Il dialetto è musica: il Barese può competere con le altre lingue – Intervista a Michele Aprile
Michele-Aprile-Intervista
È tra i più talentuosi e prolifici poeti in lingua barese. Negli ultimi anni ha collezionato decine di riconoscimenti e premi di diversi concorsi di poesia. Michele Aprile, classe ‘61, ha finalmente pubblicato con il “Centro Studi Baresi” la sua prima silloge, Chelandia! (La Tèrre de Chèle). Pausì che la fionde… in dialetto barese.

Siamo entrati nella sua “officina” per sbirciare tra gli strumenti di lavoro alla scoperta del segreto della sua ispirazione e carpire qualche trucco del mestiere.
Intervista al poeta
Allora Michele, partiamo da questo libro, com’è nato?
Dopo aver scritto e declamato più di duecento testi in dialetto barese, molti amici e appassionati di questa meravigliosa lingua, mi hanno chiesto con puntuale e lusinghiera insistenza, di raccogliere in un volume cartaceo, la mia prima silloge. L’idea mi ha stimolato non poco e, inseguendo una mia intima chimera, mi ha convinto a tracciare le prime linee del progetto. Così, tra le radici del nostro meraviglioso vernacolo, ho piantato anche il mio piccolo seme nel solco tracciato dai grandi cantori classici e moderni. E così pian piano sono germogliate una dopo l’altra le pagine di “Chelandia!”.
Hai pubblicato con un editore di eccezione…
Sì, un onore inaspettato. Come al solito, avevo sottoposto anche la mia idea e una selezione di poesie al Maestro di grafia dell’idioma barese, Felice Giovine, ed è accaduto qualcosa di straordinario. Oltre ai soliti suggerimenti di rito, Giovine, questa volta in veste di editore, mi ha concesso il privilegio di essere il primo autore contemporaneo ad essere pubblicato con la mitica etichetta “Centro Studi Baresi”.
Poi è arrivata anche la bellissima copertina dell’amico e artista Piero Fabris che con i suoi colori ha interpretato perfettamente la mia versione onirica di “Chelandia!” Molti mi hanno confessato che comprando il libro hanno portato a casa due opere d’arte al prezzo di una.
Un battesimo di fuoco, quindi. Ma come è avvenuto il tuo incontro con Felice Giovine e l’Accademia della lingua barese “Alfredo Giovine”?
La mia passione per il dialetto si è sviluppata in due archi temporali ben distinti e distanti tra loro di qualche decennio, pur costantemente alimentati dal medesimo amore per la nostra lingua, nella quale penso, parlo e prego da sempre. Lingua che era vietata a casa, per i soliti pregiudizi di inferiorità che la circondano, ahimè ancora oggi. Ma che io coltivavo in segreto leggendo con grande meraviglia e ammirazione le numerose rubriche che Alfredo Giovine firmava su varie riviste e quotidiani. Questo mi ha convinto che il dialetto non è da meno nel proporre progetti artistici di altissimo livello.
«Questa prima timida fase si concluse con una mia poesia dedicata al Bari calcio. Essa andò a cadere sul pilastro che ha aperto il secondo arco del mio percorso poetico. La poesia ebbe infatti un discreto successo, ma la scrissi in una grafia ancora incerta e incoerente. Timidamente la sottoposi a Felice Giovine, figlio ed erede del grande demologo Alfredo. Con inaspettata accoglienza e generosità Felice mi ha così iniziato a quella che poi è diventato anche il mio sistema di scrittura, la nostra casa comune.
La scelta della grafia
Perché adottare questa forma di grafia e non altre? Oggi si discute animatamente su questo tema.
Per un duplice motivo. Primo, don Alfredo Giovine, ci ha lasciato un patrimonio inestimabile di scritti, tra raccolte, studi e ricerca sulle antiche tradizioni sulla lingua dei nostri padri. Secondo, ha scritto un’importante grammatica della lingua barese, la prima abbastanza completa, pubblicata postuma dal figlio Felice con il titolo “Il Dialetto di Bari”. Un testo che ci offre solide fondamenta e autentici pilastri sui quali costruire con sicurezza l’unificazione e la semplificazione della grafia della lingua barese.
Nessuna grammatica è un dogma, nemmeno quella di Alfredo Giovine. Come poeta, “fabbro della parola” cosa ci puoi dire?
Sì è vero, perché ogni lingua si evolve nel tempo. Nuovi lemmi si aggiungono. Si studiano e si valutano le nuove tendenze e qualora necessarie, si apportano anche modifiche all’esistente. E l’Accademia della lingua barese lo sa bene. Infatti proprio a partire dal mio libro, in nome della semplificazione citata, abbiamo introdotto e proposto una nuova grafia per la parola “poeta”, “puuète”, con due “u” per differenziarla in maniera netta da “puète”, col significato di “puoi”, seconda persona del presente indicativo di “potere”, che suona appunto diversamente.
