Belli ciao: si può lasciare il Sud ma non si può dimenticarlo
belli ciao
L’atteso ritorno alla regia di Gennaro Nunziante, dopo i quattro incredibili successi di pubblico e incasso (Cado dalle Nubi, Che bella giornata, Sole a Catinelle e Quo Vado) con Checco Zalone e Il Vegetale con Fabio Rovazzi, non brilla certo per originalità e frizzantezza.
Belli Ciao, sceneggiato dallo stesso Nunziante assieme ai due protagonisti, Pio e Amedeo, sembra infatti un modesto tentativo “cerchiobottista” di parlare ai giovani di quanto sia difficile per un ragazzo crescere e lavorare al Sud e di come sia specularmente altrettanto complicato dimenticare le proprie radici sociali e culturali. La ben nota verve inebriante e spesso provocatoria del duo comico foggiano, che ha spesso provocato accese polemiche sui social, nel lungometraggio risulta meno pungente e incisiva.
La storia è quella di due amici d’infanzia, le cui vite fatidicamente si separano dopo la maturità: Pio raggiunge il successo come affermato manager di una finanziaria in quel di Milano, non senza pesanti ombre, invece Amedeo resta nel suo “nido” a Sant’Agata di Puglia diventando dipendente di una sanitaria. A distanza di vent’anni le loro strade tornano a incrociarsi.
Da qui il film diventa una galleria di puro luogocomunismo sulle differenze antropologiche e culturali tra abitanti del Nord e del Sud, condito dalla melassa dell’intramontabile valore dell’amicizia capace di vincere ogni incomprensione e qualsiasi difficoltà.
Il finale si può considerare probabilmente l’unica parte salvabile dell’intera pellicola, almeno per l’intenzione che lo anima di proporre, seppur a livello di fantasia cinematografica, un progetto di ritorno, anzi di “riabilitazione”, dei cervelli nel Mezzogiorno trasferitisi al Nord.
Forse in questo può aver giovato l’unica nota lieta portata dalla pandemia da Covid-19, ovvero quel processo di south working, grazie al quale non pochi giovani del Sud hanno potuto rivedere le mura domestiche, conservando tuttavia il proprio posto di lavoro trovato altrove grazie allo smart working.
Il nostro parere? Non è favorevole, troppo poco per un film di appena 87 minuti, che comunque al suo debutto al botteghino è stato straordinariamente premiato dal pubblico, magari troppo affezionato alla versione televisiva più riuscita e spassosa di Pio e Amedeo.
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Pierpaolo Favia, laureato in scienze religiose, insegna religione nella scuola primaria. È presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “Il Filo del discorso” e membro del Tavolo Laudato Si’ dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto e dell’Èquipe “Giustizia, Pace e Integrità del Creato” della provincia dei Frati Minori “San Michele Arcangelo” di Puglia e Molise.