Il mistero della Sindone: il CNR di Bari conferma che il lenzuolo ha 2000 anni
Sindone
La Sindone di Torino, nota anche come Sacra Sindone, è secondo la tradizione Cattolica, il lenzuolo che avvolse il corpo di Cristo. È considerata la più importante reliquia che prova l’esistenza di Gesù: papa Benedetto XVI la definì addirittura un “icona del mistero”. Per questo è stata sottoposta a diversi esami per confermarne o confutarne la veridicità.
Ed è proprio da Bari che riparte la ricerca della verità secondo metodi scientifici.
I ricercatori del CNR di Bari hanno infatti dimostrato che il sacro lenzuolo ha davvero 2000 anni, risolvendo finalmente i dubbi nati in seguito agli esami radiometrici con il Carbonio 14 fatti nel 1988 che datarono la reliquia agli anni compresi tra il 1260 e il 1390.
Abbiamo intervistato il fisico e ricercatore, Liberato De Caro, membro del team che ha condotto gli esperimenti.

L’intervista al ricercatore
Dottor De Caro, perché un altro studio sulla datazione della Sindone?
Nel 1988 la datazione al carbonio 14 collocò la Sindone in epoca medioevale. I campioni tessili, però, sono i più soggetti a contaminazioni, che non è sempre possibile rimuovere totalmente dal reperto da datare. Questo accade perché circa metà del volume di un filo è spazio vuoto riempito da aria o da altro. Se la procedura di pulizia del campione non è efficace la radiodatazione non è attendibile. Questo potrebbe essere accaduto nel 1988.
Un nuovo metodo per datare la Sindone
Abbiamo un metodo più attendibile del C-14?
Nel 2019, nei laboratori dell’Istituto di Cristallografia del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bari, abbiamo messo a punto una nuova tecnica di datazione, che utilizza i raggi X, permettendo di misurare l’invecchiamento naturale della cellulosa dei tessuti di lino, proprio come quello della Sindone. Questa nuova tecnica non teme la contaminazione del campione, perché è una sorta di radiografia condotta a livello atomico della cellulosa, che sappiamo degradare con il trascorrere dei secoli. Abbiamo applicato questa nuova tecnica a un campione della Sindone e abbiamo dimostrato che ha duemila anni e non appena 7 secoli.
Questo riesame è stato commissionato dal Vaticano?
Il Vaticano non ha alcun ruolo. Al massimo è la Diocesi di Torino, che ha in custodia la Sindone che, in futuro, potrebbe commissionare delle nuove misure. Questo risultato è nato nell’ambito di una collaborazione decennale di attività di ricerca con il prof. Giulio Fanti, dell’Università di Padova, coautore degli studi sulla nuova tecnica di datazione, che aveva a disposizione un set di fili antichi già datati, e un filo della Sindone di Torino. Si tratta di una libera iniziativa di collaborazione di ricerca. Questo ha permesso di calibrare la nuova tecnica di datazione con i raggi X sui fili di datazione nota per poi applicarla al campione della Sindone.
La scelta del laboratorio per l’esame della Sindone
Come mai è stato scelto il proprio il CNR di Bari?
La nuova tecnica richiede una strumentazione di laboratorio all’avanguardia dal punto di vista scientifico, oltre che competenze avanzate nell’uso dei raggi X nell’indagine delle proprietà della materia e del suo ordine su scala atomica. La strumentazione del laboratorio XMI-L@b dell’Istituto di Cristallografia-CNR di Bari è unica sul panorama nazionale, ed è di particolare rilievo anche a livello internazionale. Lavoro con la dott.ssa Giannini, coautrice della ricerca, nel campo dei raggi X, da circa 30 anni, un’esperienza scientifica di lungo corso testimoniata da centinaia di pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali, unita a quelle della dott.ssa Teresa Sibillano e del sig. Rocco Lassandro, altri coautori della ricerca, ha permesso di raggiungere questo importante risultato.

Come avete condotto la ricerca?