Per la nostra città, il dialetto è una colonna sonora. E la musica ha una scrittura universale, un “linguaggio” compreso a tutte le latitudini. In nome dell’armonia e della concordia, se gli accordi di quella melodia chiamata vernacolo saranno per tutti gli stessi, la nostra lingua avrà spartiti giusti per competere con i dialetti più illustri del nostro Paese. Il progetto è ambizioso, ma non impossibile.
Un libro che si può ascoltare
E infatti nel tuo libro, la lingua non è solo scritta e tradotta, ma anche declamata: un libro che si può ascoltare.
Sì, oltre alla traduzione in italiano, in fondo alla pagina, per ogni poesia, ho voluto introdurre il codice QR, il noto quadratino magico, che opportunamente attivato con il proprio smartphone permette l’ascolto del testo declamato da me. Un valido aiuto per il lettore meno abituato alla scrittura in dialetto, che può confrontare il suono ascoltato con la scrittura vista e innamorarsi della bellezza della nostra lingua scritta. Per tutti gli altri lettori anche esperti, spero sia una opportunità per condividere con loro l’emozione che solo l’ascolto diretto può dare. Del resto l’ascolto e l’osservazione sono stati gli elementi altamente propedeutici per la mia formazione, in ogni campo.
L’ascolto e la lettura sono facilitati anche da una scelta ben precisa operata sulla lunghezza delle composizioni. In “Chelandia!”, le mie poesie sono alquanto snellite rispetto al mio standard. Accogliendo critiche e suggerimenti dei lettori e degli esperti ho scelto poche ma precise parole, limitate a solo sei quartine, per empatizzare direttamente con l’anima del lettore. Non ovviamente un semplice mordi e fuggi, ma un’intesa lampo, com’è l’amore a prima vista. Il motto potrebbe essere “poche parole e tanto cuore”.
Inoltre la traduzione in italiano posta “a latere” della versione in barese, si può considerare un ulteriore passo per interiorizzare le emozioni in un lasso di tempo più lungo, ma anche per compulsare i significati di quei vocaboli poco conosciuti e più desueti.
Perché usare parole “difficili”?
Sono convinto che tra le finalità più importanti dello scrivere in vernacolo vi sia quella di riportare in vita le parole dimenticate o sostituite da lemmi moderni, adottati nella nostra parlata. Per quanto mi riguarda, nelle mie composizioni, non è raro imbattersi in entrambi i casi. Un esempio tangibile si riscontra nella frase che mi ha permesso di vincere il concorso “Un amore di segnalibro”, organizzato dall’Associazione Culturale “Contaminazioni d’arte”, di Rutigliano:
“L’amore iè nu stèzze d’archebalène…
Ndra le nderlambe ca la vite ammène”
Ho usato il temine modernizzato “L’amore…” al posto del più appropriato “u-amore” e sofisticato “nderlambe”, senz’altro più antico di “fulmene”.

Come nasce la poesia
Interessante. Ma come nasce la tua poesia? Facci sbirciare nel tuo laboratorio.
Come già detto in precedenza, mi piace ascoltare. A volte, una parola captata al volo per strada, al mercato, in piazza, diventa per me l’elemento strutturale utile a sorreggere la mia “visione”, che impasto col collante dell’immaginazione. Ascolto molto anche la mia coscienza, i miei pensieri, le mie gioie, i miei dolori. Il dialetto conosce il nascondiglio dei miei sentimenti e riesce a stanare dall’oblio la malinconica e nostalgica voce dei ricordi.
La mia “officina” delle parole, non ha un’unica residenza fissa, ma si impianta preferibilmente in tre luoghi particolari: fra i vigneti di Adelfia, il paese in cui vivo, in piazza Galtieri, vera bomboniera della stessa cittadina e nel seminterrato di casa mia. Qui, nel silenzio più assoluto, prendono forma i testi più… “profondi”.
In molte tue poesie si coglie questa intimità. Ma a quale poesia ti senti più legato e perché?
In “Chelandia!”, oltre alla dedica con la quale ho voluto ringraziare l’indimenticato Alfredo Giovine, per il patrimonio culturale che ha lasciato in retaggio alla nostra città, c’è anche il ricordo di una persona per me speciale: mia cognata Antonella, da poco scomparsa, a causa di un male incurabile. C’è lei in “Com’o ppane Feniscke”.
