La materia emotiva che si tocca con gli occhi e si vede con le mani: intervista a Giulia Massone
Massone
Si dice che l’arte abbia il potere di far traboccare i sensi dai propri argini, permettendo al tatto di farsi vista e alla vista di trasformarsi in tatto, disegnando traiettorie di prospettive che si irraggiano verso l’infinito. È proprio questo che accade nell’arte di Giulia Massone, giovane artista fiorentina, che da qualche tempo ha eletto la materia a cifra estetica: un elemento che si fa arredo e culla dello spazio, panacea per le ferite dell’anima, innesco di una sensazione che si lascia assorbire, come spugna, dalla sua stessa forma.
Autodidatta, eppure già protagonista in gallerie internazionali – sintomatica in tal senso la sua esperienza alla Crypt Gallery di Londra, ma non solo – Giulia Massone concepisce i suoi quadri come vere e proprie prefigurazioni o impersonificazioni di sentimenti subitanei e velati. Opere che, nella loro bellezza a rilievo, non si limitano a farsi guardare ma invitano ad essere toccate, conferendo così un’impronta di verità ancora più profonda a ciò che si contempla.

Alla sua poetica visiva si lega anche il dono di una delle sue creazioni, Serotonina, offerta all’agenda di LuoghInteriori Luoghi della Bellezza per accompagnare i suoi lettori lungo l’anno 2026. Oggi, per la rubrica Sinestetiche, parliamo proprio di lei.
Chi è Giulia Massone?
Giulia, prima di tutto raccontaci chi è Giulia Massone.
Mi chiamo Giulia, ho trentaquattro anni e sono titolare di un centro estetico da dieci anni. Mi sono avvicinata all’arte l’11 gennaio 2024, in un momento molto difficile della mia vita, segnato da una telefonata che annunciava un peggioramento delle condizioni di salute di un mio familiare stretto. Dopo tre anni complicati e diverse perdite, l’arte è arrivata come valvola di sfogo. Parallelamente ho intrapreso un percorso di psicoterapia, dove mi è stato suggerito di trovare qualcosa che mi rallentasse il battito. Così ho iniziato a dipingere, e da allora quando lo faccio mi sento davvero bene. È il mio momento di calma, in cui cerco di fermare la mente e lasciarmi andare. Sono una persona precisa e iperattiva, ma nel dipingere ho trovato un modo per rallentare, senza regole né fretta. Sono anche mamma di un bimbo di tre anni e mezzo, il mio più grande sostenitore, con cui condivido spesso attività creative, tanto che a volte mi dice anche se un mio quadro non gli piace. Anche il mio compagno mi supporta: lui mi prepara tele e cornici su misura. Insieme abbiamo creato una piccola sinergia artistica di famiglia.

Come tutto è iniziato
Ripartiamo dall’inizio, dal momento in cui ti sei avvicinata all’arte.
Mi sono avvicinata all’arte l’11 gennaio 2024, in un periodo molto pesante. Avevo appena perso una cliente a me molto cara e arrivavo da anni difficili, pieni di lutti e fatica emotiva. Quel giorno avevo bisogno di sfogarmi, ma non volevo farmi vedere piangere da mio figlio Edo, che allora aveva poco più di due anni. Così sono andata nello studio, ho pianto e poi ho preso in mano dei colori – nero, bianco e oro – che avevo comprato mesi prima ma mai usato. Ho iniziato a dipingere, creando un primo quadro dedicato alla morte. Da lì è nata una linea di sette quadri, uno ogni sera per due settimane. Quella fase mi ha permesso di tirare il fiato dopo tanto dolore. L’arte, insieme alla psicoterapia, mi ha aiutata davvero a stare meglio e a gestire anche gli attacchi di panico che erano diventati sempre più frequenti.