Abbiamo prima calibrato la nuova tecnica su campioni di datazione nota e poi l’abbiamo applicata a un campione della Sindone di Torino. Abbiamo potuto verificare che l’invecchiamento naturale della cellulosa del campione della Sindone analizzato era del tutto analogo a quello di un campione prelevato dalla fortezza di Masada, in Palestina, che cadde in mano dei Romani, dopo un lungo assedio, nel 74 d.C. Questa assoluta compatibilità con il campione di lino di Masada, che certamente ha duemila anni di storia, confermati da altre datazioni indipendenti, permette di concludere con certezza che anche la Sindone di Torino è antica di duemila anni.

Le pubblicazioni e il parere degli altri studiosi
In merito a questo studio scientifico ci sono state pubblicazioni?
Abbiamo pubblicato tre lavori scientifici, su riviste internazionali, con il cosiddetto metodo del peer-review. Lo studio scientifico, cioè, prima di essere pubblicato sulla rivista viene valutato almeno da altri tre esperti del settore (anonimi) oltre che dall’editore. Questo permette di dare allo studio l’attendibilità massima possibile dal punto di vista scientifico, ed è la prassi consueta per validare i risultati della ricerca.
Qual è il parere degli altri studiosi?
La fede in Gesù Cristo, cui rimanda la Sindone di Torino, non è un argomento di dibattito neutro. Ci sono tanti scienziati e credenti che hanno appreso con entusiasmo la notizia riguardante i duemila anni di storia della Sindone, ma anche altri che hanno sollevato dubbi pretestuosi. Dà fastidio avere una testimonianza autentica di quanto i Vangeli narrano riguardo a Gesù Cristo. La situazione può essere ben rappresentata con quanto descritto dall’evangelista Giovanni: di fronte a Lazzaro risorto, nonostante fosse nel sepolcro già da quattro giorni, molti degli scribi e farisei presenti, testimoni oculari, invece di ammettere l’evidenza dei fatti, si accordano per far uccidere Lazzaro, poiché si trattava di una prova decisiva a favore di Gesù. Così, alcuni, di fronte a questa nuova prova di autenticità della Sindone, attaccano pretestuosamente i risultati di questa ricerca, quasi sempre senza peraltro avere delle competenze specifiche per poterlo fare. Anche gli scienziati sono uomini e, quindi, talvolta, peccano di pregiudizio, invidia, e paura di perdere consenso, arrivando persino a negare l’evidenza dei fatti.
Cosa succede ora?
Abbiamo concluso la nostra ricerca suggerendo che altri studi di datazione, su altri campioni prelevati dalla Sindone, ed effettuati anche da altri laboratori, sarebbero auspicabili, per confermare il risultato ottenuto. Ma la possibilità di poter accedere a nuovi campioni prelevati dalla Sindone non è affatto scontata.
Non tutto è stato chiarito
La vostra scoperta potrebbe porre la parola fine al mistero della Sindone?
Assolutamente no. La conferma della datazione è solo un passo nella giusta direzione, ma la scienza resta ancora molto lontana dall’interrogativo fondamentale: come si sia formata quell’immagine corporea dell’Uomo in essa avvolto? Infatti, un cadavere non può emettere un’energia tale da permettere la formazione di un’immagine corporea, che ha caratteristiche di direzionalità, formatasi quasi senza nessuna deformazione da contatto, come quella visibile sulla Sindone. Non conosciamo alcun processo chimico o fisico che possa permettere ad un cadavere di lasciare un’immagine corporea con tutte le proprietà microscopiche e macroscopiche analoghe a quella visibile sulla Sindone di Torino. Essa rimane un mistero, nonostante la nostra conoscenza scientifica molto avanzata.
Bibliografia:
Liberato De Caro; Teresa Sibillano; Rocco Lassandro; Cinzia Giannini; Giulio Fanti; X-ray Dating of a Turin Shroud’s Linen Sample, Heritage 2022, 5, 860-870
Link pubblicazione:
https://doi.org/10.3390/heritage5020047
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Che gruppo sanguigno ha la sindone e se sono riusciti ad ottenerlo?
