Villa Ilderis e Torre dell’Alfiere: antichi edifici ormai dimenticati
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Come ben sappiamo, la Puglia è piena di grandi e piccole bellezze dimenticate e da riscoprire. Nelle nostre escursioni alla ricerca di queste poco note ricchezze del territorio, siamo stati irrimediabilmente attratti da due antichi edifici, che ormai abbandonati da tempo, giorno dopo giorno soccombono al passare del tempo: Villa Ilderis e Torre dell’Alfiere, siti a meno di dieci chilometri l’uno dall’altro.
Villa Ilderis
Ci mettiamo in viaggio e raggiungiamo la prima destinazione: Villa Ilderis, spesso ricordata come Torre del Conte. La costruzione si trova a Terlizzi in una strada vicinale detta via Appia, che come suggerisce il nome ripercorre l’antica via Appia – Traiana. Due colonne in pietra e un cartello ci segnalano la presenza della villa, che inizialmente non vediamo perché posta alla fine di un lungo viale alberato di ben 300 metri.
Percorso il viale ci ritroviamo finalmente di fronte alla villa, in uno spiazzo semicircolare circondato da mura.
La facciata
L’imponente edificio è diviso in tre livelli, compreso il piano terra, e la facciata è in bugnato. All’ingresso osserviamo quel che resta di due scalinate che un tempo portavano al primo piano, ormai troppo malridotte per essere utilizzate.
Passiamo a fianco a diversi alberi di ulivo e decidiamo di dare un’occhiata all’interno.
La storia della famiglia Ilderis
L’edificio era la residenza di campagna della nobile famiglia Ilderis (o De Ilderis) proveniente dalla Boemia e giunta a Bitonto nel XI secolo. Antonio Ilderis barone del sacro Romano Impero, conte Palatino e consigliere aulico dell’imperatore austriaco, reggente della commenda Gerosolomitana di Sovereto e S. Nicola dei Molfetta, iniziò la costruzione della villa, finita e inaugurata alla presenza del vescovo di Giovinazzo, dal figlio Giovanni Antonio nell’ottobre del 1755. Agli inizi del XVIII secolo, il casino divenne una vera azienda agricola con l’acquisto per 5000 ducati delle selve nei dintorni, poi trasformate in vigne e diede lavoro a ben 182 braccianti bitontini e terlizzesi.
Le stanze della villa negli anni hanno accolto ospiti di ogni genere dai cavalieri gerosolomitani in viaggio, che qui avevano diritto di soggiorno, agli incontri clandestini dei baresi uniti contro i reali delle Due Sicilie del 1848, che causarono tante sciagure alla famiglia, in particolare a Giovanni Antonio Ilderis nipote omonimo del costruttore del casino che scontò 19 anni di galera e all’esilio.
Con la progressiva decadenza della famiglia nobile, anche l’edificio andò incontro allo stesso destino.
La cappella della villa
Varcando la soglia della cappella gentilizia ad ovest del complesso, possiamo solo immaginare la bellezza e lo sfarzo di un tempo. La cappella ha una volta a vela, con un altare e decorazioni in stucco, oltre alle tracce di un’antica tela ormai scomparsa, forse depredata come tutta l’abitazione che è ricoperta di scritte e incisioni procurate da vandali incapaci di apprezzare il valore storico della costruzione. Sulla volta del soffitto è presente il simbolo dei cavalieri gerosolimitani o giovanniti.
Il piano terra
Attraversando le stanze, scorgiamo, fra la polvere e calcinacci, un pavimento a mosaico.
Degli ampi locali resta davvero poco. In uno scorgiamo un grande buco nel pavimento, ma non c’è alcuna scala. È sicuramente da qui che si scendeva alle cantine.

Sulle pareti di alcune stanze sono presenti i segni di antichi affreschi ormai consunti dal tempo e nelle cucine ciò che resta dei forni.
Tramite un’instabile scala a chioccia sul retro dell’edificio saliamo al primo piano. Se doveste visitare la magione, vi consigliamo caldamente di fermarvi al piano terra perché la salita, data la presenza di polvere e calcinacci sui gradini, è alquanto perigliosa.

Il piano superiore della villa
Al piano superiore ci troviamo in quelle che sicuramente erano le stanze private della famiglia Ilderis.
Percorriamo i diversi ambienti e scorgendo quel che resta delle decorazioni e degli affreschi sui muri, ci sembra quasi di rivedere fra le ombre silenziose del luogo la vita dei nobili inquilini della villa.
Dal terrazzino al primo piano ammiriamo dall’alto tutta la proprietà.
Cerchiamo di salire al secondo piano ma alla scala mancano dei gradini, seppure a malincuore, per sicurezza desistiamo dal nostro proposito.

Prima di andar via, ci avventuriamo alle spalle dell’edificio e contempliamo la facciata posteriore ormai ricoperta in gran parte dalla vegetazione.

Vicino alla villa ci sono dei locali, delle stalle o magazzini, mentre entriamo un grosso e rapido volatile, forse una civetta che ha fatto il nido in quel luogo, quasi ci travolge.

Torre dell’Alfiere
Lasciamo quel luogo al silenzio e con una leggera tristezza riprendiamo il nostro viaggio verso la seconda meta: Torre dell’Alfiere sita in contrada S. Domenico in strada vicinale Mino.

Il nome Alfiere deriva dal suo antico proprietario Domenico Nisio che, nella battaglia di Bitonto del 1734, fu nominato appunto Alfiere. La famiglia Nisio aveva diversi possedimenti a Molfetta e a Giovinazzo.

Le condizioni della torre
La torre è costituita da più corpi di fabbrica di dimensioni diverse ed è disposta su due livelli. Uno degli ambienti era usato come residenza mentre gli altri locali, tutti con soffitti voltati, erano invece depositi del vicino palmento, stalle e quant’altro. Ma fra crolli e l’azione della vegetazione, che sembra voler riprendersi i suoi spazi, c’è ormai veramente poco da ammirare e ogni traccia della presenza dell’uomo sembra essere sparita da decenni.
Anche in questo caso, visto l’evidente stato precario e di abbandono dell’edificio, in alcuni locali sono crollati muri e soffitto, non riusciamo a raggiungere quello che un tempo era il piano superiore e dobbiamo accontentarci di fissare il rudere dal basso anche se supponiamo che dal tetto dell’edificio, alto circa 10 metri, sia possibile avere un’interessante visione delle campagne e delle abitazioni vicine.

Il nostro viaggio finisce qui, ma come ci capita sempre dopo queste escursioni, ci domandiamo se non sarebbe stato più giusto recuperare questi edifici che sono importanti tasselli delle nostre origini e tradizioni, invece di lasciare che il tempo li riduca in macerie, eliminando così per sempre ogni traccia della loro storia.
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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.






