Quindi tutto è iniziato in reazione ad un momento doloroso della tua vita privata. Come mai da allora non hai più smesso di dipingere? Cosa ha innescato?
Da quel momento non ho più smesso di dipingere perché ne sentivo davvero il bisogno. All’inizio ritagliavo ogni momento libero: quando Edo, il mio piccolo, dormiva, se era dai nonni, appena tornavo dal lavoro… io dipingevo. Non guardavo la TV, non facevo altro. Il mio compagno lavora a turni, quindi spesso ero sola in casa e dedicavo tutto il tempo alla pittura. In quel primo periodo ho prodotto tantissimi quadri, era diventata la mia esigenza quotidiana.
Che ruolo ha avuto l’arte nella vita di Giulia Massone
Cosa accade dentro di te quando dipingi? Che ruolo ha avuto, e ha ancora, la pittura nel tuo quotidiano e nel riconoscimento delle tue emozioni?
Quando dipingo mi isolo completamente, entro in una sorta di bolla. Il quadro nasce nella mia mente già qualche giorno prima, ma prende davvero forma solo nel momento in cui inizio a lavorarci. Di solito parto scegliendo i colori, ma poi tutto può cambiare una volta che li porto sulla tela. Mi perdo nella musica e, a volte, ho provato anche a dipingere con dei libri. Trovo incredibile che una persona come me, con la mente sempre piena di pensieri – belli o difficili che siano – riesca a trovare un silenzio così profondo mentre dipinge. È il mio spazio, il mio rifugio, ed è ciò che mi fa stare davvero bene. Dopo soli quattro mesi, ho fatto la mia prima mostra a Firenze: avevo già realizzato una trentina di quadri e sentivo il bisogno di farli conoscere. Da lì ho scoperto quanto mi piacesse anche esporre. Alla fine dello stesso anno ho partecipato ad altre due collettive, una nel Mugello e una a Londra. Proprio Londra è stato il momento in cui ho capito che stavo creando qualcosa di bello, che emozionava anche gli altri. Esporre mi ha permesso di entrare in contatto con altri artisti, molti dei quali si erano avvicinati all’arte per motivi simili ai miei, e questo mi ha fatto sentire meno sola. Ho continuato l’anno successivo esponendo a Milano, al Lido di Camaiore, in Alta Badia, fino ad arrivare a Innsbruck e Sanremo. Quando vedo le opere esposte in galleria penso che non potrebbero essere in posto più bello. Amo anche molto quando riesco a farle girare fra altre persone, mi piace che trovino un loro ambiente, ma quando sono in galleria penso che siano nel posto giusto.

Dove ha già esposto l’artista
In meno di un anno hai esposto in ben quattro mostre di caratura internazionale, da Firenze alla mostra “Gaia” alla Roccart Gallery, a Mugello con l’esposizione “Contaminazioni”, per poi arrivare addirittura a Londra alla Crypt Gallery e infine a Milano presso la Galleria Tolomeo: traguardi decisamente importanti. Cosa hai provato nel vedere le tue opere esposte, oltretutto in spazi così diversi e in dialogo con platee sempre differenti?
Per me l’arte è una forma di libertà totale, ed è proprio questo l’aspetto che amo di più. Non ho mai studiato arte: tutto ciò che faccio da un anno e mezzo nasce da sperimentazioni personali, istintive. Quando qualcuno guarda una mia opera e ci legge qualcosa che magari io stessa non avevo colto, ne capisco davvero il potenziale. Sono una persona che parla tanto per esprimersi, quindi poter comunicare concetti in modo silenzioso ma intenso è una scoperta meravigliosa. Entrare in connessione ed empatia con chi guarda le mie opere è qualcosa che mi emoziona. In questo percorso ho conosciuto tante persone splendide, con cui sono nate amicizie sincere. Per me l’arte è solo qualcosa di bello. Certo, ci sono anche per me a volte momenti di frustrazione: quando sbaglio o spreco troppo materiale mi innervosisco, allora mi fermo, esco dalla stanza anche dieci volte, e poi ci rientro con calma, riprendo in mano il quadro solo quando sento che posso farlo con un’energia pulita. Non voglio che la negatività contamini questo spazio, a meno che non sia proprio quella l’emozione che voglio raccontare.

Lavorare con lo stucco, acrilici e sperimentazioni
I tuoi lavori sono fortemente materici, sembrano quasi da toccare oltre che da guardare. Come hai sviluppato
questa tecnica? L’hai imparata da qualcuno o ti sei lasciata guidare dall’istinto?
I miei lavori sono principalmente materici: utilizzo soprattutto lo stucco e i colori acrilici, ma sperimento molto con materiali e tecniche diverse. A volte inserisco inchiostri, alcol, e negli ultimi quadri ho usato anche la tecnica del découpage. Lo stucco, però, è quasi sempre presente: mi piace creare superfici in rilievo, quadri da guardare ma anche da toccare. Questa tecnica l’ho sviluppata da autodidatta, seguendo l’ispirazione. Non mi considero un’esperta d’arte, ma una persona che dipinge. Parto da un’idea, acquisto il materiale e mi butto. A volte il risultato mi soddisfa, a volte no, ma cerco sempre di non sprecare la tela: ci ritorno sopra, la trasformo, provo a darle un senso. Quadro dopo quadro sto imparando a conoscere meglio i materiali e, soprattutto, a trovare il mio metodo.