Il gruppo sanguigno è AB, ed è stato riscontrato anche sul Sudario di Oviedo e sulla Tunica di Argenteuil, altre due reliquie che, secondo la tradizione, sono state a contatto del corpo di Gesù di Nazareth
Inaffidabilità di un nuovo tipo di ricerca sulla datazione della Sacra Sindone
A proposito della datazione della Sacra Sindone è di questi giorni una notizia apparentemente davvero clamorosa: il Prof. Liberato De Caro dell’Istituto di Cristallografia di Bari avrebbe dimostrato che la datazione del suddetto sacro telo è di circa 2000 anni fa: come viene, infatti, riferito da numerosi organi di informazione: “ sulla base dei risultati ottenuti, i ricercatori hanno stabilito che la Sindone sarebbe stata conservata a circa 23 gradi e con un’umidità relativa del 55% per 13 secoli prima di giungere in Europa”.
La suddetta notizia, nei termini come sopra riferiti, è ben diversa dalla obbiettiva verità: già in data 22 aprile 2022 il Prof. De Caro, a conclusione delle sue indagini, aveva testualmente dichiarato che era, comunque, da “sottolineare che la nostra analisi ha dimostrato che, affinché il tessuto TS avesse circa 20 secoli, avrebbe dovuto essere necessariamente mantenuto a una temperatura secolare media il XIV secolo” di circa 22,5 e un’umidità relativa media del 55 % per 13 secoli precedenti”.
Va, al riguardo, precisato, come del resto fatto correttamente presente dallo stesso Prof. De Caro, che il metodo usato (denominato Waxs) per determinare l’età di un determinato pezzo di tessuto si basa sulla misura del “degrado strutturale per invecchiamento naturale della cellulosa che compone le fibre dei fili di lino: in tal modo, è possibile datare con l’analisi a raggi X gli antichi tessuti da cui i campioni sono stati prelevati”. E’, inoltre, da tener presente (sono sempre precisazioni fornite dal Prof. De Caro) che la suddetta degradazione della cellulosa è notevolmente influenzata dalla temperatura ed umidità riscontrate in tutto il tempo di conservazione del pezzo analizzato, sicché, per meglio chiarire tale concetto, una temperatura di conservazione più elevata determina un’accelerazione della sua degradazione. E’ evidente, quindi, che due pezzi di stoffa (pur avendo la stessa origine sia di luogo che di tempo) debbano presentare una diversa degradazione se conservati, per tutto il tempo considerato, a temperature diverse.
Nel nostro caso, l’attribuzione di una datazione risalente a 2000 anni fa alla Sacra Sidone risulta effettuata sulla base di un raffronto della degradazione di un campione di stoffa della Sindone con un campione rinvenuto in una roccia di una località del Mar Morto (Masada) avente una data di origine validamente accertata (primo secolo dopo Cristo): avendo riscontrato che entrambi presentavano le stesse caratteristiche di degradazione, i ricercatori sono pervenuti alla conclusione di attribuirne la stessa datazione di origine.
Tale accostamento non sembra accettabile, sulla base delle precedenti osservazioni: infatti, l’attribuzione (come risulta presa in considerazione dai ricercatori di Bari) di una temperatura di 23 gradi per 13 secoli precedenti l’apparizione della Sindone, corrispondente a quella riscontrata sul pezzo di stoffa rinvenuto a Masada (una delle località più calde di tutto il pianeta) appare assolutamente inaccettabile dato che, mentre il pezzo di stoffa di Masada è stato permanentemente fermo in detta località in tutto il lunghissimo tempo trascorso, lo stesso non può assolutamente ipotizzarsi per la Sacra Sindone che, sicuramente, è stata spostata in diversi paesi, mai identificati con certezza, e con temperature medie comunque diverse da quelle, iniziali, di 23 gradi.
Le stesse osservazioni valgono, comunque, anche per i 700 anni successivi: per tale periodo risulta, infatti, attribuita (sempre in via del tutto presuntiva) una temperatura media di circa 8-9 gradi, anche questa inaccettabile. Basti considerare che la temperatura media della città di Torino è di circa 11 gradi, comunque riferita all’esterno e non ad un luogo chiuso e che, comunque, da vari decenni, nella teca che custodisce il sacro telo viene costantemente mantenuta (con l’ausilio di due condizionatori istallati a cura del Cardinale Giovanni Saldarini) a circa 20 gradi.
