Campo 65: il campo di prigionia pugliese e la sua storia

Campo 65

Campo 65

Abbiamo già parlato dei campi d’internamento della Seconda guerra mondiale siti a Gioia del colle e Alberobello, ma oltre a queste due strutture sono presenti in Puglia altre costruzioni che rappresentano importanti testimonianze delle vicende della Seconda guerra mondiale, fra queste non possiamo dimenticare il campo per prigionieri di guerra, o semplicemente Campo 65 o P.G. n. 65, realizzato nel 1942 tra Altamura e Gravina in Puglia.

Come raggiungere il Campo 65

Prendendo la statale 96 da Altamura in direzione Gravina, poco prima di arrivare all’ospedale della Murgia “Fabio Perinei”, il campo, che copre un’area di 31 ettari di terreno, è ben visibile sulla sinistra.

Il campo visto dall’alto

Sul sito che contava inizialmente ben 81 fabbricati restano attualmente solo una manciata di edifici, ormai ridotti a ruderi, infatti fra il 1987 e l’inizio degli anni ‘90, gran parte degli immobili sono stati demoliti e il materiale di risulta utilizzato per la realizzazione del terrapieno della vicina SS96.

La strada che porta al Campo 65

Il palazzo del comando

La prima costruzione che incontra il nostro sguardo è quella del palazzo del comando. A pochi passi dall’ingresso del fabbricato, in quello che un tempo era il giardino, ci sono i resti di una fontana. L’edificio è completamente spoglio da ogni arredo e pericolante, diversi cartelli avvisano il visitatore di non entrare.

Il palazzo del comando
L’ingresso dell’edificio
All’esterno, dove prima c’era il giardino, ci sono i resti…
… di una fontana

La baracche

Alle sue spalle notiamo 2 strutture che sembrano magazzini, questi sono i soli edifici non demoliti delle tante baracche che hanno ospitato anche 12.000 prigionieri provenienti per lo più dal fronte nord africano e di diversa nazionalità: canadesi, inglesi, neozelandesi, sud africani e altri paesi.

Le baracche rimaste
L’ingresso delle baracche

Al suo interno sono ancora visibili due scritte sugli archi, una frase in bosniaco: “Ziveli nasi zavezniki sssr angljia amerika” che tradotto è più o meno “Lunga vita ai nostri alleati russi, inglesi e americani”, e una in croato “Smrt fasiemu sloboda narodu” che vuol dire “Morte al fascismo, libertà al popolo”. Chiaramente le frasi sono successive al periodo in cui le baracche servivano come alloggio per i prigionieri.

Scritte all’interno…
… dell’edificio

In una stanza scorgiamo anche dipinte sul muro la cartina dell’Italia e posta di fronte quella dell’Europa.

Sui muri sono dipinte…
… delle cartine

Le cucine

A pochi metri da questi edifici, ci fermiamo ad osservare quelle che erano le cucine. Ormai delle stesse non resta praticamente più nulla se non tufo, archi in pietra e detriti vari.

I resti delle cucine
Ormai solo rovine

In alcune delle torrette ed edifici rimasti è ancora presente il filo spinato, ormai arrugginito, che circondava il campo, un simbolo graffiante di quella violenza e privazione che porta con sé la guerra.

All’interno di alcuni edifici…
… è ancora presente il filo spinato…
… che circondava il campo

Alle spalle dell’edificio principale c’è anche una torre e quella che evidentemente era la cisterna dell’acqua del campo.

Vicino ad una torretta…
… vuota al suo interno…
… è presente una cisterna

Il Campo 65 il più grande centro detentivo in Italia

Il campo è considerato il più grande centro detentivo della Seconda guerra mondiale in Italia e qui, anche se in condizioni igieniche precarie e con ovvi problemi di spazio, i numerosissimi prigionieri godevano di una parziale libertà di movimento seppure sempre sorvegliati a vista dal corpo di guardia. Proprio grazie a questa limitata autonomia i detenuti misero su un’economia basata sul baratto e organizzarono spettacoli e squadre per praticare vari sport.

Il campo di prigionia…
… è considerato il più grande…
… d’Italia

Il campo funzionò per 2 anni, poi i prigionieri furono spostati nelle strutture del Nord Italia e in Germania.

Ma con l’armistizio del’43 non finì anche la storia del sito. Divenne infatti un campo di addestramento per i partigiani jugoslavi da mandare nei Balcani a combattere i nazisti e successivamente negli anni ’50 accolse fra le sue mura anche profughi africani, della Dalmazia e del Friuli Venezia Giulia.

I suoi edifici…
… sono stati usati anche dopo il ’43

L’associazione Campo 65

Un luogo ricco di storia che deve essere preservato anche come monito per le future generazioni, a questo scopo è stata creata anche l’associazione Campo 65 come ci racconta il suo presidente Domenico Bolognese: «Dal 2019 ci occupiamo del recupero delle memorie e del sito di Campo 65: il più grande campo per prigionieri alleati in mano italiana della Seconda guerra mondiale, poi campo addestramento partigiani jugoslavi e, nel dopoguerra, centro raccolta profughi istriano-dalmati e delle ex colonie. 

Lo facciamo attraverso la numerosa comunità di patrimonio composta dai familiari dei prigionieri e profughi, dagli studenti, storici, archeologi e dai comuni cittadini incuriositi dalla storia di questo luogo magico».

Foto del campo (B/N)
Il filo spinato sempre presente…
… nelle costruzioni rimaste

Link sito associazione Campo 65:

https://www.campo65.it/it/

Link Facebook associazione Campo 65:

https://www.facebook.com/campo65prigionieridiguerra

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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.

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