Carnevale barese, tanti “personaggi” ma nessuna maschera
Maschera-Bari
“Le Maschere sono permesse per l’intiero corso del Carnevale”. Così recitava il primo articolo dell’ “Ordinanza intorno alle maschere ed alle feste di ballo in maschere”, che L’intendente della Provincia di Bari approvò il 14 gennaio 1819 a firma di F. Patrizi, direttore del Ministero della Polizia generale. Ben 20 articoli per disciplinare l’uso delle maschere in città a tutela dell’ordine pubblico e del decoro, nel rispetto delle autorità religiose e politiche. Ma quali erano le maschere di quell’epoca? e soprattutto, qual era la maschera tipica di Bari? Felice Giovine, in questo suo primo articolo della rubrica “Briciole di Baresità” ci chiarisce definitivamente il “mistero della maschera barese”.
BARI – Da qualche anno, all’indomani del 17 gennaio, festa di sand’Andè, con la benedizione degli animali e l’inizio del Carnevale, Bari viene inondata di notizie varie e ipotesi diverse, circa le tradizioni carnevalesche di casa nostra.
Ognuno sfodera la propria conoscenza “fai da te” o appresa da fonti storiche inattaccabili (spesso di fantasia), che, puntualmente, viene contestata dall’avversa fazione… e meno male che non v’è alcun “palio” in gara!
Ma la domanda principale e legittima è una sola: Bari possiede una maschera che la rappresenti? Diciamo subito che Bari NON ha la sua maschera.
Prima di giungere ai fatti, occorre soffermarsi sulla parola “maschera”, dato che i suoi diversi significati hanno generato e generano l’equivoco e se non si comprendono bene, è facile incorrervi.
Il dizionario Treccani recita: “personaggio fisso della commedia dell’arte italiana (ma che ha i suoi precedenti nell’atellana italica), con nome, costume, atteggiamenti, qualità particolari, spesso caratteristici di una determinata regione, sorretto da bibliografia e oggi rimasto solo come figura simbolica di una città o di una regione (per es., il dottor Balanzone, Pulcinella, Rugantino, sono maschere tipiche e rappresentano Bologna, Napoli, Roma).
Cosa diversa sono i personaggi di opere letterarie (liriche, teatrali, musicali), come Don Abbondio (personaggio simbolo dell’accidia), Felice Sciosciammocca, Charlot, Don Checco, Don Bartolo, Don Pancrazio, ecc. Essi sono “personaggi di commedie” nei quali, gli autori, Manzoni, Scarpetta, Chaplin, De Giosa, Rossini, Altavilla che lo impersonò, hanno evidenziato particolari “doti” ovvero “caratteristiche” ma dalla notorietà raggiunta da tali personaggi a farli diventare “maschere” ce ne passa. Lo stesso dicasi per Farinella, che è la rappresentazione del Carnevale di Putignano e Burlamacco di quello di Viareggio, ma non sono “maschere”.
Veniamo a Bari, dunque, e relativamente a “Rocche” il fantoccio di paglia che rappresenta il Carnevale barese o a “Marcoffie”, creato dalla fantasia del poeta barese Francesco Saverio Abbrescia, “personaggi” certamente suggestivi nati dalla fervida fantasia popolare, ma di essi non si può concordare con chi pretende di farli assurgere a maschere.
Ma le altrui convinzioni vanno benevolmente trattate dato che il confine tra i due significati è sottile e soggetto, appunto, ad equivoci; tale aspetto è anche argutamente trattato da Armando Perotti in Storie e Storielle di Puglia del 1923.
Ritengo, dunque, quanto riportato dalla “Treccani” illuminante e chiarificatore. Ma sarà altrettanto chiaro a chi vorrebbe assolutamente che Bari debba avere una maschera?
Felice Giovine


Felice Giovine è nato a Bari. Nel 1985 ha creato il Centro Studi Baresi, il Comitato per l’eliminazione del J (gei) dall’italiano e dal barese; nel 2009 ha pubblicato e diretto U Corrìire de BBare (fino a febbraio 2012); nel maggio 2012, l’Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine” (con Rino Bizzarro, Gigi De Santis e Gianni Serena). È figlio di Alfredo da cui ha ereditato l’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi e la Sezione Civiltà Musicale Pugliese, oltre a la crosce de mbarà a le barise a llègge e a scrive come se dève la lèngua noste.