Sulla base di quest’ultima considerazione, appare davvero molto strano quanto ha affermato il Prof. Liberato De Caro sostenendo che “è stata una fortuna che la TS sia stata portata in Europa sette secoli fa. In effetti, la nostra analisi ha dimostrato che, dal XIV secolo fino a oggi, l’invecchiamento naturale della cellulosa del lino della TS è stato molto basso, a causa delle basse temperature medie secolari europee, (come sopra erroneamente supposte in 8-9 gradi ) impedendo così all’immagine corporea della TS di scomparire completamente, cosa che sarebbe accaduta a una temperatura media secolare di 22,5 °C. (con un intervallo consentito di 20-22,50 °C)………. Pertanto, per caso, solo la storia recente della TS in Europa ha impedito che il lino della TS ingiallisse completamente e che l’immagine della TS scomparisse completamente”; pertanto, essendo, attualmente, la Sacra Sindone conservata alla temperatura di circa 20 °C, la stessa sarebbe destinata (secondo il Prof. De Caro), anche se non nel breve periodo, a “scomparire completamente”.
Concludendo, sussistono valide ragioni per nutrire seri dubbi sull’affidabilità del sistema ideato dal Prof. De Caro, in mancanza di una valida indicazione dell’effettiva temperatura alla quale il Sacro telo è stato custodito per un così lungo periodo
Non è questo il luogo in cui si può dibattere argomenti scientifici. Sono gli scienziati a controbattere altri scienziati, e lo si fa sulle riviste scientifiche. Mandi le sue obiezioni ad una rivista scientifica il cui editore, come da prassi, con altri tre esperti anonimi potranno valutano se le sue osservazioni sono corrette o meno e decidere o meno di pubblicare il suo lavoro.
Nel caso specifico, per quanto ci consta, esiste già una pubblicazione successiva che risponde a tutte le sue obiezioni:
https://www.mdpi.com/2078-2489/13/10/458
Replicando alla risposta al mio precedente articolo, sopra pubblicata, devo premettere che non ritengo che le mie argomentazioni, per la loro elementare semplicità, siano meritevoli di essere inviate “ad una rivista scientifica, il cui editore con altri tre esperti potranno valutare se sono corrette o meno”, come esplicitamente suggeritomi nella suddetta risposta.
In detto articolo, infatti, mi sono, in sostanza, solo limitato a far presenti le mie perplessità sull’indicazione della temperatura media di 20-22,50 gradi centigradi – nella relazione svolta dal Prof. Liberato De Caro a proposito del suo nuovo metodo per individuare l’esatta datazione della Sindone – come temperatura alla quale fosse stato conservato detto telo per i 13 secoli antecedenti la sua comparsa in Francia, non essendo tale indicazione avallata da alcuna necessaria documentazione che lo attestasse.
A tali mie perplessità, mi viene, inoltre, ora segnalata una pubblicazione che avrebbe fornito una puntuale risposta, individuandola nell’articolo: “Effetti della temperatura a lungo termine sull’invecchiamento naturale del lino della Sindone di Torino”, sottoscritto dal Prof. Liberato De Caro e pubblicato il 28 settembre 2022.
In tale scritto, molto dettagliato e corredato da numerosi grafici e tabelle contenenti l’andamento climatico, con relative medie delle temperature, di parecchie località indicate come luoghi nei quali, presumibilmente, avrebbe sostato la Sacra Sindone, nel corso dei 13 secoli antecedenti la sua comparsa in Francia, veniva, appunto, indicata, sulla base dell’analisi dei suddetti elaborati, in 20-22,50 gradi la temperatura media, per tutto il suddetto periodo, alla quale sarebbe stata conservata detta Sindone.
