Storie di Puglia – I falò di Sant’Antonio tra rito pagano e tradizione cristiana
Studiando i racconti folkloristici della Puglia, è facile accorgersi che alcune tradizioni sono conosciute e diffuse anche oltre i confini della regione. Oggi, ci vogliamo soffermare su una tradizione diffusa in gran parte dell’Italia e che accomuna anche regioni territorialmente lontane come la Sicilia e la Lombardia, passando per la Puglia, il Lazio, la Sardegna e non solo: i falò di Sant’Antonio.
I falò di Sant’Antonio
La tradizione di questi enormi falò che i credenti accendono per festeggiare il santo nella notte fra il 16 e il 17 gennaio è comune a tutta Italia, ma da regione a regione cambia nome. Ad esempio a Novoli, in Puglia, i grandi falò sono chiamati fòcara, mentre in Umbria focaracci.
Ma a cosa si riferiscono e cosa c’entra Sant’Antonio Abate con una festa chiaramente pagana?
La celebrazione è di origine contadina e celebra simbolicamente la fine dell’inverno: il fuoco allontana metaforicamente il buio e il freddo e lascia spazio all’arrivo della primavera, che porterà al risveglio della natura e al conseguente raccolto.
Prometeo ruba il fuoco agli dei
Rammentiamo che secondo la tradizione greco-romana il fuoco, rubato agli dei dell’Olimpo, sia stato un dono dal valore inestimabile fatto dal titano Prometeo ai mortali, regalo per cui il buon titano subì una terribile punizione da parte del padre degli dei Zeus.
Con l’avvento del cristianesimo, la tradizione pagana ha evidentemente influenzato le credenze popolari, strappando la fiaccola del fuoco e della rinascita dalle mani del titano e ponendola in quelle di Sant’Antonio.
Infatti, se Prometeo aveva semplicemente trafugato una scintilla, Sant’Antonio scende nientemeno che all’Inferno per prendere la fiamma.
Sant’Antonio scende all’Inferno
La tradizione vuole che gli uomini, affamati e infreddoliti, pregarono Sant’Antonio di aiutarli. Il buon santo, nato nel 251 circa d.C. a Komá, in Egitto, modello di spiritualità e dedito all’anacoretismo, decise allora di scendere fino alle porte dell’Inferno, in compagnia di uno degli animali di cui è patrono: un maialino.

I diavoli subito riconobbero il sant’uomo e non gli permisero di varcare la soglia del luogo di perdizione eterna. Furbescamente il santo chiese allora che almeno il maialino in sua compagnia potesse entrare per scaldarsi. Stranamente i diavoli mostrarono una certa “umanità” e permisero all’animale di entrare, ma quest’unica “buona azione” portò loro molto danno.
L’animale iniziò a correre ovunque, mettendo gli Inferi a soqquadro. I diavoli non riuscirono a domarlo, per usare un gioco di parole: pareva davvero indemoniato!
Così chiesero l’aiuto di Sant’Antonio che attendeva sulla soglia.
Il santo entrò, calmò l’animale e con un bastone di legno di ferula trafugò una scintilla di fuoco infernale che poi, tornato sulla terra, donò agli uomini per scaldarsi.

Questa storia (con qualche variante a seconda della versione) gli valse, oltre al protettorato sugli animali, anche quello sugli incendi e sulle malattie della pelle, come il “fuoco di Sant’Antonio”, oggi conosciuto come Herpes zoster.
Tra storia, religione e leggenda, i falò di Sant’Antonio rappresentano uno degli esempi più affascinanti di come i riti pagani siano sopravvissuti nella cultura popolare italiana. E mentre le fiamme illuminano le piazze d’inverno, continuano anche oggi a raccontare storie antiche tramandate di generazione in generazione.
Copertina: Gemini Google + Photoshop rielaborazione grafica Nicola Antonio Imperiale
Link Wikipedia Sant’Antonio Abate:
https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_abate
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Giornalista pubblicista, da anni collabora come redattore, fotoreporter e social media manager per testate giornalistiche online. Persona curiosa e intraprendente, ha coltivato negli anni diversi hobby.