Saper rispondere restando centrati: il Wing Tjun come filosofia del vivere
Wing Tjun
Spesso crediamo che la vera forza sia soprattutto fisica. La vita, però, ci chiede di saper stare al mondo, e non solo con il corpo. La realtà è che la nostra serenità dipende da elementi che sovente sottovalutiamo: essere centrati, risparmiare energie, ascoltare profondamente i contatti con il mondo, fuori e dentro di noi – e poi capire come rispondere alle persone e alle situazioni. Tutte abilità che riguardano, sopra ogni cosa, la mente.
Esiste una disciplina che, pur allenando le persone con esercizi fisici, trasmette queste capacità sia al corpo che alla psiche. Si tratta del Wing Tjun (noto anche come Wing Chun o Wing Tsun), un’arte marziale cinese nata come sistema di autodifesa, in cui si usa proprio la forza dell’avversario per neutralizzarlo.
La sua essenza, però, va oltre il combattimento. È una pratica che affina la percezione e la capacità di rispondere nel modo migliore agli stimoli esterni, senza rigidità. Qui non si cerca la forza bruta, né lo scontro a ogni costo, ma si impara a sentire l’altro, a occupare lo spazio in modo essenziale, senza sprechi inutili di energia. In questo senso, il Wing Tjun diventa educazione alla centratura, alla stabilità e alla piena presenza, trasformando il movimento in ascolto e la difesa in consapevolezza.
A Valenzano, nella palestra ASD Spartan Fitness Project, insegnano questa disciplina i Sifu Giuseppe e Pasquale Laricchia, fratelli sia nella vita che nel percorso marziale. Nelle loro parole il Wing Tjun emerge chiaramente non come un’esibizione di potenza, ma come un allenamento alla lucidità.

«La forza mentale del Wing Tjun – spiega Sifu Giuseppe Laricchia – è spesso fraintesa. Non è aggressività né rigidità, ma presenza. È la capacità di restare nel momento senza farsi trascinare dalla paura o dall’ego. Quando la mente è calma, il corpo risponde in modo naturale; quando la mente è confusa, anche il corpo più forte diventa inefficace. Prima di governare l’altro, insegna il Wing Tjun, bisogna imparare a governare se stessi.»
Uno dei cardini di questa pratica è l’ascolto. Nel Wing Tjun non si combatte nel senso comune del termine: si dialoga attraverso il contatto. «Ascoltare l’avversario significa sentire le intenzioni prima delle azioni – racconta ancora Laricchia. È una lezione che travalica la palestra: chi non ascolta, reagisce; chi ascolta, sceglie. E scegliere implica sempre un atto di consapevolezza.»
Fondamentale, in ogni movimento, è mantenere la cosiddetta linea centrale. Ma ridurla a un concetto tecnico sarebbe limitante. «Nel Wing Tjun la linea centrale rappresenta ciò che è essenziale, ciò che va protetto perché da lì nasce l’equilibrio. Perderla significa esporsi, diventare instabili e prevedibili. Allontanarsi dal proprio centro – nel combattimento come nella vita – vuol dire diventare vulnerabili. Ritrovare il centro, invece, permette di restare saldi anche sotto pressione. In pratica, se perdi il centro, perdi te stesso.»
Emblematica, in questo senso, è la pratica con l’uomo di legno. «Non è un avversario, ma uno specchio – sottolinea il Sifu. Non giudica, non si adatta, non perdona. Costringe chi si allena a misurare la distanza, a dosare la forza, a eliminare il superfluo. È una scuola di pazienza, umiltà e costanza: qualità che servono fuori e dentro il combattimento.»

Il principio dell’essenzialità attraversa tutto il Wing Tjun. «Ogni movimento inutile è uno spreco di energia e una perdita di lucidità. Si agisce solo quando serve, occupando lo spazio necessario. Tempo, spazio ed energia – non a caso – sono le tre parole che compaiono nel logo della nostra scuola. Una filosofia che, una volta interiorizzata, accompagna anche nella vita quotidiana, insegnando a fare meno, ma a farlo meglio.»
Su questa stessa linea si colloca il Chi Sao, l’esercizio delle “mani appiccicose”, di cui ci parla Sifu Pasquale Laricchia. «Nato per sviluppare la sensibilità tattile, il Chi Sao insegna a non irrigidirsi di fronte all’imprevisto. Nella quotidianità, davanti ai problemi, la prima reazione è spesso la tensione. Ma irrigidirsi ci danneggia. Il rilassamento – che non è passività – permette invece di adattarsi, far fluire l’energia e restituirla con maggiore efficacia. Il fine ultimo, come in tutte le arti marziali autentiche, non è lo scontro, ma la coltivazione di sé.»

Il senso di questa disciplina lo ribadisce anche una frase semplice pronunciata da un’ex allieva, a distanza di anni dall’ultima lezione: «Ho dimenticato quasi tutti i movimenti. Ricordo appena i pugni a catena e qualche leva. Ma del Wing Tjun mi è rimasto ciò che davvero serve per stare nel mondo: la centratura, la presenza, l’assenza di spreco di energie. E soprattutto una capacità di ascolto che mi permette, ogni giorno, di scegliere come rispondere».
Ed è forse proprio qui che il Wing Tjun smette di essere solo un’arte marziale e diventa educazione silenziosa alla vita.
Immagini: ASD Spartan Fitness Project
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Maria Bruno è redattrice, scrittrice e dottoressa in Educazione Socio Culturale e Interculturale. In passato ha collaborato con le testate giornalistiche "Il quotidiano italiano" e "Barinedita". Dal 2021 è insegnante Mindfulness (protocollo MBSR e protocolli personalizzati) e coach personale e spirituale. Da luglio 2020 è impegnata in svariati progetti a supporto delle persone vittime di abuso e violenza. Ha uno spirito nomade e il suo posto nel mondo è il mondo.