Sempre in tale documento e per rispondere alla prevedibile obiezione che i dati suddetti necessariamente si riferissero a luoghi all’aperto e, pertanto, non potevano riferirsi alla Sindone che, sicuramente, doveva essere stata custodita in luoghi chiusi, veniva puntualizzato quanto segue: sicuramente la Sindone sarebbe stata custodita per un tempo, comunque, non precisato (sia pure in modo presunto) presso abitazioni private, mentre, per il restante periodo, dovrebbe essere stata custodita in Chiese; a quest’ultimo riguardo veniva sorprendentemente aggiunto che, sulla base di alcune verifiche, era risultato che la temperatura interne delle Chiese era quasi uguale alla corrispondente temperatura esterna, sicché appariva corretto il riferimento alla temperatura esterna.
Se questa è la risposta alle mie obiezioni (peraltro parziale e facilmente contestabile con particolare riferimento alla presenza per lunghi periodi della Sindone nelle Chiese, dato che, se tale ipotesi si fosse concretamente realizzata ciò sarebbe stato facilmente riscontrabile), unitamente alla considerazione che l’indicazione della temperatura media di conservazione, riferita ai 700 anni successivi, viene indicata in 8-9 gradi centigradi, laddove, invece, risulta accertato che la temperatura della teca che contiene la Sindone è pari, da vari decenni, a circa 18-20 gradi, al fine di evitare stucchevoli polemiche, soprattutto per un doveroso riguardo all’oggetto della presente discussione, non mi sembra di dover aggiungere altro, dato che quanto come sopra fatto presente è più che sufficiente per confermare, se non addirittura accrescere, le mie perplessità.
Lo sa che negli ultimi 7 secoli lEuropa è passata attraverso la Piccola Era glaciale? E lei è scettico perché fa paragoni con l’attuale temperatura media di Torino?
A proposito della riscontrata tridimensionalità dell’immagine è stata rilevata la sua incompatibilità con la situazione, emergente dai Vangeli, del telo sindonico in posizione di avvolgimento del corpo di Gesù con sovrastanti bende, in funzione di mantenere il lenzuolo ben aderente al Suo corpo, così come confermato da quello che vide Giovanni nel sepolcro vuoto (con particolare riferimento alle bende afflosciate per terra); ebbene, in tale obbiettiva situazione, anziché limitarsi a prendere atto di tale irrisolvibile incompatibilità, si è avuta l’inqualificabile sfrontatezza di dichiarare testualmente: “Dall’analisi tridimensionale si conferma che l’Uomo non era avvolto nella Torino Sudario con bende. Il lenzuolo veniva semplicemente adagiato sul corpo disteso” (v. “Uno studio dell’avvolgimento del corpo anteriore e posteriore basato su informazioni 3D” , di Giulio Fanti, Emanuela Marinelli, in “Conferenza Internazionale di Dallas sulla Sindone”, 2001, di recente ripreso e ripubblicato in internet).
A tal riguardo è necessaria la seguente riflessione. Nel mio articolo n. 7 del mio blog https://lenigmadellasacrasindone.it dal titolo: “La verità nascosta nella tridimensionalità dell’immagine impressa sulla Sacra Sindone”, facevo innanzi tutto presente che detta tridimensionalità risultava determinata dalla differenza dell’intensità della colorazione di ogni singolo punto dell’immagine, in proporzione della distanza intercorrente tra il corpo di Gesù e la Sindone per entrambi i lati anteriore e posteriore e che tale particolarità necessariamente presupponeva il totale distacco di detto corpo dalla Sindone. Ciò risulta, però, in netto contrasto con la reale situazione di fatto; infatti, anche accettando l’ipotesi, come sopra formulata, di un “lenzuolo semplicemente adagiato sul corpo”, limitatamente, ovviamente, al lato anteriore, mentre la parte posteriore rimaneva al di sotto e, quindi, ben aderente al corpo, la Sindone inevitabilmente doveva risultare ampiamente in contatto con detto corpo, circostanza, questa, da tutti (scienziati e sindonologi) categoricamente esclusa, sempre in contrasto con l’effettiva realtà della situazione di fatto come sopra ricordata. L’evidenziata distanza, emergente dall’analisi di detta tridimensionalità dell’immagine sindonica, intercorrente tra ogni singolo punto dell’immagine del telo ed il corpo di Gesù deve, conseguentemente, ritenersi non reale, perché esplicitamente smentita dalla situazione così come descritta nei Vangeli, che, pertanto, rendeva impossibile la realizzazione dell’effetto tridimensionale nei termini sopra descritti, in assenza del necessario presupposto del totale distacco tra telo, ben steso orizzontalmente, ed il corpo di Gesù, per entrambi i lati, anteriore e posteriore.
