa seguirono altri lavori fra i quali due busti di terracotta di S. Domenico sempre per la basilica di S. Domenico, la Madonna in piazza in una nicchia della facciata del Palazzo d’Accursio e L’Aquila nella chiesa di San Giovanni in Monte tutte a Bologna.

Il Compianto sul Cristo morto

Ma il suo capolavoro indiscusso è il Compianto sul Cristo morto presso la chiesa di Santa Maria della Vita.
L’opera fu commissionata all’artista dalla Confraternita dei Battuti Bianchi, e non si conosce la data esatta di realizzazione (databile tra il 1463 e il 1490), è composto da sette figure di terracotta, originariamente policrome, tutte a grandezza naturale.

Compianto sul Cristo morto (ph @ Gioia dei musei CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons)

Al centro c’è Cristo morto e disteso, il capo su un cuscino dove si notano la firma dell’autore: “opus nicolai de apulia”. Ai suoi piedi sono presenti Maria di Cleofa e Maria Maddalena completamente stravolte dal dolore, dai lineamenti drammaticamente sconvolti sembra venir fuori un urlo muto che riesce a raggelare l’osservatore.

Maria di Cleofa e Maria Maddalena (ph @ Miguel Hermoso Cuesta CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons)

Da destra a sinistra, anche gli altri personaggi contribuiscono a rendere drammatica la scena: l’apostolo Giovanni con una mano sul volto sembra bloccare a stento le lacrime; Maria, madre di Cristo, che grida disperata e con le mani giunte volge il capo verso suo figlio, Salome che si stringe le vesti sulle gambe e infine Nicodemo o san Giuseppe D’Arimatea (su questo ci sono versioni discordanti perché normalmente i due personaggi sono rappresentati insieme in opere simili) unica figura inginocchiata che con abiti anacronistici, perché sembrano rinascimentali, guarda verso l’osservatore con ancora in mano gli attrezzi usati per liberare il corpo di Cristo dalla croce.

Gli altri personaggi del Compianto (ph @ Gioia dei musei CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons)

Negli anni la scultura fu trasferita più volte e le statue furono riallestite, non è certo che le statue fossero poste precisamente come sono collocate oggi, ma questo nulla toglie alla forza evocativa del capolavoro.

Le delibere

Al grande scultore del Quattrocento la città di Bari ha dedicato una via: nel settembre del 1925 con deliberazione commissariale n. 1347 la strada venne intitolata a Niccolò di Bari, denominazione poi corretta nel novembre del 1927 da una delibera podestarile n. 1724 trasformata nell’attuale Niccolò dall’Arca.


Bibliografia:

Vito Antonio Melchiorre, Le strade di Bari, Periodici Locali Newton, 1995, Bari

Link Treccani Niccolò dell’Arca:

https://www.treccani.it/enciclopedia/niccolo-dell-arca

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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.

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