Una sensibilità che si avvicina al design
C’è in te una sensibilità che si avvicina anche al design. Hai mai pensato di creare allestimenti per interni o
di lavorare su scenografie, magari per teatri o luoghi culturali?
Ho iniziato a dipingere come forma di sfogo, ma anche con l’intento di arredare la mia casa. Per questo ogni quadro lo immagino sempre in un ambiente reale, non solo nel mio studio. La componente estetica è parte integrante del mio stile: la curo molto ed è per me fondamentale. Realizzo ogni opera come se dovesse essere appesa in casa mia, non per tenerla con me, ma perché se penso di non poterlo appendere, allora per me quel quadro non è riuscito. Uno dei miei sogni più grandi sarebbe realizzare opere per un film, una serie TV, o curare la scenografia di un teatro. Adesso, quando guardo una serie, oltre al contesto della trama mi perdo spesso ad osservare i quadri alle pareti, sperando un giorno di vedere lì anche i miei. Ho avuto modo di raccontare questo desiderio anche in un’intervista per Ciak Generation.
Quali sono le sue opere più rappresentative
Ci sono delle opere, tra tutte quelle che hai realizzato, alle quali sei particolarmente legata o che senti ti
rappresentino più delle altre?
Ci sono opere a cui sono particolarmente legata, soprattutto la prima e tutta quella prima serie, perché rappresentano l’inizio del mio percorso. Un altro quadro molto speciale per me è uno in blu: è stato il momento in cui ho iniziato ad avvicinarmi davvero al colore. All’inizio usavo quasi esclusivamente bianco e oro, e quando provavo altri colori non ero mai pienamente soddisfatta. Con quel quadro, invece, è scattato qualcosa: mi sono sentita pronta a sperimentare di più. In realtà, però, sono affezionata a tutti i miei quadri. Per questo, se non mi sento pronta a vederli andare via, non insisto nella vendita. Non mi forzo mai. Mi aiuta il fatto che questa non sia la mia attività principale: se lo fosse, probabilmente dovrei fare ragionamenti diversi.

Che progetti hai per il futuro? Hai già in mente nuove direzioni da esplorare o temi che senti urgenti?
Il progetto più vicino è a novembre, quando parteciperò a un concorso d’arte all’interno del Teatro Ariston di Sanremo, una location prestigiosa che ospiterà oltre trecento artisti. Per il futuro sono aperta a nuove proposte e opportunità: le valuto sempre con attenzione, sia in base a quanto rispecchiano il mio stile, sia alle possibilità economiche del momento. Mi piacerebbe continuare a esporre all’estero, anche perché per me arte e viaggio sono profondamente legati. Ogni luogo nuovo è una fonte di ispirazione e un’occasione di crescita, sia personale che creativa.
Il quadro scelto da Giulia Massone per l’Agenda Luoghi della Bellezza
Hai scelto di partecipare al progetto LuoghInteriori Agenda 2026 Luoghi della Bellezza con l’opera
Serotonina. Cosa ti ha spinto a farlo e perché proprio quest’opera? Per te, che cos’è la tua serotonina?
Ho deciso di partecipare con Serotonina, l’opera blu di cui parlavo prima e a cui sono particolarmente legata. L’ho realizzata a febbraio, dopo circa un anno dall’inizio del mio percorso artistico, e per me rappresenta un punto di svolta: uno sguardo indietro per vedere quanta strada ho fatto, ma anche la voglia di andare avanti. Ho scelto di proporla per il progetto Luoghi della Bellezza, che mi ha colpita fin da subito e mi è piaciuto tanto, perché quando partecipo a qualcosa cerco sempre di farlo mettendo dentro, prima di tutto, me stessa.
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Laureata in Filologia Moderna, scrivo per varie testate giornalistiche. Sono editor e correttrice di bozze per libri eterogenei. Appassionata di poesia, ho sempre pensato che scrivere sia una sonda ed io continuerò ad esplorare.


