Lettere, cavalli e armigeri: la posta barese ai tempi dei Borboni
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Al giorno d’oggi siamo abituati a comunicare tramite sms o email, per la posta raccomandata o i pacchi ci affidiamo ai portalettere e i corrieri che si muovono con mezzi motorizzati in ogni punto della città. Ben diverso era il servizio postale alla fine del XVIII secolo. Grazie allo storico V. A. Melchiorre, indaghiamo anche su questo aspetto della vita quotidiana dei pugliesi del passato.
A Napoli, alla fine del Settecento, era presente una speciale giunta che si occupava di organizzare il servizio postale del Regno di Napoli. Per espletare il servizio era usata una fitta rete di procaccia, costituita da corrieri postali autorizzati dal governo borbonico, antesignani del moderno portalettere, che con delle diligenze guidate da vetturini e scortate da uomini armati, svolgevano il loro lavoro seguendo dei percorsi già prestabiliti.
Il mastro di posta
L’ufficio del mastro di posta era situato davanti al Castello Normanno-Svevo di Bari e qui c’erano anche le carrozze e una locanda per fare sostare i diversi procaccia che si riposavano e all’occorrenza cambiavano i cavalli. Il compito del mastro di posta era di coordinare i procaccia e fornirgli la scorta di sei armigeri pagata e messa a disposizione dall’Università (il governo municipale, come veniva chiamato l’ente comunale dell’epoca).
Inoltre lo stesso veniva nominato fra una terna di possibili candidati che dovevano saper leggere e scrivere, inoltre dovevano essere probi, abili, idonei e non inquisiti. Quando uno di questi mastri di posta veniva a mancare per morte, licenziamento o altra motivazione, il governatore della città invitava i sindaci a convocare i decurioni per designare i soggetti da sottoporre all’attenzione di Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli a cui era riservata la scelta.
Una situazione simile accadde nel maggio del 1790, come riportato negli atti conservati presso l’Archivio storico comunale e ricordato da Melchiorre nei suoi scritti.

I percorsi
I percorsi prestabiliti erano due: uno proveniente da Santo Spirito e il secondo in direzione Mola, funzionante il martedì e il sabato, che partiva con sei armigeri fino a Mola e da lì proseguiva con solo due fino a Taranto.
I mittenti pagavano una tassa al regio erario per il recapito di lettere e pacchetti rigorosamente chiusi in apposite valigie sigillate per evitare manomissioni. Di conseguenza se i procaccia o i vetturini procedevano alla consegna di posta per conto proprio ed erano sorpresi in flagranza di reato, dovevano pagare pesanti multe, oltre alla possibile perdita dell’impiego e confisca di cavalli e carrozza.
I pericoli del lavoro di recapito
Il lavoro di recapito però non era scevro da pericoli. La scorta armata serviva proprio a proteggere le diligenze dai malfattori che, nascosti sulla strada, assalivano i convogli per rubarne il prezioso carico.

A nulla servirono le precauzioni volute dall’avvocato fiscale della Regia Udienza di Trani che il 15 dicembre del 1796 ordinò all’Università di Bari di chiudere ingressi e varchi di fabbriche e grotte, nelle vicinanze della strada percorsa dai procaccia, per eliminare qualunque luogo atto a essere usato come nascondiglio per i malfattori.
Le decisioni dell’Università
Oltre a questo il procaccia doveva vedersela anche con la sua stessa scorta che, spesso anche con minacce e violenze varie, rimandava la partenza al mattino per non viaggiare di notte. Anche per questo nel dicembre del 1796 l’Università intimò agli armigeri di non recare noie ai procaccia e di non ritardare la partenza, perché in tal caso avrebbero commesso anche loro un reato e ne avrebbero pagato le conseguenze.
Si decise inoltre che dal 1° ottobre al 13 giugno le diligenze sarebbero partite due ore prima dell’alba e che nel periodo dal 14 giugno al 30 settembre avrebbero viaggiato anche di notte.
Ai sindaci fu raccomandato di fornire ai convogli le scorte adeguate per essere puntuali nel servizio ed evitare qualunque ritardo nella consegna della corrispondenza.
Infine, per chi creava danno al servizio postale con qualunque azione considerata delittuosa, c’era una pesante pena pecuniaria di mille ducati, una vera e propria fortuna per l’epoca.
Insomma un servizio postale puntuale ed efficiente è stato, sin dai tempi del Regno di Napoli, una priorità per le amministrazioni locali e non; purtroppo non sempre l’obiettivo è stato perfettamente centrato.
Copertina e immagini: ChatGpt rielaborazione grafica Nicola Antonio Imperiale
Bibliografia:
Vito Antonio Melchiorre, Storie Baresi, Levante Editore 2010
Link Wikipedia Regno di Napoli:
https://it.wikipedia.org/wiki/Regno_di_Napoli
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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.