Il pane “Feniscke”, pochi lo sanno, è il dolce natalizio più povero della tradizione barese. Solo due ingredienti: semola e vincotto. I due elementi presi singolarmente evocano e contrappongono, con un po’ di fantasia, rudezza e dolcezza. Lati opposti della stessa medaglia, come gioia e dolore, convivono nella ineluttabile legge della compensazione.
Gli ingredienti del pane Feniscke sapientemente rimestati, tendono all’equilibrio e ad una inimmaginabile armonia. Una sera, una di quelle che precedono le festività natalizie, in una delle frequenti riunioni familiari, parlai a lungo di quel dolce. Antonella fu completamente rapita dal fascino che il pane “Feniscke” suscitava, ed era visibilmente contenta di quella nuova scoperta.
Il suo volto gioioso e illuminato mi si è impresso dentro. Nelle ore successive a quell’incontro, scrissi dei versi. Immaginai una Bari innevata e splendente come una perla. Antonella amava molto Bari. Bari le somigliava molto. Quella poesia è per lei.
Chelandia
“Chelandia!” non è solo poesia, ma anche due brevi racconti e una commedia. Il tuo debutto nel teatro?
Il libro è il frutto di una intensa attività che ha visto i primi cespi durante il periodo più duro della Pandemia. In quei tristi momenti, ho accumulato un notevole quantitativo di appunti che successivamente sono diventati racconti e perfino una piccola commedia, “Non zime scecuànne sop’a a le numere”, che, guarda caso, si riferisce a quel preciso momento storico.
Scrivere la commedia è stata davvero una bella esperienza. I personaggi a cui ho dato vita, dopo esser andati in cerca d’autore, adesso reclamano un palco. Qualcosa si muove dietro le quinte… e qualcuno ha promesso di alzare il sipario. Anche in questo caso il seme è stato messo. Se son rose… Per il momento mi godo i primi passi di questa nuova avventura. Gli eventi correlati all’uscita di un libro, non lasciano molto tempo per pensare ad altro. Nel frattempo, continuo ad “ascoltare” e prendere nota di quanto mi succede attorno.
Una poesia dedicata al giornale
Vuoi dedicare qualche tuo verso al nostro Bari e…?
Con piacere, eccoli:
BARI E
Ma se lèsce “BBare iè”? O se lèsce “BBare e”? N’abbile ggià pe llèsce, ca ggià… non ze cherrèsce! Non zacce cchiù ce-ià fà! Sèmme nu ndriche stà! La cape disce mò: “mannàgghi’a ll’anga tò! Ce probbie tu nge tìine, d’acchiàrte nu ndrattìine… Ce mbrime te-uè speccià, na cose tu… ha dà fà: Mò… và sop’a FFèsbucche, scrive “Bari e”, e attucche. Sì acchiàte nu giornale? Mèh! Vite quande vale!”.
Si legge “Bari è”? Oppure “Bari e”? Un cruccio in lettura, che già non sopporto. Non so più che fare, per me son sempre intrighi. La mia ragione interviene: “All’anima tua!”. Se proprio ci tieni, a trovarti un buon impegno… E vuoi subito sbrigarti, soltanto una cosa puoi fare: Vai su Facebook, scrivi “Bari e” e clicca. Hai trovato un giornale? Ecco! Guarda quanto vale!”.



È il Centro Studi Baresi che ringrazia u puuète Michele Aprile per aver presentato le sue composizioni che sono state accolte nella nostra famiglia. Restiamo in attesa.
Un grande augurio da parte mia all’amico Michele! Che la sua chelandia viaggi a lungo, jìnde a ll’ècchje, le rècchje e le core de le crestjáne, portando qua e là l’anima di Chelandia, ovvére la tèrre de Chéle (ca po jé cció ca jìdde téne n-guèrpe, m-bíitte, jìnde a le véne, jìnde a ll’àneme)! Tànde agùrje a jjìdde e o lìbbre sú! Mba Meché, te vògghje bbéne!
In merito all’espediente relativo alla traduzione barese di “poeta”, sì, “puuéte” o “peuéte” hanno una logica. Ma per fare la distinzione dal verbo “puéte” basterebbe semplicemente accentare la “u”. Accento che accerterebbe il ruolo vocalico, quindi non semiconsonantico della “u”. Per cui avremmo il bisillabo “puéte” (puoi) e il trisillabo “púéte” (poeta). La variante con lo iato (pú-é-te) direi sia la pronuncia nettamente più diffusa. Ma comùngue… “púéte”, “peuéte” e “puuéte” pòdene chenvive. Ma attenzione! Per gli amanti della metrica: con “peuéte” o “puuéte” non si potrebbe applicare la sineresi qualora occorresse eliminare una sillaba.