L’assenza di tale distanza doveva, pertanto, ritenersi preclusiva per la realizzazione di detta tridimensionalità; in altri termini: una volta accertata la tridimensionalità dell’immagine sindonica dipendente dalla diversa intensità di colorazione dei singoli punti, proporzionale alla distanza tra il telo ed il corpo di Gesù ed accertata, inoltre, la reale assenza di tale distanza, essendo la Sindone aderente, almeno in massima parte, al corpo di Gesù, tutto ciò, doveva, inevitabilmente, comportare la conclusione dell’impossibilità della realizzazione di un effetto tridimensionale realizzato sulla base delle modalità sopra indicate, individuando, conseguentemente, l’autore di detta immagine solo in Chi fosse stato in grado di superare la suddetta impossibilità.
E’ evidente, comunque, che accogliendo il risultato dell’analisi svolta su valide basi scientifiche, nel senso di ritenere il grado di intensità della colorazione della Sindone proporzionale alla distanza della tela dal corpo di Gesù, un valore di detta distanza debba pur esserci; deve, allora, convenirsi che la soluzione di tale problema risiede esclusivamente nel far riferimento ad una distanza solo virtuale, anche in considerazione della circostanza che il corpo di Gesù non era più presente al momento della formazione dell’immagine sindonica, in quanto intervenuta, come ampiamente precedentemente dimostrato (v. il precedente n. 10: “La sacra Sindone: una immagine impossibile”), in un momento successivo alla Sua Resurrezione. La distanza di ogni singolo punto della Sindone dal corpo di Gesù dovrebbe, cioè, essere stata calcolata non con riferimento alla reale posizione della Sindone, bensì con riferimento ad una posizione, per entrambi i lati, di un suo solo virtuale distacco dal corpo di Gesù, ad una distanza determinata dall’Autore dell’immagine, identificabile nello stesso Gesù: in tal caso la misura della distanza risulterebbe, comunque, quantificabile anche se non effettivamente esistente, risolvendo, così, ogni problema. Infatti, meglio precisando quanto sopra affermato, al fine di realizzare la tridimensionalità dell’immagine, con riferimento alla distanza telo-corpo, si rendeva, comunque, necessario il riferimento ad un telo disposto, solo virtualmente, per entrambi i lati, distaccato dal corpo per una determinata distanza ed in posizione orizzontale perfettamente parallela alla base d’appoggio del corpo, peraltro, non più esistente, come sopra fatto presente.
D’altra parte, non accettando la precedente ipotesi, si dovrebbe accettare, come realmente avvenuta, una ipotetica situazione di fatto davvero paradossale ed irrealistica per non dire addirittura irragionevole, cioè quella del corpo di Gesù galleggiante tra le due parti contrapposte del telo sindonico. Risulterebbe, comunque, illogico sostenere che tale veramente assurda situazione potesse trovare conferma, come sostenuto dallo “studio”, sopra richiamato, della Prof. Marinelli, con riferimento al fatto che, dall’analisi tridimensionale della Sindone, risultasse che il corpo di Gesù non fosse “avvolto dal Sudario con bende” in contrasto con l’effettiva realtà; non può, infatti, condividersi la tesi della suddetta Prof. Marinelli, secondo la quale, sovvertendo un percorso di logica consequenzialità, qualora un determinato risultato risultasse condizionato all’avveramento di un altro presupposto di fatto, nel caso in cui quest’ultimo non coincidesse con il presupposto di fatto realmente avverato, è quest’ultimo a ritenersi errato, anziché ritenere impossibile il primo risultato.
