La “seconda nascita” della Bari Nuova di Di Crollalanza, nel libro di Introna e Roberto

Introna-Roberto-Bari-TraDueGuerre

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F. INTRONA – M. ROBERTO, Bari tra le due guerre dal 1922 al 1940, Mario Adda Editore, Bari 2021

È forse per via d’un pregiudizio snobistico ben radicato, non solo nel blasonato mondo accademico ma anche nell’italico costume (il “Lei non sa chi sono io” di decurtisiana memoria) che si suole attribuire una connotazione spregiativa al termine “dilettante”: un uso che richiama il sottotitolo d’un popolare programma televisivo (La Corrida. Dilettanti allo sbaraglio, di Corrado Mantoni). Eppure, etimologicamente il “dilettante” è “colui che pratica un’attività o coltiva un interesse per puro diletto”, pertanto senza altro fine che non sia il mero piacere personale: un amatore, un appassionato. Anzi, se pensiamo all’ambito della Storia dell’Arte, il termine “dilettante” richiama alla mente la famosa “Società dei Dilettanti”, benemerita associazione di conoscitori d’arte britannici fondata nel secolo XVIII che diede un eccezionale impulso allo studio delle antichità greco-romane, e pertanto ai successivi sviluppi dell’arte neoclassica (che si diffonderà poi in tutta Europa al seguito delle armate napoleoniche).

I due autori (Franco Introna e Michele Roberto) del ponderoso tomo Bari tra le due guerre dal 1922 al 1940 (Mario Adda Editore) dichiarano subito, senza infingimenti né mezzi termini, il loro status di “curiosi esploratori della città” che si sono “avvalsi di testi scritti da Maestri” (cioè da studiosi esperti), ricordando in questo atteggiamento il grande giornalista Indro Montanelli (da loro peraltro citato nel testo): anche Montanelli scrisse una famosa Storia d’Italia (con Mario Cervi e Roberto Gervaso), che non pretendeva di essere opera storiografica, bensì un mero resoconto dei fatti per fini divulgativi.

È innegabile che, inizialmente, ciò possa destare qualche perplessità, anche per chi non è affetto dai pregiudizi di cui sopra: sebbene Ippocrate e Galeno prescrivessero per i medici una cultura il più ampia possibile, è abbastanza inusuale trovare competenze storico-artistiche tra i seguaci di Esculapio; tornando all’esempio montanelliano, la distanza tra un giornalista laureato in Lettere ed uno storico di professione, ci sembra minore di quella che intercorre tra un laureato in Medicina ed un critico d’arte. A questo punto, è inevitabile una notazione personale: chi scrive questa breve nota, non solo si occupa da parecchi anni dello stesso argomento prescelto dai due Autori del libro, ma ha iniziato unicamente per passione, acquisendo col tempo competenze disciplinari vieppiù approfondite. Inevitabile, dunque, un moto d’istintiva simpatia per chi condivide la stessa passione per la nostra Città, che al “Ventennio” deve la sua fisionomia moderna: dopo Re Gioacchino Murat, infatti, Don Araldo Di Crollalanza fu il “secondo fondatore” della “Bari Nuova”. En passant, non è affatto scontato che uno “specialista d’arte” ami la propria città, anzi, spesso è vero il contrario: non dimentichiamo che Giulio Carlo Argan e Leonardo Benevolo avrebbero voluto radere al suolo mezza Roma, solo perché “fascista”.

In copertina, campeggia uno dei possenti “telamoni”, uniche parti superstiti del vecchio Palazzo della Gazzetta, straordinaria opera dell’architetto Dioguardi, il cui abbattimento non sarà mai abbastanza deprecato: non solo è un esempio delle tante splendide immagini che troviamo a corredo del testo, ma ci ricorda che l’argomento è sì Bari, ma intesa come Urbs, ossia la città materiale, sebbene non manchino i riferimenti alla Civitas, ossia ai personaggi che diedero impulso alla costruzione della nuova immagine urbana. Tra i personaggi, emergono uomini politici d’elevata statura intellettuale e morale: Don Araldo in primis, ma anche Vella, Viterbo (storico insigne e fine letterato, scrisse spesso adoperando lo pseudonimo di “Peucezio”), Larocca, De Tullio. Non possono poi mancare, ovviamente gli artisti, come gli architetti Dioguardi, Corradini (l’autore della Fiera del Levante), Patruno, gli scultori Cifariello e Cozzoli, i pittori Prayer e Colonna, solo per citare i più noti. Una messe di notizie e di immagini davvero notevole, che rende la lettura piacevole sia per il profano che per lo specialista: il primo troverà nuove conoscenze esposte in forma limpida e chiara, mentre il secondo potrà ricavarne spunti utili per ulteriori approfondimenti tematici.

      Non mancano riflessioni che, per la loro schietta veridicità, smentiscono le fole di molti “critici accademici” che hanno negato, per anni, il valore delle opere pubbliche del Ventennio. “Ma chi consentì la crescita, non lo fece per semplice lucro: non ci furono i palazzinari, non si realizzarono opere brutte o palazzi fatiscenti tanto per occupare il più possibile la manodopera locale. I nostri concittadini dell’epoca unirono alla necessità di crescita non solo il gusto del bello, ma anche una visione del futuro sorprendentemente immaginifica ed apportatrice di lunghi effetti benefici nel tempo”. In molti testi “accademici” che trattano dell’architettura del Regime Fascista, si afferma al contrario, in maniera pretestuosa, che questa sarebbe unicamente servita per “nascondere la mancata risoluzione dei problemi reali”: forse i “problemi reali” si risolvono, invece, costruendo ecomostri e case di cartone?


Simone de Bartolo – Architetto e storico dell’arte, ha al suo attivo la pubblicazione di vari libri e numerosi articoli sull’Arte italiana, con particolare riguardo alle città pugliesi tra Ottocento e Novecento. È Socio Fondatore del Centro Studi “Araldo Di Crollalanza” di Bari.

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