In ogni caso va, inoltre, tenuta in debita considerazione la circostanza che non risulta che alcuno degli scienziati o sindonologi sostenitori della tesi secondo la quale detta particolare tridimensionalità si sia potuta naturalmente produrre sul telo sindonico secondo le modalità sopra indicate, si sia mai fatto carico di individuare il processo, davvero fantascientifico, che avrebbe consentito, sulla base della quantificazione della suddetta ipotetica distanza, la conseguenziale quantificazione del diverso grado di intensità di colorazione da attribuire ai singoli punti del telo sindonico.
E’, inoltre, da escludersi che la suddetta tridimensionalità possa essere stato il risultato dell’opera di un falsario, dato che tale particolarità, che avrebbe richiesto un capillare intervento su di una miriade di singoli punti dell’immagine (con una tecnica, tra l’altro, davvero ignota), risulta, anche oggi, irriproducibile: basti ricordare che il solo esame di tale aspetto ha richiesto il lavoro di due specialisti statunitensi per oltre dieci anni.
Concludendo sul punto in questione, deve convenirsi che la tridimensionalità dell’immagine presente sulla Sacra Sindone – costituendo una particolarità non necessaria alla formazione dell’immagine e che, pertanto, presuppone, una specifica volontà si realizzarla ( e, di conseguenza, di un soggetto cui riferire detta volontà) al solo fine di rendere, così, possibile l’esatta fisica ricostruzione del soggetto ivi rappresentato – costituisce una delle più chiare e determinanti prove che detto intervento sia attribuibile allo stesso soggetto rappresentato, identificabile nella Persona di Gesù Cristo, come, del resto, Lui stesso aveva esplicitamente promesso, quale unica Persona alla quale tutto è possibile.
Con riferimento, infatti, alla come sopra dedotta necessità, per la realizzazione di un effetto tridimensionale nella produzione di una immagine, di una specifica volontà da qualcuno espressa e messa in atto in tal senso, va osservato, a riprova di quanto affermato, che, normalmente, l’effetto tridimensionale di una immagine non viene prodotto automaticamente, come naturale accessorio dell’immagine stessa, dato che ciò risulta sperimentalmente accertato. Al riguardo si è, infatti, provveduto, da parte di alcuni studiosi, al fine di verificare la validità di tale assunto, ad effettuare centinaia di fotografie, avvalendosi delle più sofisticate apparecchiature oggi esistenti, dalle quali è emerso che nessuna presentava un effetto tridimensionale paragonabile a quello dell’immagine sindonica, che risultava realizzata con una differenza di intensità di colorazione per ogni punto dell’immagine, proporzionale alla distanza telo-corpo che avrebbe richiesto un immane lavoro di calcolo, assolutamente impossibile, anche ai giorni d’oggi: ciò confermava definitivamente la necessità di un intervento specifico da parte di qualcuno che avesse provveduto per la realizzazione di tale modalità in brevissimo tempo (alcuni scienziati hanno stabilito, infatti, in qualche miliardesimo di secondo il tempo occorrente per la formazione dell’immagine). E’, inoltre, da tener presente che, utilizzando le informazioni tridimensionali presenti sulla Sacra Sindone, sulla base del diverso grado di intensità luminosa dei singoli punti dell’immagine, proporzionale alla distanza verticale di detti punti rispetto al corrispondente punto del corpo (peraltro realizzate, su stoffa e non su apposite lastre fotografiche normalmente usate, con una tecnica ignota e, concordemente, ritenuta irriproducibile) diversi valenti operatori sono riusciti a produrre modelli statuari del corpo di Gesù (dando per scontato che fosse Lui il soggetto rappresentato) tutti perfettamente identici, pur avendo effettuato percorsi diversi nella loro realizzazione ed utilizzato diversi materiali (lattice, gesso, acciaio), a conferma della validità e precisione delle suddette informazioni.
Sulla base delle precedenti argomentazioni, che confermano la necessità di uno specifico intervento per la realizzazione di un effetto tridimensionale, è più che giustificata la seguente conclusione: la tridimensionalità rilevata sulla Sacra Sindone, con riferimento, soprattutto, alle modalità della sua realizzazione è, incontestabilmente, da ritenersi la prova regina di un avvenuto intervento soprannaturale nella formazione dell’immagine ivi impressa.
A solo titolo informativo, trascrivo qui di seguito uno stralcio di una intervista rilasciata nell’aprile del 2010 a Torino da Giovanni Battista Judica Cordiglia che ebbe, nell’anno 1969, il privilegio di trascorrere 72 ore, al buio, nella Cappella del Crocifisso del Palazzo Reale, ove si trovava la Sacra Sindone, con il compito di fotografarla per la prima volta a colori, all’infrarosso ed agli ultravioletti:
“Voglio ricordare questo momento: ero immerso nel buio perché gli occhi si potessero abituare, tutti gli ori zecchini della Cappella del Crocifisso erano stati coperti da teli neri per evitare eventuali riflessi, mi ero seduto a terra sotto il banco ottico ossia sotto la macchina da ripresa fotografica e guardavo la Sindone appesa, immobile e aspettavo che i miei occhi si abituassero all’oscurità e a questa luce azzurrina tipica delle radiazioni ultraviolette. Man mano che gli occhi si abituavano – e qui è stato un momento davvero sconvolgente – io notavo che il fondo della tela, al di sotto della figura, assumeva un colore grigio come la cenere della sigaretta, mentre la figura – che è una negativo fotografica – diventava un positivo. Come se ci fosse stato un uomo, nella sua parte dorsale e ventrale, disteso sopra il lenzuolo, come sollevato di una trentina di centimetri. La cosa straordinaria era questo gioco di luci e di ombre, di chiaroscuri, che davano l’impressione veramente di un corpo, non la stampa, ma un corpo in tre dimensioni. E’ stato un momento sconvolgente, mi sono detto “Speriamo che sulle lastre questa sensazione si possa ricreare”, in realtà così non si è ricreato”.
Per timore di non essere stato sufficientemente chiaro, ritengo opportuno aggiungere la seguente ulteriore precisazione.
Innanzitutto ribadisco che la particolarità della tridimensionalità riscontrata nell’immagine sindonica (il fatto, cioè, che l’intensità di ogni punto dell’immagine risulta proporzionale alla distanza telo-corpo, cosa che ha consentito la produzione di diversi modelli statuari del corpo di Gesù) è assolutamente unica ed irripetibile.
Inoltre, mentre, oggi, esiste la possibilità, con l’uso di un analizzatore VP-8, strumento in grado di tradurre in distanza l’intensità luminosa dell’immagine, di individuare strumentalmente l’effettiva distanza tra il soggetto ripreso ed il supporto sul quale è stata fissata l’immagine, non mi sembra, invece, che esista, comunque con certezza non esisteva nel 1300, uno strumento od una applicazione qualsiasi che sia in grado di calcolare la distanza tra ogni punto del soggetto da ritrarre ed il supporto (nella specie, un telo di stoffa) sul quale impressionare l’immagine e convertire, poi, detta distanza in corrispondente proporzionale intensità di colorazione da attribuire all’immagine da riprodurre: l’impossibilità che tale effetto possa naturalmente prodursi è stato, comunque, sperimentalmente accertato; deve, pertanto, convenirsi che detto effetto potrebbe essere stato realizzato solo con un intervento manuale. Quest’ultima ipotesi deve, categoricamente, ritenersi umanamente impossibile con riferimento ai diversi milioni di punti sui quali intervenire, tra l’altro, entro il limitatissimo tempo della formazione dell’immagine, stimato dagli scienziati in non oltre 50 miliardesimi di secondo.
Su queste premesse, non può che ribadirsi il convincimento (con certezza, oserei dire, matematica) che, per la modalità come sopra riscontrata nella sua realizzazione, la particolare tridimensionalità riscontrata nell’immagine sindonica debba, necessariamente, essere attribuita solo ad un intervento soprannaturale.